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John Cale – Mercy (Double Six /Domino, 2023)

R E C E N S I O N E


Recensione di Arianna Mancini

Lo avevamo lasciato nel 2016 con M:FANS, suo ultimo atto sonoro pubblico. Con quel disco John Cale riportava alla luce una sua vecchia creatura: Music for a New Society (1982), la sua missione personale era quella di attuare una sorta di esorcismo dando una nuova veste al passato, una rilettura e riscrittura dei dieci brani originari con l’aggiunta di tre inediti, tutti cesellati e rimodellati da nuovi e sofisticati arrangiamenti elettronici. In realtà la sua esplorazione dell’elettronica si era già manifestata vividamente in Shifty Adventures in Nookie Wood del 2012, oggi questo nuovo percorso di ricerca si erige a vessillo e John Cale inaugura il nuovo anno pubblicando un nuovo lavoro, Mercy, in uscita il 20 gennaio per Double Six / Domino.

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Gaz Coombes – Turn The Car Around (VMLAS, 2023)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Ammettiamolo, ci abbiamo creduto un po’ tutti quanti alla reunion dei Supergrass. Prima il cofanetto “The Strange Ones 1994-2008”, uscito nel 2020 e comprensivo di (quasi) tutto lo scibile prodotto dalla band, poi il tour celebrativo che, causa pandemia, si è protratto per più tempo rispetto al dovuto e ha fatto vivere ai fan speranze che il quartetto fosse impegnato in qualcosa di grosso. In seguito la doccia fredda, con un comunicato stringato che pose fine alle speranze, calmierato dall’annuncio di un nuovo disco dell’ormai ex leader Gaz Coombes. Il nostro eroe è quindi tornato con Turn The Car Around, quarta prova solista, nonché parte conclusiva di una trilogia iniziata con Matador (uscito nel 2015), e proseguita attraverso World’s Strongest Man (del 2018). L’artista ha però scritto e registrato un disco in evoluzione, pensato negli ultimi sette anni e che, a detta di Coombes stesso, “cattura alti e bassi della vita moderna”.

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Iggy Pop – Every Loser (Gold Tooth/Atlantic, 2023)

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Recensione di Andrea Notarangelo

L’Iguana è tornato e lascia il segno. Non giriamoci attorno, qui non si tratta di prendere un nome altisonante e scrivere due righe di conferma, ma di celebrare una delle uscite più interessanti di questo 2023. E siamo solo ai primi di Gennaio. Iggy Pop con Every Loser, suo diciannovesimo album solista, ci propone un ossimoro. Abbiamo nelle nostre orecchie un disco tanto fresco quanto conservatore nel celebrare le proprie radici. Com’è possibile tutto ciò? Semplice. L’artista ci mette la sua grinta, il suo piglio e quella voce manifesto che non invecchia mai a dispetto di un’attitudine punk che vorrebbe vedere i suoi protagonisti morire (metaforicamente), giovani. A far da cornice a questo quadro astratto, abbiamo oggi una formazione di tutto rispetto; l’Iguana infatti si fa accompagnare in questa nuova avventura da Duff McKagan (Guns n’Roses, Velvet Revolver, ecc…), al basso, Chad Smith (Red Hot Chili Peppers), alla batteria e Josh Klinghoffer (storico sostituto di John Frusciate nei Red Hot), alla chitarra.

