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Andrea Notarangelo

Chvrches – Screen Violence (Virgin Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Per me l’aspetto legato allo schermo è davvero da prendere alla
lettera. Mentre facevamo questo disco ci sembrava di vivere le

nostre vite solo attraverso gli schermi

(Martin Doherty, Chvrches)

I Chvrches arrivano al loro quarto album e oggi non è più possibile considerarli dei promettenti talenti musicali. Abbiamo di fronte dei musicisti con un certo gusto che col trascorrere del tempo cercano una loro via personale al Dream pop. Quella musica sognante che caratterizzò gli anni ’80, si sviluppò in forme più o meno commerciali in un decennio particolare e pieno di cambiamenti sostanziali. Trent’anni dopo, la situazione è talmente simile, da sembrare capovolta in uno specchio. Allora la Guerra Fredda condizionava le persone e ci teneva separati, mentre oggi, l’isolamento è dovuto a cause di tipo sanitario ed è in questa direzione che si muove Screen Violence, cioè l’arte di raccontare la disillusione, la paura e l’isolamento ai giorni nostri. Questo titolo fu un’opzione, poi scartata, per il nome della band e dieci anni più tardi, se ne sono ricordati e lo hanno utilizzato come metafora della società.

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I Hate My Village. A un passo dall’uomo e a un passo dalla bestia per celebrare musica e libertà

I N T E R V I S T A


Articolo di Andrea Notarangelo

Gibbone è il nuovo EP degli I Hate My Village, progetto nato dalla voglia di sperimentazione di Marco Fasolo (Jennifer Gentle), Fabio Rondanini (Calibro 35, Afterhours), Adriano Viterbini (Bud Spencer Blues Explosion) e Alberto Ferrari (Verdena). Dopo l’omonimo album d’esordio del 2019, che ha destato un certo interesse per l’originalità della miscela creata e il sapiente utilizzo dei più disparati ingredienti, eccoli ora tornare con una nuova amalgama psichedelica, condita da musica etnica e blues. Ma le definizioni, non rendono mai giustizia e restano solo un bell’esercizio di stile per chi scrive di musica. La band infatti, ci racconta di come mantiene viva e originale la sua proposta concentrandosi sulla propria attitudine senza badare al risultato. L’innesto di parti noise, care ai quattro, risulta essere una piacevole sorpresa, piuttosto che qualcosa di scontato. Abbiamo avuto l’opportunità di raggiungerli virtualmente per una chiacchierata dal sapore etnografico, dove si è parlato di linguaggio, ritmo, suono e libertà.

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Montmasson – Un’eredità (Autoproduzione, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Montmasson, al secolo Daniele Nava, è un cantautore. Né giovane, né vecchio, si trova in “quel mezzo del cammin di nostra vita…” caro a Dante. La sua è una riflessione sul tempo messa in musica, si tratta della sua personale Ricerca del tempo perduto, di proustiana memoria.
Daniele guarda al futuro, col vivo ricordo di quel che è stato. In questo è rivelatrice Vette, canzone nella quale svela la chiave di lettura della sua opera, con i versi “Trovarsi a metà, forse è una condizione che non se ne va”. Il mezzo del cammin porta maturità e con essa, una serie di ricordi e rimpianti, così come in 15 Giorni Di Ferie, storia di una vacanza tra le mura di Roma, nelle quali ha conosciuto qualcuno che avrebbe potuto essere importante. Nella canzone aggiunge: “So che per voi aspettare stanca, ma il tempo lo perdo io”. La condizione di attesa logora chi è in fila, ma non lui, che l’accetta come un rito sacro. E la citazione di Roma mi riporta a un certo cantautorato fine anni ’90 di scuola Tiromancino (La Descrizione Di Un Attimo), proseguita nella delicatezza del Riccardo Sinigallia solista (Incontri a metà strada).

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