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Andrea Notarangelo

Muse – Will Of The People (Warner Music, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Andrea Notarangelo

Artificiale e artificioso. Il ritorno dei Muse con il nono album in studio non farà gridare al miracolo, ma a ben guardare (anzi, a ben sentire), non è nemmeno una degna conferma. Will Of The People avrà come sempre un generoso riscontro di vendite, ma sono curioso di vedere, sulla distanza, come verrà considerato da pubblico e critica. Per quel che mi riguarda non me ne viene in tasca nulla ma trovo non sia corretto barare e parlare di un gran disco pieno di ottime soluzioni, voce cristallina e strumentazione suonata magistralmente. Faccio quindi una scelta controcorrente e invece di fornire una recensione da sufficienza parlo di cosa non funziona nell’Universo Muse. Partiamo dai presupposti. La band ci tiene con un certo orgoglio a far sapere che quest’ultima fatica è stata interamente autoprodotta. Se la bravura dei musicisti è indiscussa da quella parte del mixer, chi scrive mantiene qualche riserva sulle loro capacità nelle fasi che concorrono a dare corpo all’opera, come ad esempio la registrazione vera e propria e il mixaggio. Nella premessa ho assunto un tono critico del quale mi assumo ogni responsabilità, ma non posso non notare come quest’ultima fatica suoni fin troppo artificiale e impacchettata in un revival Anni ’80 che oggi più che mai va di moda. Intendiamoci, vi sono band come i White Lies che hanno pescato a piene mani da quel periodo, ma hanno conservato una propria anima e, probabilmente, si sono affidati ad addetti ai lavori che non hanno snaturato il suono ma si sono limitati a conservare il mood che desideravano i loro assistiti. Qui invece la mano calcata dai diretti interessati crea un brutto effetto e tutto suona fin troppo patinato.

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Cass McCombs – Heartmind (ANTI- Records, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Soggetto strano Cass McCombs. Se c’è qualcuno che in questi anni ha rappresentato l’America ai livelli di Bruce Springsteen è proprio Cass. Sia ben chiaro, le coordinate in cui si muovono questi Artisti con la ‘A’ maiuscola sono diverse, ma le radici sono le stesse. Il secondo è un rocker affermato, quando lo nomini chiunque sa di chi si parla e il suo stile si riconosce al primo ascolto, caratterizzato da una musica ricca di elementi e piena di vitalità (ad eccezione di Nebraska, suo controverso disco del 1982). Cass è diverso. Vagabondo da sempre in maniera fisica e nell’anima da quando fa il cantautore, racchiude tutte quelle che sono le energie degli States e le elabora con un suo personalissimo gusto. Sia ben chiaro, in Heartmind sua decima uscita (ad esclusione di una raccolta e di un EP), non troverete lo stile ‘Americana’, non troverete il già citato Boss e nemmeno Bob Dylan, eppure, in qualche modo sono tutti qui, frullati in un composto di malinconia che rimanda con la memoria a quegli Stati Uniti pre ‘Ruggine Americana’, quelli pieni di buone intenzioni e con una voglia di metterle in pratica seppur forzando, di tanto in tanto, la mano. Il Nostro cantautore è prima di tutto un vagabondo di sentimenti che ha raccolto frammenti di vita sparsi tra la East e la West Coast. Durante l’11 settembre era presente alla tragedia delle Torri Gemelle e, forse, quell’evento ha scatenato la voglia di allontanarsi fino a San Francisco per incidere il suo debutto in EP “Not The Way”. Ironia della sorte, chi pubblicherà quel dischetto? La piccola etichetta Monitor Records, operativa a Baltimora, dall’altra parte degli States.

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Interpol – The Other Side of Make-Believe (Matador Recods, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Gli Interpol ritornano con la loro settima fatica, The Other Side Of Make-Believe. Il settimo sigillo però non suggella e per chi scrive è davvero un peccato. Da sempre, la band di New York si è dovuta confrontare con un disco, il proprio debutto intitolato Turn On the Bright Lights e uscito giusto vent’anni fa (2002). Da questo confronto non sempre il trio ne è uscito bene. È vero, l’album appena citato era un capolavoro perché introiettava tutti gli stilemi new wave di qualche decennio precedente e li risputava aggiornati ai primi anni duemila con l’innesto di un’urgenza verace che faceva ben sperare per il futuro. Ad essere onesti la stessa sindrome viene condivisa con band affini quali Bloc Party ed Editors, e, se vogliamo essere sinceri fino in fondo, chi ne è uscito bene sono stati proprio i primi, che in questo 2022 hanno rilanciato la propria carriera attraverso il bellissimo Alpha Games.

