I N T E R V I S T A


Articolo di Andrea Notarangelo

Cava è l’esordio sulla lunga distanza di Temo Babila, al secolo Antonio Intini, giovane musicista sperimentale che ha da poco pubblicato questo concept album. Si tratta di un’opera ambientata nella terra delle gravine, tra Lucania e Murgia e vede coinvolti dei ragazzi in escursione, che decidono di addentrarsi in un paesaggio boschivo che conduce ad una cava di calcarenite. Incuriositi, accedono in questo antro e vivono un’esperienza forte che li porta agli estremi. I cinque protagonisti (ogni traccia porta il nome di un attore coinvolto), faranno i conti con sé stessi, con le loro paure, fino a raggiungere uno stato di coscienza personale che li porta a depurarsi fino a divenire solo spirito. L’album, intenso e struggente, merita un ascolto attento e un ulteriore approfondimento. Abbiamo pertanto posto ad Antonio qualche domanda per sapere qualcosa di più su Cava e sul suo progetto.

Il progetto nasce nel 2021 con Francesco Gigante e Sergio Rossano. Insieme registriamo e pubblichiamo tre inediti di cui uno, Eclissi di Babila, prende il nome dal gatto randagio che viveva fuori dal nostro studio, e in qualità di essere innocente ancor più ignaro di noi in merito alle questioni legate all’esistenza, ha ispirato i nostri testi e le nostre storie. Alla fine, abbiamo dedicato a lui anche il nome della band. Un anno dopo gli altri due membri si trasferiscono nel nord Italia per motivi di studio e io inizio a dedicarmi da solo a un album, resto al lavoro per tre anni e poi, grazie all’aiuto di Dischi Uappissimi e di Antonio Conte pubblico Cava, primo disco del progetto. Non ho vissuto l’allontanamento degli altri due membri come uno scioglimento, bensì come una sorta di evoluzione di formazione, e così non ho dovuto intraprendere un nuovo percorso solista e ricominciare tutto da capo. Oggi sul palco con me ci sono Sergio e Francesco, e oltre Cava portiamo anche i vecchi brani. Inoltre, alla formazione live si sono aggiunti Fabio Fusillo e Silvia Fiume.

Si, è così. Soltanto che non tutti hanno paura dei vermi, come nel caso di Palelle; infatti, lui il verme ce l’ha dentro e si scaverà il petto fin quando non lo avrà tirato fuori. Trattandosi di paura, questo verme non esiste e la foga di Palelle avrà fine soltanto alla fine della propria esistenza. Per gli altri le paure sono diverse, nel caso di Enne “la pioggia di vermi” è legata a fattori esterni e non direttamente a sé, inoltre lei sarà l’unica a riuscire a salvarsi fuggendo dalla cava. Per gli altri, le paure sono l’abbandono, il tempo, la fine dell’amore, la morte, e si manifestano in forme differenti dal simbolo del “verme”. Ognuno a seconda della propria natura si trova a dover farei conti con la propria indole, esternandosi dalla civiltà o addirittura dalla forma umana stessa, fino alla morte.

Siamo tutti “punti vuoti in mezzo al niente”, noi esseri umani non serviamo a niente, l’ecosistema e l’universo sopravviveranno benissimo senza di noi, senza le nostre sensazionali invenzioni e i nostri cambiamenti. Con questo non voglio dire che dovremmo fermarci e annichilirci, voglio dire che il significato nella vita che ognuno di noi ricerca è diventato più pretenzioso, ha dei requisiti sempre più elevati per stare al passo coi tempi, requisiti spesso troppo artificiali, il dover diventare necessariamente qualcuno, ci sono troppi numeri e sempre meno spirito. Cava vuole denunciare chi esce fuori dalla Caverna di Platone, conosce la luce e inizia a rinnegare le ombre. Inoltre, i ragazzi che entrano in cava non ricercano necessariamente qualcosa, l’ingresso nasce quasi come una banalissima escursione, come ne avvengono a centinaia ogni giorno in quelle terre. Questo luogo immaginario, alla fine, li risucchia verso il suo interno alienandoli completamente dal mondo esterno e lo fa in tutti i sensi possibili, lasciando viva la propria essenza in un paesaggio completamente naturale.

Questi nomi e questi lavori hanno in comune una libertà artistica ed espressiva senza precedenti, tipica di quegli anni e in comune ad altri nomi importantissimi ai quali sono molto legato. Questa libertà è il preconcetto al quale ho lavorato maggiormente prima di iniziare a scrivere Cava. Volevo essere quanto più leggero possibile, svincolarmi da ogni dogma e ogni forma presente all’interno del mercato musicale e del modo di fare musica stesso. Inoltre, sono fermamente convinto che il miglior modo di fare un album sia farlo concept, un filo che leghi i brani tra loro, e che il filo sia spesso.

Prima che Cava diventasse un disco era un’idea nella testa, e tra le tante cose c’era una componente teatrale ancora più forte di quella che poi è effettivamente risultata all’interno dell’album. Per trasmettere le emozioni dei personaggi ho voluto utilizzare più di un’arte fondendo musica e teatralità, esattamente quanto necessario per entrare in cava con gli occhi serrati, utilizzando esclusivamente i suoni. Ma dubito fortemente a una trasposizione completamente teatrale, voglio concentrarmi per portare in giro Cava Live in forma concerto. Magari potrei aggiungere una parentesi teatrale al concerto stesso, chi lo sa, forse, un giorno, perché no?

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