R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

I Cast sono un caso più unico che raro nel panorama musicale mondiale. La band registrò tre album perfetti in era “brit pop” (termine che utilizzo solo per dargli una collocazione temporale) e, dopo una quarta uscita, tanto coraggiosa quanto sperimentale, denominata Beetroot, abbandonarono le scene. La scomparsa durò una decina d’anni e seguì un nuovo corso con l’uscita di Troubled Time (2011) e il successivo Kicking up the Dust (2017), dischi con i quali inaugurarono una fase più matura e votata a una proposta rock personale. Se i primi album erano legati a un suono chitarristico prorompente e memore delle esperienze Who e Kinks, le uscite recenti hanno messo in luce un carattere più deciso senza snaturare l’opera, che resta da subito riconoscibile grazie alla voce iconica e alla chitarra di John Power. A seguire i suoi sodali Liam Tyson, anche lui chitarrista e il batterista Keith O’Neil. Un caso più unico che raro, dicevamo, in quanto come band avrebbero potuto anche non esistere; sì perché John Power, leader del gruppo, faceva parte dei La’s, la band che condivideva con Lee Mavers che registrò l’omonimo debutto del ‘90, ricordato dai più come un album di ottima fattura che faceva presagire un futuro roseo.

Nella raccolta di canzoni era presente There She Goes, un piccolo capolavoro pop che ricordiamo anche a queste latitudini oltre ad altre piccole gemme. Ma la storia è imprevedibile. La lunga attesa da parte di Mavers di dare un seguito a quel disco portò Power ad avviare un nuovo progetto con il quale suonare i pezzi destinati al futuro disco dei La’s. Per il nome della nuova band prese come spunto la frase finale dell’ultimo pezzo inciso nel debutto con il precedente gruppo e che veniva ripetuto nel finale: The change is cast, che può essere tradotto come il cambiamento è avviato. Il resto è storia. Questa premessa è d’obbligo per chi sino ad ora non ha avuto modo di incontrarli, e, mi sento di aggiungere che un po’ l’invidio perché in questo modo potranno osservare sfaccettature differenti procedendo a ritroso nell’ascolto della loro discografia. Veniamo al giorno d’oggi.

I Cast nel 2024 ci introducono per mano nel loro nuovo viaggio attraverso Bluebird, un minuto e mezzo di sola voce e chitarra a metà strada tra il sogno e il risveglio. Come se fossero stati sempre qui con noi ecco travolgerci con First Time Ever, un pezzo nel quale possiamo apprezzare la perfetta amalgama creata dalla voce di Power e dalle parti strumentali dove la chitarra solista di Tyson dialoga a meraviglia con quella di John. A proposito del leader, in questa nuova fatica discografica torna ad occuparsi anche delle parti di basso come accadeva nei La’s. Nel disco precedente, invece, ci aveva pensato direttamente Jay Lewis, degno sostituto dello storico bassista Peter Wilkinson, il quale aveva introdotto degli interessanti innesti funk che nella nuova opera risultano accantonati. L’irruenza dei vecchi Cast fuoriesce in The Rain That Falls, una canzone che sembra uscita direttamente dal debutto All Change. Non ho i testi sotto mano ma riesco ad apprezzare il verso so I listen for the rain, upon my window pane/ quindi ascolto la pioggia, sul vetro della mia finestra. Ma in inglese window pane viene pronunciato nel finale come “pain” che significa dolore, creando una figura perfetta nella descrizione di una persona che ascolta il tintinnio della pioggia e riflette sul suo dolore personale. A seguire il trittico che costituisce l’ossatura del disco. Faraway, terzo estratto è forse la canzone più diretta e immediata mai scritta dalla band. Molto semplice ma completata da una chitarra solista in sottofondo che getta una cascata di arpeggi e crea una cornice perfetta fino all’assolo in chiusura che impreziosisce la canzone. Love You Like I Do è invece il secondo singolo uscito e suona proprio come una dichiarazione di intenti piuttosto sfacciata. Ti amo a modo mio è il verso ripetuto da Power e mi ricorda per praticismo un’altra band inglese, alfiere del brit pop, quegli Oasis che nel ’97 cantavano in Stand by Me: “Resta con me, nessuno sa come andrà a finire”. Love Is The Call, oltre ad essere il primo singolo uscito è anche la title-track dell’album. L’inno all’amore è sostenuto da un ottimo dialogo tra la batteria di O’Neill e il basso di Power, ma i versi narrati sono tutt’altro che struggenti. Il protagonista sa che l’amore lo avvolgerà per tutta la durata della sua esistenza. L’amore è la chiamata e, in questo inno alla vita, chiede di avere ancora un suo sguardo e un suo bacio prima della fine inevitabile. “Qualunque cosa tu dica, l’amore è la chiamata /grida pure un nome, perché l’amore è la chiamata. Non dimenticarlo mai, l’amore è la chiamata“. Starry Eyes viaggia sempre in lidi pop ma è una canzone completamente diversa da quanto fatto in passato dai Cast, così come la successiva I Have Been Waiting e a pensare alle dichiarazioni del leader del gruppo rilasciate il mese scorso, e cioè che questo Love Is The Call potrebbe essere l’ultimo disco della band, fa venire un groppo in gola. Il gruppo risulta infatti più compatto che mai e la produzione lasciata alle sapienti mani di Youth (membro fondatore dei Killing Joke nonché collaboratore di Paul McCartney nei Fireman), farebbe presagire a una collaborazione più che vincente per il futuro. La conclusione del disco è lasciata alla doppietta di ballad Time Is Like a River e Tomorrow Call My Name. Partendo dalla seconda, collocata correttamente a fine disco, nei ripetuti “you know it’s gonna be alright / sai che andrà tutto bene” ho risentito nell’andamento qualcosa dei Verve di Urban Hymns. Il mood è il medesimo, si tratta di un inno rassicurante e carico di speranza. Nella precedente canzone, invece, la quale a mio parere rappresenta il culmine del disco, ho potuto apprezzare un netto discostamento dal passato e la melodia di tromba collocata verso la fine del pezzo regala un’atmosfera malinconia che mi fa pensare alla corsa spensierata dei tre bambini della copertina, curiosi di capire cosa ha in serbo per loro la vita. Il tempo è come un fiume, raccontano i Cast, e noi, non possiamo far altro che credergli e sederci sulla sponda in compagnia di queste canzoni, con la speranza che un nuovo album sia presto all’orizzonte.

Tracklist:
01. Bluebird (1:30)
02. First Smile Ever (4:35)
03. The Rain That Falls (4:29)
04. Faraway (5:09)
05. Love You Like I Do (4:23)
06. Love Is The Call (3:44)
07. Starry Eyes (3:55)
08. I Have Been Waiting (3:15)
09. Look Around (2:40)
10. Time Is Like A River (4:13)
11. Tomorrow Call My Name (4:14)

Photo © Indie Images Photography



Una risposta a “Cast – Love Is The Call (Cast Recordings, 2024)”

  1. […] (potete leggere qui), oppure l’ultimo dei Cast, uscito quest’anno e qui recensito (da leggere qui). In questi due casi si tratta di gruppi che non si accontentano di riproporre il proprio lavoro di […]

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