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Porcupine Tree – Closure/Continuation (Sony Music, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Tredici anni dopo l’ultimo album in studio The Incident, ritornano con prepotenza i Porcupine Tree. La band di Steven Wilson, per l’occasione, ha creato una grande aspettativa e, nell’ultimo momento, ha indotto i fan a un battage mediatico incessante. Il costante rilancio di tutti i misteriosi post della band in rete, ha fatto il resto e oggi abbiamo tra le mani il nuovo Closure/Continuation. Si è parlato molto, già prima dell’uscita, e i quesiti erano tanti. Uno su tutti? Capolavoro o disco scialbo? Alla domanda sul come è avvenuto il processo creativo e compositivo di queste sette nuove tracce (dieci se consideriamo la versione espansa comprensiva di tre bonus track), la band ha risposto che si tratta di canzoni iniziate una decina di anni fa che si sono arricchite col tempo, con l’innesto di dettagli da parte dei tre membri superstiti della band. Con Wilson, infatti, sono ancora della partita anche l’inseparabile tastierista Richard Barbieri e il fenomeno della batteria Gavin Harrison. Quest’ultimo, per tecnica, gusto e scelte stilistiche, per chi scrive può essere considerato a tutti gli effetti il miglior batterista in circolazione (con buona pace di Danny Carey dei Tool e Tomas Haake dei Meshuggah). Possiamo credere a quanto dichiarato dalla band? Non è importante ai fini del giudizio del prodotto finale, ma per quel che mi riguarda, il dettaglio è indispensabile e credo sia proprio l’attenzione maniacale per questo aspetto che faccia la differenza fondamentale tra un buon giudizio e uno equo. Della formazione “tipo”, durante gli anni si sono persi per strada Colin Edwin, semplicemente magistrale al basso e John Wesley (non solo chitarrista ma quasi un quinto membro della band seppur mai in veste ufficiale), e questo farebbe propendere per la veridicità di quanto dichiarato. Dopo l’ultimo album e l’apice toccato in termini di vendite, è difficile pensare a uno scioglimento tout court ed è quindi più probabile immaginare una pressione mediatica e interna che abbiano portato ad una pausa di riflessione e una revisione di priorità da parte di alcuni membri della band mentre si pensava al seguito di The Incident. È invece più probabile che la faccenda si sia svolta in altro modo ed è così che iniziamo a parlare di Closure/Continuation.

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Alanis Morisette – The Storm Before the Calm (Epiphany Music, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

The Storm Before The Calm, nuovo album di Alanis Morisette, è un disco di musica per meditazione e, a prescindere, sarà di difficile trattazione. Motivo? Questo lavoro non è propriamente slegato dalla sua discografia seppur abbia poco in comune con quanto finora pubblicato. Se stessimo parlando di David Sylvian, sarebbe tutto più semplice. L’artista inglese, ad esempio, dopo aver intrapreso un’eccellente carriera solista costruita sulla proposizione di un pop raffinato, si è poco alla volta spostato nei meandri ambient fino a rendere la sua proposta irriconoscibile. Nel caso specifico invece, abbiamo una raccolta di canzoni compatta che si presenta come una proposta meditativa, ma è anche una resa dei conti definitiva con il passato. Per chi conosce abbastanza bene l’artista, qualcosa sa, ma vale la pena tornare indietro nel tempo e immaginare la scena: una cantante e compositrice promettente con due dischi commercializzati nel mercato canadese di provenienza non hanno offerto il risultato sperato. La casa discografica rescinde il contratto lasciando al palo senza poche spiegazioni la musicista. Alanis non molla, conosce le sue potenzialità e sa bene dove vuole arrivare.

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The Dream Syndicate – Ultraviolet Battle Hymns and True Confessions (Fire Records, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

I Dream Syndicate sono un caso più unico che raro di coerenza. In un’epoca di revival e reunion, loro rappresentano l’eccezione alla regola e per questo occorre spendere qualche parola. La band di Steve Wynn fu in passato fiera rappresentante del Paisley Underground, un sottogenere losangelino nato all’inizio degli Anni ’80 che accomunava un discreto numero di band. I tratti distintivi erano la psichedelia sixities e il recupero della strumentazione base rock. In un’epoca di post new wave con sound farciti di synth e tastiere, questi gruppi riuscirono a produrre dei piccoli gioiellini musicali oltre a un culto tenuto in vita da un sottobosco di estimatori che amavano chitarre, assoli imbastarditi col blues e Lou Reed. In quegli anni i Dream Syndicate fecero uscire una manciata di Ep e quattro dischi interessanti, dei quali, almeno due capolavori (il primo The Days Of Wine And Roses del 1982 e il secondo, Medicine Show del 1984), poi lo scioglimento e un parziale oblio. Nel 2017 ecco riaprirsi una nuova fase. Steve Wynn rimette in piedi la band e non lo fa per girare il mondo e portar lustro alla gloria dei tempi che furono. Il gruppo è di nuovo in attività, modifica il proprio suono senza però tradire la psichedelia e così facendo consente a noi ascoltatori di ritrovarci oggi tra le mani il quarto disco del nuovo corso del Sindacato del sogno.

