R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Un lavoro come questo Feebles, Fables and Ferns, pubblicato da ECM a quasi quattro decenni dalla sua realizzazione, appartiene a quella categoria di album che attraversano silenziosamente il Tempo, per poi riemergere, inaspettatamente, tra i nastri registrati di un archivio personale. Realizzato nel 1988 nello studio privato del pianista Fred Hersch a New York, questo incontro con Mick Goodrick, chitarrista sui generis scomparso nel 2022, assume oggi il valore di una testimonianza preziosa e di un’intesa sorprendentemente fresca tra chitarra elettrica e pianoforte. Una relazione, questa tra due strumenti armonici, che ancora obbliga la memoria a rincorrere il confronto Bill Evans-Jim Hall, nei due album di riferimento Undercurrent (1962) ed Intermodulation (1966). L’ascolto di Feebles… rivela facilmente come la musica prodotta non sia il risultato di un approccio formale od obbligato ma bensì un esercizio di libertà e fiducia reciproca. Goodrick e Hersch costruiscono un linguaggio condiviso fatto di sfumature, sospensioni, deviazioni impreviste e delicati ritorni. Due strumenti, due sensibilità, ma soprattutto l’orecchio ben temperato di entrambi i musicisti, capaci di trasformare ogni minima intuizione in una nuova possibilità narrativa.

L’album procede come un mosaico policromo in cui ogni tessera conserva la propria identità pur contribuendo a una visione generale collettiva. La chitarra di Goodrick si muove con fraseggi ben disegnati tra il pianoforte di Hersch che articola percorsi armonici di straordinaria eleganza, com’è nello stile di questo pianista. Ne emerge un sentimento intimo e rilassato del suono, con una cura quasi artigianale della risonanza e del silenzio. Se di Fred Hersch Off Topic si è occupata più volte – leggi qui – non così è avvenuto per Goodrick, soprattutto per la poverissima discografia da titolare, nonostante le sue inclite collaborazioni con Gary Burton, Pat Metheny, Charlie Haden, Jack de Johnette e Steve Swallow tra gli altri. Figura quindi appartata della scena jazzistica, più propensa alla trasmissione del sapere che alla costruzione di una carriera sotto i riflettori, egli ha comunque lasciato un’impronta profonda su generazioni di musicisti. Non stupisce che personalità come Julian Lage o Pat Metheny abbiano riconosciuto pubblicamente il valore della sua visione. E nemmeno che tra i suoi allievi figurassero artisti come Bill FriselI, John Scofield, Mike Stern oltre al già citato Lage. In Feebles… si percepisce chiaramente, nell’intreccio strumentale tra i due autori, quella capacità di trovare percorsi inattesi senza cadere nelle tentazioni autolesionistiche dell’improvvisazione estrema, anche se una traccia come Five Excursion appare un po’ troppo velleitaria… Comunque i brani scorrono con naturalezza. Alcuni si presentano quasi come slanci poetici sviluppati sul momento, altri elaborano materiali compositivi già esistenti con una freschezza sorprendente. Vi sono passaggi che sembrano moderni madrigali, alternando slancio e raccoglimento, leggerezza e gravità. Se alcuni temi possono apparire non memorabili nel senso più immediato del termine, ciò che rimane però impresso è la qualità del percorso, la finezza delle relazioni interne e la sontuosa ricchezza delle sfumature. In effetti l’interplay raggiunge livelli piuttosto alti. Ogni frase sembra nascere dalla precedente e preparare la successiva in un continuo processo di ascolto reciproco. Talvolta, se emerge uno squadrato procedere di battute, questo viene subito dissolto da aperture armoniche imprevedibili, mentre in altre occasioni la trama si anima di suoni sovraeccitati, per poi ritrovare equilibrio e misura. Sempre, però, al centro resta il corpo solido delle voci strumentali, riconoscibili e complementari. In questo continuo dialogo emerge anche qualcosa che va oltre la tecnica e la composizione di per sé stesse. Sembra quasi una dichiarazione d’amore per la musica, per il piacere e la possibilità di costruire insieme una tangibile significanza tra ordine e rischio e tra controllo e abbandono. La pubblicazione ECM valorizza ulteriormente il materiale. Il suono proposto possiede profondità, respiro e trasparenza, il dettaglio trova il proprio spazio senza mai perdere naturalezza. L’impressione complessiva è quella di sfogliare un taccuino prezioso, nascosto ma conservato con cura per anni e finalmente restituito agli ascoltatori nella sua integrità. Feebles, Fables and Ferns appartiene dunque alla stagione della piena maturità espressiva dei suoi protagonisti, a quella che si potrebbe definire la meglio adultità del jazz, un territorio nel quale l’urgenza giovanile si trasforma in consapevolezza, senza perdere curiosità né capacità di stupirsi. Tutto questo si presenta alfine come un invito all’attenzione, all’ascolto profondo, alla pazienza. Un’opera discreta e luminosa che conferma quanto l’incontro tra Mick Goodrick e Fred Hersch sia stato uno degli eventi più felici e segreti della musica improvvisata degli ultimi decenni. Qui valgono davvero le antiche ippocratiche parole: vita brevis, ars longa, occasio praeceps. La vita passa, le occasioni sfuggono, ma l’arte autentica conserva la propria forza.

