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Andrea Notarangelo

Cat Power – Covers (Domino, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

La realtà delle cover, è un po’ come la giungla descritta da Rudyard Kipling nel suo famoso romanzo: misteriosa. Si tratta di un mondo sacro e profano allo stesso tempo, in quanto, confrontarsi con un brano altrui, significa averne interiorizzato il concetto per poter poi imprimere qualcosa di proprio e trasmettere un nuovo e più approfondito messaggio. Solo ed esclusivamente con questa formula, una canzone o un’intera selezione di cover, risulterà vincente. Per chi scrive, la riproduzione fine a se stessa non ha senso di esistere. Fatta la dovuta premessa, presentiamo la nuova uscita di Chan Marshall, al secolo Cat Power, un’artista poliedrica, abituata a vestire brani altrui con il proprio tocco personale. Covers non è il primo esperimento in tal senso, nella sua carriera Cat Power ha già dedicato due interi dischi alla riproposizione di brani. Quest’ultimo lavoro è stato preceduto da Jukebox (del 2008) e The Covers Record (del 2000), album che si apriva con la famosa (I Can’t Get No) Satisfaction (del duo Rollingstoniano Mick Jagger/Keith Richards), completamente spogliata della carica aggressiva e resa lunare da una sola chitarra ripetitiva e affascinante come un cielo notturno pieno di stelle. E a proposito di Rolling Stones, l’artista li omaggia nuovamente con un’emozionante versione di You Got The Silver, reperibile però solo nell’edizione giapponese. Questo è lo spirito con il quale Chan Marshall affronta il non facile compito di appropriarsi di una canzone altrui e renderla al 100% Cat Power.

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Failure – Wild Type Droid (Failure Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

I Failure sono un trio anomalo. Nati a inizio anni ’90, in piena era grunge, sono riusciti a sin da subito a prendere le distanze da sonorità, ormai considerate mainstream, e da pseudo scene utilizzate dalla critica che cercava a tutti i costi di catalogare e collocare qualsiasi progetto musicale. Prova ne è il fatto che la band ha forse più contatti con il noise e la rumoristica (per il sapiente utilizzo degli effetti), rispetto al grunge imperante. Ken Andrews e Greg Edwards (più tardi coadiuvati dal batterista Kellii Scott), trovarono invece una via personale e sperimentale. Avendo già le idee chiare sulla forma da dare alla loro sostanza, dopo l’esordio Comfort del 1992, archiviarono l’esperienza in studio avuta con il mitico produttore Albini, per scommettere su sé stessi. Con Magnified del 94, posero le basi per quel Fantastic Planet che, due anni dopo, avrebbero mostrato i Failure per quello che sono: una formazione unica ed esplosiva nel suo genere. Ma la Musica (quella con la “M” maiuscola), tende a dar ragione ai posteri ed è così che la “lezione Failure”, venne accolta e sviluppata dalle generazioni a venire, lasciando i veri padri fondatori un po’ in sordina. Dopo vari progetti interessanti e più o meno solisti (tra i quali non si può fare a meno di ricordare gli Autolux di Greg Edwards), la band tornò in tutto il suo splendore e riprese là dove si era fermata.

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Madee – In The Cold Season (BCore Disc, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Madee è un nome da tenere a mente. Se provate a digitare il termine sul web, potrebbe capitarvi che qualche motore di ricerca, lo modifichi senza tanti preavvisi in “Madre”. L’assonanza induce a pensare a qualcosa di bello, protettivo, caldo e a dirla tutta, sono le prime sensazioni che comunica il nuovo disco della band spagnola. In questo “In The Cold Season”, sesto capitolo di materiale inedito della loro discografia, arrivato a noi dopo una pausa durata quattordici anni, è presente quanto di buono ha prodotto la post new wave negli anni ’80 e ’90, ma aggiornato ai giorni nostri. Sezione ritmica potente, con un basso sovraesposto, e arpeggi di chitarra a profusione; in questo modo veniamo accolti da Drinking Wine From A Paper Cup, immaginandoci fuori stagione su una spiaggia, mentre ci passano un po’ di vin brulé. Oppure, trattandosi di un gruppo catalano, di un bel bicchiere di sangria, versato senza troppi fronzoli in un bicchierino di carta.  

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Andorra – Andorra (April Records, 2021)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Gli Andorra, sorprendono e incuriosiscono fin da subito. Gli esperimenti fusion di questo quintetto danese hanno più a che fare col rock, rispetto al jazz e la loro ragione sociale, tradisce un non so che di mediterraneo. La musica rimanda a un viaggio sulla lunga costa francese, che giunge ai Pirenei fino al piccolo staterello indipendente incastonato tra Francia e Spagna e dal quale il combo prende il nome. Non è assolutamente messa in discussione la tecnica di Peter Kohlmetz Møller, Mads la Cour, Simon Krebs, Nikolaj Bundving e Morten Jørgensen; i nostri giovani ex studenti del Conservatorio di Funen, a Odense, dopo diverse esperienze in collettivi più o meno quotati, hanno deciso di far nuovamente ricongiungere le loro strade, per dar vita a una musica di ampio respiro e dilatata nei suoi passaggi sonori.