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Liam Gallagher – C’mon You Know (Warner Records, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Sono passati decisamente i tempi del tamburello e di quando Liam Gallagher, voce carismatica, infiammava le platee dei più grandi festival europei e non, alla guida degli Oasis. È vero, in quel caso le guide erano due, suo fratello Noel, il vero comandante in capo che si occupava della sala macchine e lui, simbolo innato di spregiudicatezza che dirigeva il veliero verso nuovi orizzonti e oasi di piacere sempre più ampie di pubblico adorante. Oggi abbiamo davanti una forma nuova, un musicista in crescita costante con la voglia di sperimentare e imparare sia a livello di strumentazione che a livello di cura dei suoni in studio. C’mon You Know, occorre dirlo subito, si presenta come disco più maturo rispetto ai precedenti As You Were del 2017 e Why Me? Why Not. del 2019, e la prima avvisaglia è proprio l’introduzione di More Power, primo pezzo di questa nuova raccolta di canzoni. Voci angeliche ci accolgono con effetto straniante, per un testo maturo nel quale Liam canta “Mother, I’ll admit that I was angry for too long/ Mamma, ammetto di essere stato arrabbiato per troppo tempo” dove è impossibile non rilevare una nota autobiografica.

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Wilco – Cruel Country (dBpm Records, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Succede raramente di assistere a storie d’amore tanto durature quanto appassionate come quella che coinvolge i Wilco e i suoi fan. Quasi nessuna sbavatura, aspettative confermate ad ogni nuova uscita e anniversari festeggiati con ricche sorprese e cotillon, attraverso ristampe che rendono felici estimatori e collezionisti di musica. Quindi tutto bene? Forse, ma in ogni storia degna di questo nome, c’è sempre un momento di riflessione che riporta col pensiero alle origini, al come eravamo e come siamo arrivati fin qui. Nella loro quasi trentennale carriera, questi musicisti possono vantare un’innumerevole quantità di generi affrontati che spaziano dal rock più sperimentale (derive kraut rock comprese), a quello definito più comunemente come alternative e da qui il country. Ecco l’abbiamo detto. Il country. Jeff Tweedy, leader della band, per sua stessa ammissione ha sempre mal digerito questa parola, anche se non ne esiste una migliore per definire il fulcro del suo progetto artistico. Ironia della sorte. La musica degli Uncle Tupelo, il suo primo progetto, ne era impregnata e il successivo sviluppo della stessa portò di fatto allo scioglimento della seminale formazione dell’Illinois. I Wilco, sua successiva reincarnazione, ripresero il percorso di mescolanza delle radici folk rock e country nell’intento di sviluppare un nuovo suono, unico e inconfondibile. Ed eccoci arrivati ai giorni nostri.

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Belle And Sebastian – A Bit of Previous (Matador Records, 2022)

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Recensione di Andrea Notarangelo

Quando Belle incontra Sebastian è amore a prima vista. Tutti ricordano il cartone animato che raccontava la storia d’amicizia tra il piccolo orfano Sebastien e il suo bellissimo cagnolone bianco Belle. Amore a prima vista fu anche quello che coinvolse il nucleo principale della band costituito nel 1994 dagli amici del College Stuart Murdoch e Stuart David. Dopo diversi demo e la pubblicazione del loro debutto Tigermilk, ancora oggi loro personale capolavoro, quello che era nato come un progetto estemporaneo divenne una band vera e propria. Dalla dipartita di David, questa piccola orchestra di 6/7 elementi fu coadiuvata da Stuart Murdoch e da allora ha deliziato i palati più fini di quanti erano rimasti orfani (per l’appunto) degli Smiths. Ma far ricondurre I Belle And Sebastian a una copia della band mancuniana sarebbe riduttivo oltre che ingiusto poiché i riferimenti sono altri. Ma ci arriveremo. A Bit Of Previous, nuovo album della band, è stato interamente registrato a Glasgow, loro città natale, dato che il progetto originale di emigrare a Los Angeles venne stravolto dalla pandemia in atto nel 2020. Per questo motivo il nuovo disco risulta essere il primo interamente concepito e registrato nella madrepatria dai tempi di Fold Your Hands Child, You Walk Like a Peasant, realizzato nel 2000, alle soglie del Ventunesimo secolo.

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