Ed è proprio il brano eponimo dell’album, Feebles, Fables & Ferns, che si presenta in cima alla selezione. Questa composizione di Goodrick dal titolo quanto meno curioso, proviene dal suo unico album da titolare, In Pa(s)sing (1979). Proprio l’Autore imposta il tema tutt’altro che facile con Hersch che non fatica a trovare la quadra arricchendolo inizialmente di freschi accordi di pianoforte, per poi lasciarsi prendere la mano dalla ricchezza del dialogo a due. Non si può certo parlare, qui, di contrapposizione, bensì di ottimale integrazione in un discorso gioioso, sottolineato dall’euforia della scoperta reciproca. Segue Falling Grace di Steve Swallow, una composizione che risale alla seconda metà degli anni ’60 e che si può ascoltare nell’album Quartet Live (2009) con Gary Burton, Pat Metheny, Antonio Sanchez e lo stesso Autore. Questa volta il delicato incipit è affidato a Hersch che organizza un lungo preambolo, prima di dar modo a Goodrick d’intrufolarsi con le note giuste nel mezzo del flusso turbinoso del pianista. Ottimo l’assolo della chitarra, non facile all’interno di un brano che presenta continui cambiamenti tonali. Away10/Amazing è un brano che vede scorrere uno nell’altro l’incipit di pianoforte che finisce per confondersi con le acque della traccia di Swallow, molto suggestiva, con Goodrick che ricama alla chitarra. Verso la metà del pezzo il dialogo strumentale s’infittisce leggermente, senza però perdere il mood malinconico che l’accompagna. Arriviamo ora a Five Excursion. Sulla carta si dovrebbe trattare di un insieme di frammenti totalmente improvvisati che potrebbero, in teoria, sostenere un discorso più unitario. In realtà è il momento a mio parere più debole dell’album, uno di quei passaggi dove è noto che si divertano i musicisti assai più che gli ascoltatori. Out of Nowhere è del pianista Johnny Green – da non confondere col chitarrista Grant Green – ed è uno tra gli standard più eseguiti nell’ambito del jazz, portato al successo da Bing Crosby nel 1931. Un brano evidentemente di grande piacevolezza per il duo che ci regala una raffinata introduzione mascherando il tema e rendendolo irriconoscibile. La struttura armonica di base viene mantenuta ma quello che Goodrick e Hersch realizzano è un’intricata rete puntiforme di suoni che vi si sovrappone. Bisogna aspettare gli ultimi cinquanta secondi per ascoltare la linea tematica originale nella sua interezza e quindi poterla riconoscere senza ombra di dubbio. Heartsong è uno di quei momenti dove la mano compositrice di Hersh risalta in modo inequivocabile. Si tratta di una composizione del 1990, inserita nell’album omonimo del Fred Hersch Trio. La brillantezza dello svolgimento pianistico mi ha fatto ricordare Michel Petrucciani e comunque questo è uno tra i momenti più interessanti dell’album, dove meglio si comprende la grande maestria dei due Autori nell’inseguirsi lungo una traccia con numerosi salti tonali, particolare che rende il loro interplay così fluido da far ignorare ogni intrinseca difficoltà esecutiva. Si chiude con Soul Eyes, brano del pianista Mal Waldron che risale al 1957, pubblicato nell’album Interplay for 2 Trumpets and 2 Tenors. Clima tranquillo introdotto dal pianoforte sul quale Goodrick traccia una linea melodico-tematica estremamente pulita, così come scorre fluido e chiaro il suo assolo.
A distanza di quasi quarant’anni dalla registrazione, Feebles, Fables and Ferns si presenta non come una semplice operazione di recupero archivistico, ma in veste di un documento che illumina con particolare chiarezza una precisa idea di improvvisazione e di relazione musicale. La pubblicazione attuale consente di osservare da una prospettiva privilegiata il lavoro di due musicisti che, pur provenendo da percorsi differenti, condividono una medesima concezione dell’ascolto come fondamento del fare musicale. In questo senso, il valore dell’album supera la dimensione puramente documentaria e assume quello di una riflessione sonora ancora attuale sulle possibilità del dialogo improvvisato. Più che un reperto del passato, Feebles, Fables and Ferns appare quindi come la testimonianza di un linguaggio compiuto, capace di sottrarsi alle contingenze storiche che ne hanno ritardato la pubblicazione e di conservare intatta la propria rilevanza estetica.
Tracklist:
01. Feebles, Fables & Ferns (5:06)
02. Falling Grace (4:05)
03. Away 10 / Amazing (6:13)
04. Five Excursions (9:15)
05. Out of Nowhere (4:02)
06. Heartsong (4:49)
07. Soul Eyes (5:27)
Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.






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