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Phoenix – Apha Zulu (Loyaute/Glassnote Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

La manifestazione di un ricordo. Siamo nel 2000 e un Fabio Fazio neutrale quanto solo la Svizzera sa esserlo, annuncia all’interno di un suo programma di successo sul calcio, una promettente band francese. In studio compaiono i Phoenix e la loro sintetica If I Ever Feel Better. L’esibizione è, come di consueto in Italia, in playback e si conclude con il conduttore che mostra la copertina iconica di United che riporta un poster della band applicato a un muro da due mani femminili con dita affusolate e uno smalto rosso fuoco. Perché è importante questo momento banale? Semplice. Si trattava della consacrazione definitiva del ‘French Touch’, che, come il Brit Pop inglese non contraddistingue un vero e proprio movimento musicale, ma una comunione d’intenti e la voglia di far emergere a livello internazionale la musica francese di solito relegata ai confini patri, con i Noir Desir come unica eccezione. Dopo gli Air, i Daft Punk, i Cassius, Bob Sinclair, Stardust e anche in un certo senso i Modjo (la loro Lady (Hear Me Tonight), è nel suo piccolo qualcosa di clamoroso), ecco giungere questi quattro ragazzi con l’offerta più rock del lotto. La band di Thomas Mars (leader del gruppo, voce e percussioni), Deck d’Arcy (basso e tastiere), Laurent Brancowitz (chiarre e tastiere) e Christian Mazzalai (chitarra ritmica), riuscì con quel disco nell’intento di combinare il matrimonio perfetto tra musica disco e pop rock raffinato. Oltre vent’anni dopo, questo nuovo Alpha Zulu sembra volere riesplorare i vecchi fasti e far tesoro delle lezioni precedenti per comprendere cosa non ha funzionato nei dischi passati e ripartire al meglio.

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Ataraxic Void – EP #One (Autoproduzione, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Il quartetto lombardo degli Ataraxic Void, di recente formazione, propone la sua prima prova EP #One, debutto in forma digitale che presenta un’interessante connubio di generi che hanno caratterizzato gli anni ’90. È musica di ottima fattura che non tende a riproporre in toto i tempi che furono, ma attraverso movimenti dilatati e a qualche passaggio in chiave prog, creano sicuramente aspettativa per una prima prova sulla lunga distanza.

Sad Spring ci accoglie con un elegante arpeggio e una voce limpida che riprende nel cantato gli Alice in Chains, quelli veri, nel loro ultimo periodo nel quale Jerry Cantrell assunse sempre più l’onere e l’onore delle parti vocali. E questo, non è certo un difetto, dacché concede al pezzo una certa influenza seventies che mi fa pensare ad un ascolto ben attento dei Genesis, fino a quando il pezzo si elettrizza e la sezione ritmica entra con una certa prepotenza per donare alla canzone una svolta inaspettata. Se proprio si vuole trovare un difetto, in un’esecuzione quasi perfetta, è il ‘yeeah’, che suona come un cliché. La canzone si conclude con un rientro acustico che dona al brano una certa circolarità. La ‘primavera triste’ del titolo è un riferimento al 2020 e alla pandemia che, volente o nolente, ci ha condizionato tutti.  

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P.J. Harvey – B Sides, Demos & Rarities (UMC / Island Records, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Ecco un’uscita che sicuramente farà la felicità di tutti i fan della “Vecchia PJ”, anzi, di tutti i fan della buona musica. Dopo trent’anni di onorata carriera, Polly Jean decide di mettere ordine nei suoi cassetti rilasciando un’antologia davvero interessante. Questo B-Sides, Demos & Rarities triplo cd pieno di lati b, demo e rarità, sarà la manna di tutti i collezionisti e un regalo di Natale anticipato che ci si può fare per ricostruire, poco alla volta, il percorso artistico di una musicista prolifica e fondamentale. L’inizio è col botto, le prime cinque tracce sono dei demo estratti dai primi due dischi e rappresentano il primo EP realizzato per il progetto PJ Harvey. Ebbene sì, prima di mettersi ufficialmente in proprio, questa era la ragione sociale di un progetto che comprendeva, oltre a PJ, anche Rob Ellis (batteria e harmonium), e Steve Vaughan (basso). Ed è così che si torna ad apprezzare una versione grezza dell’imprescindibile Dry tratta dall’omonimo album di debutto. A tal proposito, Polly Jean dichiara: Dry è stata una delle prime canzoni di successo che ho scritto. Non ne avevo scritte molte, forse cinque o sei e mi sedevo e le suonavo a qualsiasi amico che volesse ascoltarle. Da sempre raccoglievo parole e frasi in un quaderno e quando mia mamma acquistò per me una chitarra acustica venduta da una sua amica, mi sembrò naturale provare a cantare le parole che avevo scritto ed è così che tutto è iniziato. John Parish mi aveva dato all’epoca una prima lezione sull’utilizzo di un 4 piste e questa è stata una delle prime registrazioni che ho fatto da sola.