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Lacinskij – The Re-cover Session Vol. I (Doremillaro [sb]Recs, 2021)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Giuseppe Schillaci, musicista, produttore discografico e ingegnere del suono, in arte Lacinskij, torna a due anni di distanza da Sound[e]scaping vol. I, un album influenzato dalla musica elettronica contemporanea e dalla musica dei videogiochi dell’era a 16 bit. In questo nuovo progetto, denominato The Re-cover Session Vol. I, il musicista catanese si dedica alle cover, omaggiando artisti della musica italiana e internazionale. Ma non lo fa da solo, il musicista accoglie nella sua nuova avventura discografica, amici cantautori che si mettono alla prova con dei pezzi a loro affini. Il progetto di Schillaci lascia ampia libertà ai suoi colleghi, i quali, hanno potuto reinterpretare brani a proprio piacimento, personalizzando di fatto musica e testi. In questo progetto di disco solo digitale, possiamo incontrare canzoni, sulla carta molto distanti tra loro, appartenenti ad artisti quali Adriano Celentano, Marco Masini, Freak Antoni e i Motorpsycho, ma, per le quali, i trattamenti di Lacinskij rendono omogenee e aggiornate all’anno di grazia 2021.

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Lee Ranaldo – In Virus Times (Mute Records, 2021)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Lee Ranaldo torna con un album solista, seguito di Electric Trim, risalente al 2017. Messo da parte l’approccio rumorista della band madre Sonic Youth, il musicista esce oggi con qualcosa di molto personale. Si tratta della sua rappresentazione in musica di quanto stava accadendo durante il periodo di lockdown che ci ha tenuto isolati. Estraneazione, isolamento, sono le prime sensazioni che ci lascia questo unicum acustico strumentale, il quale non può essere definito “suite” per un semplice motivo: le parti di cui è composto sono caratterizzate da piccole variazioni e non da vere e proprie alternanze ritmiche. Il musicista racconta che questo In Virus Times, è il risultato di un’improvvisazione di una sera del settembre 2020, nella quale si trovava bloccato in casa nella parte bassa di Manhattan. In questa cornice, lo immaginiamo riflettere sulle imminenti elezioni presidenziali statunitensi e su quanto stava accadendo a livello mondiale a causa della pandemia. Ed è così che il buon Ranaldo descrive il suo sforzo strumentale, affermando che la sua qualità minimale riflette il senso di ‘tempo immobile’ che molti di noi hanno sentito.

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Nirvana – Nevermind – 30th Anniversary Edition (Geffen Records, 2021)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Scrivere sui Nirvana a trent’anni dall’uscita del loro capolavoro fa un certo effetto. Chi conosce il disco, lo ha già fatto suo da qualche decennio e oggi lo potrà trovare tranquillamente in casa propria sotto a un lieve strato di polvere. L’incipit è una provocazione e rappresenta bene la realtà dei fatti, in quanto, chi lo acquistò, lo consumò letteralmente e alla fine lo riversò completo nel suo lettore mp3. Chi invece non lo ha mai digerito, lo ha tenuto come oggetto pop di culto. Pochi dischi diventano un “classico” e Nevermind è uno di questi. Tanto per cominciare, la scaletta del primo disco; si tratta delle 12 canzoni originali (13 se si conta la ghost track Endless, Nameless, mai citata come traccia effettiva, ma amata e riproposta più volte dal vivo da Cobain), irrinunciabili e per le quali è davvero difficile premere il tasto e passare alla successiva. Forse è proprio questo che contraddistingue un capolavoro da un disco bello; Nel primo caso si ascolta tutta l’opera senza saltare alcun contenuto, nel secondo, si selezionano quelle canzoni memorabili, che potrebbero far parte della compilation ideale del momento.

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Elbow – Flying Dream 1 (Polydor Records, 2021)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Una grande aspettativa accompagnava l’uscita del nuovo disco degli Elbow. Per la presentazione del nuovo album, Guy Garvey, leader e voce sopraffina della band britannica, sembrava quasi aver messo le mani avanti, indicando quelle che avrebbero potuto essere le loro principali influenze. “Ci siamo resi conto che stavamo realizzando un disco privo delle solite linee guida creative. Amiamo album come gli ultimi dischi dei Talk Talk. Solid Air e Bless the Weather di John Martyn, Is This Desire di PJ Harvey, Chet Baker Sings, Hats dei Blue Nile. Hounds of Love di Kate Bush e Astral Weeks di Van Morrison. Abbiamo sempre scritto canzoni come queste, ma ci è sembrato naturale fare un album che si concentrasse sul lato più intimista della nostra musica. È stata una sfida”. Bene, sciogliamo qualsiasi dubbio prima di procedere. La sfida è stata vinta. Se è pur vero che in ogni opera si può giocare alla ricerca della citazione più o meno velata, nel caso specifico, dopo oltre vent’anni di carriera, possiamo ben parlare di uno stile Elbow e, si tratta di qualcosa che è riconoscibile fin dai primi secondi di ascolto.

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Michael Venturini – Popolare Fuori Moda (Costello’s / Artist First, 2021)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Michael Venturini, al suo esordio discografico dopo anni di gavetta e autoproduzioni, si presenta a questo appuntamento importante con Popolare Fuori Moda, un disco che trabocca di colori e di immagini. Alibò è la traccia di apertura a questo prontuario, un manuale di sopravvivenza alla vita, che ci mette a dura prova nel quotidiano attraverso piccole o grandi lotte. Alibò è però anche il nome del protagonista di questa canzone, ma potrebbe far pensare a degli “alibi” declinati al passato. Il cantautore ci racconta delle storie fatte di pretesti e scuse, anche verso sé stessi e la propria parte giovanile che via via va scemando verso l’età adulta. Questa ironia universitaria del protagonista carico di idee e ambizioni con le quali dovrà fare i conti, non è innovativa, ma è presentata da Venturini in maniera originale.

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