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Andrea Notarangelo

Phoenix – Apha Zulu (Loyaute/Glassnote Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

La manifestazione di un ricordo. Siamo nel 2000 e un Fabio Fazio neutrale quanto solo la Svizzera sa esserlo, annuncia all’interno di un suo programma di successo sul calcio, una promettente band francese. In studio compaiono i Phoenix e la loro sintetica If I Ever Feel Better. L’esibizione è, come di consueto in Italia, in playback e si conclude con il conduttore che mostra la copertina iconica di United che riporta un poster della band applicato a un muro da due mani femminili con dita affusolate e uno smalto rosso fuoco. Perché è importante questo momento banale? Semplice. Si trattava della consacrazione definitiva del ‘French Touch’, che, come il Brit Pop inglese non contraddistingue un vero e proprio movimento musicale, ma una comunione d’intenti e la voglia di far emergere a livello internazionale la musica francese di solito relegata ai confini patri, con i Noir Desir come unica eccezione. Dopo gli Air, i Daft Punk, i Cassius, Bob Sinclair, Stardust e anche in un certo senso i Modjo (la loro Lady (Hear Me Tonight), è nel suo piccolo qualcosa di clamoroso), ecco giungere questi quattro ragazzi con l’offerta più rock del lotto. La band di Thomas Mars (leader del gruppo, voce e percussioni), Deck d’Arcy (basso e tastiere), Laurent Brancowitz (chiarre e tastiere) e Christian Mazzalai (chitarra ritmica), riuscì con quel disco nell’intento di combinare il matrimonio perfetto tra musica disco e pop rock raffinato. Oltre vent’anni dopo, questo nuovo Alpha Zulu sembra volere riesplorare i vecchi fasti e far tesoro delle lezioni precedenti per comprendere cosa non ha funzionato nei dischi passati e ripartire al meglio.

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Ataraxic Void – EP #One (Autoproduzione, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Il quartetto lombardo degli Ataraxic Void, di recente formazione, propone la sua prima prova EP #One, debutto in forma digitale che presenta un’interessante connubio di generi che hanno caratterizzato gli anni ’90. È musica di ottima fattura che non tende a riproporre in toto i tempi che furono, ma attraverso movimenti dilatati e a qualche passaggio in chiave prog, creano sicuramente aspettativa per una prima prova sulla lunga distanza.

Sad Spring ci accoglie con un elegante arpeggio e una voce limpida che riprende nel cantato gli Alice in Chains, quelli veri, nel loro ultimo periodo nel quale Jerry Cantrell assunse sempre più l’onere e l’onore delle parti vocali. E questo, non è certo un difetto, dacché concede al pezzo una certa influenza seventies che mi fa pensare ad un ascolto ben attento dei Genesis, fino a quando il pezzo si elettrizza e la sezione ritmica entra con una certa prepotenza per donare alla canzone una svolta inaspettata. Se proprio si vuole trovare un difetto, in un’esecuzione quasi perfetta, è il ‘yeeah’, che suona come un cliché. La canzone si conclude con un rientro acustico che dona al brano una certa circolarità. La ‘primavera triste’ del titolo è un riferimento al 2020 e alla pandemia che, volente o nolente, ci ha condizionato tutti.  

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P.J. Harvey – B Sides, Demos & Rarities (UMC / Island Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Ecco un’uscita che sicuramente farà la felicità di tutti i fan della “Vecchia PJ”, anzi, di tutti i fan della buona musica. Dopo trent’anni di onorata carriera, Polly Jean decide di mettere ordine nei suoi cassetti rilasciando un’antologia davvero interessante. Questo B-Sides, Demos & Rarities triplo cd pieno di lati b, demo e rarità, sarà la manna di tutti i collezionisti e un regalo di Natale anticipato che ci si può fare per ricostruire, poco alla volta, il percorso artistico di una musicista prolifica e fondamentale. L’inizio è col botto, le prime cinque tracce sono dei demo estratti dai primi due dischi e rappresentano il primo EP realizzato per il progetto PJ Harvey. Ebbene sì, prima di mettersi ufficialmente in proprio, questa era la ragione sociale di un progetto che comprendeva, oltre a PJ, anche Rob Ellis (batteria e harmonium), e Steve Vaughan (basso). Ed è così che si torna ad apprezzare una versione grezza dell’imprescindibile Dry tratta dall’omonimo album di debutto. A tal proposito, Polly Jean dichiara: Dry è stata una delle prime canzoni di successo che ho scritto. Non ne avevo scritte molte, forse cinque o sei e mi sedevo e le suonavo a qualsiasi amico che volesse ascoltarle. Da sempre raccoglievo parole e frasi in un quaderno e quando mia mamma acquistò per me una chitarra acustica venduta da una sua amica, mi sembrò naturale provare a cantare le parole che avevo scritto ed è così che tutto è iniziato. John Parish mi aveva dato all’epoca una prima lezione sull’utilizzo di un 4 piste e questa è stata una delle prime registrazioni che ho fatto da sola.