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Dungen – En Är För Mycket Och Tusen Aldrig Nog (Mexican Summer, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Il ritorno dei Dungen dopo sette anni di attesa è una di quelle sorprese che scalda il cuore di quanti amano una buona musica suonata da musicisti talentuosi e che non hanno paura di sperimentare. E a proposito di ‘paura’, non fatevi prendere dall’agitazione perché questo decimo album della band svedese prevede una sperimentazione inversa. La psichedelia questa volta fa solo da patchwork e collega delle tracce che sono molto più vicine al pop di quanto ci si possa aspettare. Non bisogna farsi trarre in inganno. I giochi di chitarre e tastiere sono sempre bene presenti come si potrà notare nella traccia di apertura Skövde che emana luce da tutti i pori con quella conclusione flautistica e aperta a quanto accadrà nello scorrere dei titoli successivi. Una batteria marcata ci introduce Om Det Finns Något Som Du Vill Fråga Mig, seconda traccia dall’incedere ritmato e melanconico allo stesso tempo. La voce del capo progetto Gustav Ejstes è in forma smagliante, ma è tutta la band che si trova in stato di grazia e questo è ben evidente in Nattens Sista Strimma Ljus, canzone scelta come singolo e che spicca per luce ed energia.

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Leatherette – Fiesta (Bronson Recordings, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Esordio fulminante degli italianissimi Leatherette. I “Similpelle” sono un quintetto che ben rappresenta l’attitudine punk aggiornata agli anni 20 del ventunesimo secolo. È un ventaglio di riferimenti questo Fiesta, un progetto carico di influenze assimilate e rielaborate in una chiave molto personale. È possibile sentirsi parte di una calavera messicana nella quale i Clash si mescolano agli spaghetti western di morriconiana memoria? La risposta è sì e potrete ascoltare Thin Ice per maggiori dettagli. L’ottava traccia, infatti, è un’esplosione di colori e di chitarre graffianti, mentre l’incedere tremolante gli dona la polvere e quel giusto sapore di vissuto. Da tanto però non si sentiva qualcosa di così immediato, che ti costringe a lasciare il dischetto nel lettore e riprodurlo all’infinito. So Long, la seconda traccia dell’album, è un’esplosione di energia e ricorda nelle sfumature alcune rock band inglesi di inizio secolo che a sua volta riprendevano gli stilemi new wave anni ’80, aggiornandoli in maniera definitiva. L’art rock entra in modo preponderante nella veloce Fly Solo, canzone figlia dei Wire di Colin Newman e dello stravolgimento musicale.

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Atto Seguente – Following Figures (Dirty Beach / SAC, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Andrea Vernillo, in arte Atto Seguente, pubblica, a un anno di distanza dall’EP The Moment Before, il suo esordio sulla lunga distanza Following Figures. L’amore dichiarato per i Radiohead è ben evidente in apertura con la traccia Demon, nella quale si può riconoscere una chiara influenza del loro periodo elettronico. Per dare qualche coordinata, la partenza ci fa decollare verso un mondo che mostra affinità con Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box, traccia di apertura di Amnesiac. Dopo la caotica Living Up To Your Time, seconda traccia di chiara matrice Aphex Twin, il disco prende una svolta inaspettata inserendo una marcia in più con la successiva Never Conscious. La voce di Andrea è ben dosata, mai invadente e si lascia apprezzare in piccoli frammenti.

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