R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

I Travis fanno parte di quella piccola grande epopea musicale imperante nella Perfida Albione tra gli Anni ’90 e i 2000. Per la precisione, la band capitanata da Fran Healy è entrata in seconda battuta, dalle retrovie, riuscendo comunque a ritagliarsi il loro spazio dopo che Oasis e Blur si erano contesi i premi messi in palio dalla famosa Battle of the band. Dopo un inizio acerbo ma interessante con Good Feeling (1997), i nostri si sono distinti con due dischi di notevole fattura quali The Man Who (1999) e The Invisible Band (2001), i quali hanno instillato linfa vitale ad una proposta pop fin troppo stanca attraverso uno stile bohémien, all’apparenza povero nella presenza scenica ma ricco di contenuto. E quella scelta melanconica, a tratti loser, in tempi non sospetti ha pagato. Così in contrasto con le Rock’n’Roll Star professate dagli Oasis, l’atteggiamento di nicchia e sensibile di chi si chiede “perché piove sempre su di me?”, raccolse il plauso dei più. Quando il futuro sembrava ormai segnato e i Travis sarebbero dovuti diventare dei Coldplay in termini di fama, ecco la caduta in picchiata dovuta a una proposta musicale che non è riuscita a rinnovarsi.

Oggi abbiamo tra le mani il nuovo L.A. Times, e sembra un tentativo di voler rinverdire i fasti, creare un trait d’union con quel passato glorioso e al contempo rinnovare e aggiornare il proprio sound. In pratica, la strada imboccata va in direzione opposta rispetto ad esempio a band quali gli Arctic Monkeys di The Car, come abbiamo avuto di parlarne un paio di anni fa (potete leggere qui), oppure l’ultimo dei Cast, uscito quest’anno e qui recensito (da leggere qui). In questi due casi si tratta di gruppi che non si accontentano di riproporre il proprio lavoro di buon artigianato, ma osano cercando un rinnovo della propria proposta senza snaturare il proprio suono.

Fatta la dovuta premessa, Bus viene introdotta con una tastiera evocativa, a tratti orientaleggiante che ci lascia l’impressione di aver ripreso un discorso in sospeso dopo qualche attimo di attesa. Ed ecco arrivare la base malinconica ben cadenzata da una batteria semplice in aria new wave che ben supporta l’arpeggio continuo e la voce liquorosa di Healy. La prima novità “americana”, se così possiamo dire, è il secondo pezzo in scaletta, quella Raze The Bar che resta incompiuta, a metà strada tra un gospel e una filastrocca. Il pezzo è una celebrazione del Black & White Bar di New York e vede la partecipazione ai cori di Brandon Flowers dei Killers e di Chris Martin dei Coldplay.  La collaborazione scorre come acqua in un ruscello e noi con le mani non riusciamo a trattenerla nemmeno il tempo di una sorsata ristoratrice. Non è fuori luogo ma non verrà ricordata come qualcosa di memorabile. Live It Again ci riporta a territori più affini, con una voce che sa bucare e resta in mente come qualche pezzo dei primi Radiohead, quando Thom Yorke era appena uscito dal college e vedeva un futuro un po’ più roseo rispetto alla svolta post Ok Computer. La doppietta Gaslight con la sua sferzata di allegria attraverso un piano onnipresente e Alive, con i suoi nanana / heyhey rimette sui giusti binari un disco che deraglia spesso tra dubbi e incertezze sulla strada da prendere. Home, il titolo della traccia che segna il giro di boa tra la prima e la seconda parte del disco, trae in inganno, non si tratta infatti di un ritorno nelle highland scozzesi; è più probabile che Fran stia qui narrando episodi della sua attuale dimora losangelina, con un bella voce calda rovinata dagli echi da spiaggia in sottofondo attraverso i corina-a na-a della band e i suoi controcanti pappapararapappapararapapararapappaparara che lasciano una sensazione di un traccia incompiuta utile solo a far aumentare il minutaggio nel disco. I Hope That You Spotaneously Combust scomoda Beck, quello un po’ più imbronciato e nerd che ti conquista con soluzioni lo-fi. Ed è qui che ci si rende conto di come i Travis funzionino meglio quando fanno economia e non si perdono in molti fronzoli. La cullante Naked in New York City flirta con il country attraverso una chitarra slide che supporta una bellissima melodia dell’acustica e viene salvata da una voce perfetta, limpida e giustamente lasciata in primo piano. The River, forse la traccia più corta del disco, ad eccezione della parte vocale, sembra estratta da Mylo Xyloto, il disco multicolor dei Coldplay, e ha il ruolo di aprire le danze all’ultimo pezzo in scaletta, la title track del disco che si apre con un suono di sirene della polizia che vanno a scontrarsi con la melodia perfetta di un piano malinconico uscito da una giornata uggiosa. Sembra la premessa di una canzone memorabile, fino a quando Fran Healy non attacca a cantare un testo assurdo che vorrebbe suonare come un J’accuse al mondo e invece si tramuta in un lieve dolore causato da un graffio di un gatto. I Travis qui rappano e cantano versi senza senso (ma che vorrebbero averlo per ammiccare al pubblico americano e alle lotte di classe), alternati a dei “Fuckin” e dei “la lalalala”. Qualche esempio? “Mi guardo intorno e tutto ciò che vedo è dolore e sofferenza riflessi su 50 sfaccettature di un anello di diamanti. Fata gocciolante, incernierata su una Lambo gialla. Da aviatori a odiatori, fanculo a tutti, sono il fottuto Rambo“.

Si tratta di un disco che fin dal titolo, “Momenti losangelini”, vorrebbe racchiudere scorci della metropoli della città dove vive il leader della band, ma quasi casualmente vira sull’altra parte della costa per raggiungere New York. In questo strano viaggio, a seguire, in una sorta di pentimento, il gruppo torna sui propri passi attraverso alcune basi musicali che li riportano alla soglia del Vecchio Continente. “Confusione” è la parola che sintetizza la decima prova della band scozzese ed è davvero un peccato perché i Travis sono come quei vecchi amici dei quali conosci le grandi potenzialità, ma anche i limiti che li spingono sempre a scegliere la strada sbagliata.

Tracklist:
01. Bus (3:24)

02. Raze the Bar (3:05)
03. Live It All Again (3:24)
04. Gaslight (3:24)
05. Alive (2:49)
06. Home (3:06)
07. I Hope That You Spontaneously Combust (2:19)
08. Naked In New York City (4:23)
09. The River (2:16)
10. L.A. Times (4:08)



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