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Dungen – En Är För Mycket Och Tusen Aldrig Nog (Mexican Summer, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Il ritorno dei Dungen dopo sette anni di attesa è una di quelle sorprese che scalda il cuore di quanti amano una buona musica suonata da musicisti talentuosi e che non hanno paura di sperimentare. E a proposito di ‘paura’, non fatevi prendere dall’agitazione perché questo decimo album della band svedese prevede una sperimentazione inversa. La psichedelia questa volta fa solo da patchwork e collega delle tracce che sono molto più vicine al pop di quanto ci si possa aspettare. Non bisogna farsi trarre in inganno. I giochi di chitarre e tastiere sono sempre bene presenti come si potrà notare nella traccia di apertura Skövde che emana luce da tutti i pori con quella conclusione flautistica e aperta a quanto accadrà nello scorrere dei titoli successivi. Una batteria marcata ci introduce Om Det Finns Något Som Du Vill Fråga Mig, seconda traccia dall’incedere ritmato e melanconico allo stesso tempo. La voce del capo progetto Gustav Ejstes è in forma smagliante, ma è tutta la band che si trova in stato di grazia e questo è ben evidente in Nattens Sista Strimma Ljus, canzone scelta come singolo e che spicca per luce ed energia.

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Leatherette – Fiesta (Bronson Recordings, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Esordio fulminante degli italianissimi Leatherette. I “Similpelle” sono un quintetto che ben rappresenta l’attitudine punk aggiornata agli anni 20 del ventunesimo secolo. È un ventaglio di riferimenti questo Fiesta, un progetto carico di influenze assimilate e rielaborate in una chiave molto personale. È possibile sentirsi parte di una calavera messicana nella quale i Clash si mescolano agli spaghetti western di morriconiana memoria? La risposta è sì e potrete ascoltare Thin Ice per maggiori dettagli. L’ottava traccia, infatti, è un’esplosione di colori e di chitarre graffianti, mentre l’incedere tremolante gli dona la polvere e quel giusto sapore di vissuto. Da tanto però non si sentiva qualcosa di così immediato, che ti costringe a lasciare il dischetto nel lettore e riprodurlo all’infinito. So Long, la seconda traccia dell’album, è un’esplosione di energia e ricorda nelle sfumature alcune rock band inglesi di inizio secolo che a sua volta riprendevano gli stilemi new wave anni ’80, aggiornandoli in maniera definitiva. L’art rock entra in modo preponderante nella veloce Fly Solo, canzone figlia dei Wire di Colin Newman e dello stravolgimento musicale.

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Atto Seguente – Following Figures (Dirty Beach / SAC, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Andrea Vernillo, in arte Atto Seguente, pubblica, a un anno di distanza dall’EP The Moment Before, il suo esordio sulla lunga distanza Following Figures. L’amore dichiarato per i Radiohead è ben evidente in apertura con la traccia Demon, nella quale si può riconoscere una chiara influenza del loro periodo elettronico. Per dare qualche coordinata, la partenza ci fa decollare verso un mondo che mostra affinità con Packt Like Sardines in a Crushd Tin Box, traccia di apertura di Amnesiac. Dopo la caotica Living Up To Your Time, seconda traccia di chiara matrice Aphex Twin, il disco prende una svolta inaspettata inserendo una marcia in più con la successiva Never Conscious. La voce di Andrea è ben dosata, mai invadente e si lascia apprezzare in piccoli frammenti.

