R E C E N S I O N E


Recensione di Sabrina Tolve

Con This Mirror Weighs a Ton, gli Interpol tornano a confrontarsi con la propria immagine dopo oltre venticinque anni di carriera, e lo fanno attraverso un disco che sembra partire da una domanda identitaria: cosa rimane di una band quando tutto ciò che l’ha definita è ormai diventato parte della sua stessa storia?
Il titolo dell’album parla del peso della riflessione, della fatica di guardarsi dentro quando il passato è diventato una presenza ingombrante. Eppure gli Interpol non sembrano intenzionati a liberarsi di ciò che sono stati. Al contrario, prendono il proprio linguaggio — il basso scuro, le chitarre nervose di Daniel Kessler, la batteria geometrica di Sam Fogarino, il baritono inconfondibile di Paul Banks — e provano a guardarlo da un’altra angolazione.

Prodotto da Andrew Wyatt e registrato a New York, This Mirror Weighs a Ton è il primo album della band per Partisan e il primo con Brad Truax ufficialmente membro degli Interpol. La produzione allarga il vocabolario del gruppo attraverso sintetizzatori, archi, fiati, armonizzazioni vocali e interventi elettronici. Il risultato è un disco inquieto, elegante, malinconico, vitale. È come se la stessa band sia tornata nuovamente curiosa di sé stessa, e abbia deciso di guardarsi allo specchio.
Fin da Turn on the Bright Lights, gli Interpol hanno strutturato uno stile riconoscibile e un’estetica talmente precisa da trasformarla quasi in un genere a sé – chitarre taglienti, atmosfere notturne, ritmi tesi, romanticismo decadente. E poi c’è la voce di Paul Banks, in grado di sembrare contemporaneamente distante e profondamente coinvolta.

This Mirror Weighs a Ton sceglie di cambiare forma agli Interpol, ma dall’interno. Sintetizzatori nebulosi, loop percussivi, vuoti improvvisi e una produzione quasi da studio project costruiscono un ambiente nel quale la voce di Banks sembra emergere da una nebbia elettronica.
L’album si apre con il brano che dà il titolo all’album, momento esatto nel quale il titolo trova immediatamente il proprio significato. Una trama rarefatta, cosmica, attraversata da rumori, riverberi e improvvise deformazioni – inclusa la voce di Banks che sembra galleggiare nell’arrangiamento.
È un inizio coraggioso, cui segue See Out Loud. Qui ritroviamo immediatamente il motore post-punk degli Interpol: basso, chitarra e batteria tornano a lavorare come una macchina perfettamente sincronizzata, ma la produzione di Wyatt aggiunge sintetizzatori e profondità atmosferiche.
Il brano possiede una tensione notturna, quasi claustrofobica – e la voce di Kessler accompagna quella di Banks, spostando così il punto di riferimento solito. Iron City rallenta il passo e porta la band dentro una New York più riflessiva, quasi cinematografica. Le tastiere e gli elementi elettronici si insinuano nella struttura senza mai dominarla. Con Wounded Soldier il disco assume una dimensione più fisica. Si lavora qui su un ritmo spezzato in cui basso e batteria creano tensioni intermittenti. La canzone è forse una delle più politiche degli Interpol, e credo rappresenti uno degli episodi che più dimostrano quanto gli Interpol possano permettersi di allontanarsi dalla loro grammatica senza perderne il carattere. Wings of Fire è il momento più immediatamente esplosivo del disco – recupera il lato più rock degli Interpol e si fa valvola di sfogo per quanto accumulato precedentemente nell’album. Con Ever The Actor la band torna a costruire una canzone più elegante e stratificata. La struttura parte da coordinate abbastanza familiari, ma si apre progressivamente, fino a lasciare spazio a un finale orchestrale nel quale gli archi ampliano la prospettiva del brano. So Rides the Reindeer aggiunge una delle deviazioni più curiose del disco: chitarra acustica, handclap, ritmiche irregolari e una costruzione quasi da sogno febbrile spostano gli Interpol verso territori che raramente avevano esplorato. È una canzone straniante e, decisamente, una delle sorprese del disco.

Darling Thoughts torna verso una dimensione più ritmica e controllata.
Il basso di Truax diventa particolarmente importante, mentre Fogarino costruisce un impianto percussivo preciso e dinamico. La canzone ha una sensualità trattenuta, nervosa, e sembra mettere in dialogo la malinconia tipica della band con una maggiore voglia di movimento, mentre Wake Up introduce un ritmo angolare che progressivamente si espande, con una componente funk che riporta alla mente certi Talking Heads. Ci avviciniamo alla fine con Enemy, una ballata pianistica spettrale, costruita su pochi elementi e su una dinamica potentissima. La voce di Banks trova qui uno dei suoi contesti ideali, permettendosi di essere fragile e profonda. La presenza vocale femminile di Juliet Seger-Banks crea un contrappunto che rende il brano ancora più sospeso. La batteria interviene in modo secco, come una serie di fenditure dentro il silenzio. Arriva poi Bird and the Serpent che riporta la tensione verso l’esterno. Il brano cresce su una ritmica quasi marziale e su un arrangiamento che man mano assume proporzioni più ampie. L’outro orchestrale è uno dei momenti in cui il lavoro di Wyatt riesce a trasformare la forma della canzone. L’ultimo brano, Sudden, è una ballata al pianoforte, spoglia e malinconica. Dopo undici brani nei quali gli Interpol hanno continuamente oscillato tra controllo e apertura, questa conclusione ha qualcosa di inevitabile.

This Mirror Weighs a Ton ha preso l’identità ormai consolidata degli Interpol e ha provato a renderla nuovamente permeabile.
Andrew Wyatt introduce elettronica, archi, fiati, synth e nuove stratificazioni, e nella maggior parte dei casi questi elementi ampliano le costruzioni della band. Eppure This Mirror Weighs a Ton non vuole cancellare il passato, e secondo me funziona proprio per questo.
Gli Interpol hanno superato da tempo la fase in cui dimostrare di essere una delle band più importanti del post-punk revival. Oggi possono permettersi di guardare indietro, riconoscere il proprio riflesso e decidere quali parti di quell’immagine portare ancora con sé. Il risultato è un album cupo, sperimentale e attraversato da una nuova energia. Uno specchio che deforma l’immagine del gruppo tanto quanto basta per farla sembrare ancora viva.

Tracklist:
01. This Mirror Weighs a Ton (5:12)
02. See Out Loud (4:57)
03. Iron City (4:10)
04. Wounded Soldier (4:11)
05. Wings On Fire (4:15)
06. Ever the Actor (4:54)
07. So Rides the Reindeer (4:16)
08. Darling Thoughts (3:24)
09. Wake Up (4:05)
10. Enemy (4:37)
11. Bird and The Serpent (5:48)
12. Sudden (3:41)

Photo © Elliot Lee Hazel


Sabrina Tolve è con Off Topic dagli esordi, ha scritto di libri e teatro. Oggi si occupa di musica, prediligendo quella politica e sociale. Vive in Irlanda.  

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