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Porcupine Tree @ Mediolanum Forum, Assago (MI) – 24 ottobre 2022

L I V E – R E P O R T


Articolo di Andrea Notarangelo

Un ottobre decisamente caldo accoglie i Porcupine Tree per il loro rientro nelle scene tredici anni dopo l’ultima uscita in studio. La band è in tour per la promozione del nuovo disco, quel Closure/Continuation, che è uscito a giugno, ha diviso i fan, e che in questa tappa meneghina verrà riproposto nella sua interezza in alternanza a pezzi storici del repertorio. Il Mediolanum Forum è tutto esaurito come nelle migliori occasioni e alla temperatura quasi estiva che fa da cornice a questo autunno anomalo, ulteriori tinte calde sono dipinte sugli sguardi di chi ha atteso, con impazienza da un anno, questo momento. La band sale sul palco con disinvoltura ed è proprio Steven Wilson, leader e ideatore del progetto in quel lontano ‘87, che prende parola per scusarsi con il pubblico per l’attesa infinita. I fan lo perdonano da subito, dal momento in cui parte l’attacco di Blackest Eyes, traccia di apertura di quell’album capolavoro che corrisponde al nome di “In Absentia” e che dal 2002 in avanti proietta i Porcupine Tree da ‘stupido sogno’ (per citare l’intro del concerto, Stupid Dream, oltre che titolo di un altro pregevole disco), a fenomeno rock di portata mondiale. Un palazzetto intero raccoglie l’invito a cantare in coro il famoso ritornello I got wiring loose inside my head / I got books that I never ever read / I got secrets in my garden shed / I got a scar where all my urges bled, ma la gente chiude gli occhi e prosegue all’unisono fino al termine del brano. La band si è ripresa il suo pubblico e dai cenni d’intesa con Richard Barbieri e Gavin Harrison (rispettivamente tastierista e batterista storici), si capisce che sarà una serata magica. Come anticipato, Wilson precisa che verranno suonati tutti i brani dell’ultimo disco e infatti, in successione, vengono proposti Harridan, Of the New Day e Rats Return che sono rispettivamente, primo, secondo e terzo brano di Closure/Continuation, nonché singoli promozionali. A giudicare dalla risposta del pubblico si può affermare con certezza che le canzoni sono state ben assimilate e sono già entrate a far parte dell’immaginario collettivo.

 

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Arctic Monkeys – The Car (Domino Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

The Car a suo modo è una riconferma. Gli Arctic Monkeys hanno ribadito che la costante nel lavoro è quella di cercare nuove strade senza avere paura dei passi falsi, dei ripensamenti o di pareri e opinioni della stampa specializzata. Dal debutto Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not del 2006, sono passate tante ere, che, a ben guardare, o meglio dire, a ben ascoltare, sono rappresentate ognuna da un disco diverso. Questa volta, signore e signori, siamo davanti al disco soul di Alex Turner e compagni! Ed è con questa breve introduzione che comunico l’aspetto più significativo di un album non semplice, non immediato ma sicuramente interessante e di ottima fattura. Non si sta prendendo tempo per dare una stroncatura, anzi, ma è evidente che la band ha voluto spiazzare il suo pubblico per creare un’opera elegante e dalle infinite sfaccettature cinematografiche. Il leader, per sua stessa ammissione, non ha idea di come si crei un film, ma conosce bene gli ingredienti e sa che devono esserci diversi elementi da incastrare per far funzionar bene una trama dall’inizio alla fine.

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Pixies – Doggerel (BMG, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Ogni uscita dei Pixies è attesa con gioia e Doggerel non fa differenza. Band idolatrata a fine anni ’80 da quella gioventù sonica alla quale faceva parte anche Kurt Cobain e i suoi Nirvana, dopo tre uscite pioneristiche (ci riferiamo a “Surfer Rosa”, “Doolittle” e all’EP “Come On Pilgrim”), la band si è assestata su un genere unico e non privo d’imitazioni. Dopo un periodo turbolento, culminato con l’abbandono della bassista Kim Deal, la band si sciolse per riformarsi solo in occasioni estemporanee o per l’uscita di qualche raccolta antologica. Per chi è nato per far questo mestiere però, non c’è mai un vero addio, ma soltanto un arrivederci ed è così che i “folletti” sono tornati nel 2014 per riaprire un nuovo corso, più maturo e pieno di vitalità. Il nuovo disco (il quarto della nuova avventura), è una piacevole conferma che ci lascia la voglia di averne sempre un po’ di più. Questa descrizione offre la migliore chiave di lettura per la musica dei re dell’alternative; infatti, come si legge dalla cartella stampa, si scopre che Black Francis (cantante e chitarra acustica), ha portato all’attenzione degli altri membri 40 pezzi finiti, dai quali sono state scelte dodici tracce per una durata complessiva di una quarantina di minuti. In questo formato i Pixies danno il meglio e creano album né lunghi né corti, ma della giusta durata. Un po’ come una buonissima torta della quale tu prendi un paio di fette e sai benissimo che avresti spazio per una terza ma decidi di non abbuffarti.

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