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MUSICA

Enrico Pieranunzi Jazz Ensemble – Time’s Passage (Abeat Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Si va sul velluto con questo nuovo disco di Enrico Pieranunzi. Il tempo trascorre, come suggerisce il titolo dell’album ma il pianista romano ci passa attraverso con elegante sicurezza, quella certezza compositiva (sei brani su nove sono di suo pugno) e soprattutto esecutiva che l’ha sempre caratterizzato e stigmatizzato come uno dei pianisti più grandi al mondo. Nonostante l’Italia abbia posseduto e possieda tuttora molti pianisti jazz di levatura internazionale, con Pieranunzi il discorso si fa più serio, sia per il numero di grandi musicisti con cui ha suonato nella sua vita, sia per l’assoluta considerazione di cui egli è oggetto all’estero. Credo, infatti, che sia ancora l’unico musicista italiano ad essere stato invitato allo storico Village Vanguard di New York e che in quel prestigioso locale abbia potuto incidervi un disco dal vivo, quel famoso Live targato 2013 (ma registrato tre anni prima) insieme a Marc Johnson e al compianto Paul Motian, un’autentica esplosione di energia, forse uno dei dischi live più belli mai registrati nell’ambito del trio jazz.

© Soukizy.com

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Sun Ra Arkestra – Swirling (Strut Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Luci stellari, pianeti, satelliti, vortici, mondi galattici e magiche alchimie cosmiche. Inutile, far finta di nulla, è di tutto ciò che la musica di Sun Ra si nutre. Sembra che senza la sua “filosofia cosmica”, non si possa nemmeno fare musica. Eppure la sua musica ha una esistenza “ontologica” che è difficile non rilevare, anche sganciata da tutte le sue astruse ed originalissime teorie. Però a lui piaceva così e deve piacere così anche a noi. È una delizia sopraffina ascoltare questo magnifico Swirling, nuovo scintillante lavoro della Sun Ra Arkestra, registrato al Rittenhouse Soundworks di Philadelphia, che sotto la direzione del maestro Marshall Allen, porta avanti l’eredità spiritual-musicale del grande Sun Ra; e lo facciamo magari cominciando dal pezzo che da il titolo all’album.

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Marco Parente – Life (Blackcandy Produzioni, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

La raffinatezza come nota distintiva del cantautorato di Marco Parente si coglie anche nel nuovo album intitolato Life, che arriva dopo sette anni dalla pubblicazione del precedente lavoro discografico Suite love.
L’esigenza creativa è ben evidente in tutti e dieci i brani che, come “oggetti galleggianti”, compongono un quadro armonioso e coinvolgente, pur rimanendo tra loro indipendenti e autosufficienti. “(…) Anche se ne conosco e ne ho curato ogni singola molecola, –spiega l’ex batterista dei C.S.I.- non saprei raccontarne più la provenienza. So solo che stanno a galla nonostante le forti correnti, il sole a picco, le navi alla deriva e le acrobazie dei delfini. Loro galleggiano, con una certa consapevolezza. Tutto qui».
In questo disco l’artista toscano racconta con compostezza vocale ed incisività musicale le mille contraddizioni della vita e della quotidianità a cui inevitabilmente e con non poca fatica ci si abitua, per andare avanti. I testi infatti sono spogli di abbellimenti, asciutti e mai banali, musicalmente è un disco ricco di dettagli, a tratti iperprodotto, in cui si evince la ricerca sonora e l’efficacia accattivante degli arrangiamenti.

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Nicola Lotto – Le cose iniziano ad esistere se tu inizi a immaginarle

I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

È uscita l’opera prima di Nicola LottoSi comincia così – che da diversi anni si muove artisticamente in progetti poetici e musicali: negli spettacoli teatrali è protagonista di esibizioni che uniscono canzoni e letture, talvolta di veri e propri reading. Questo suo imprinting lo ritroviamo anche nell’EP che colloco sicuramente tra le uscite illuminate di quest’anno. Dovevo preparare delle domande 🙂 Ecco l’intervista che ne è emersa, buona lettura!

Ciao Nicola complimenti per la tua opera prima musicale, un progetto molto coinvolgente! A settembre è uscito il tuo primo singolo, Una Luce; partenza in salita, una canzone intensa e la partecipazione di Stefano Edda Rampoldi, che ha dato il suo tocco “parasognante” al brano. Ci racconti il dietro le quinte di questa collaborazione?
Ciao, sono innanzitutto felice ti piaccia il disco e ti ringrazio. Dietro la collaborazione c’è la mia grande stima per Edda come prima cosa. Il lavoro persuasivo di Marco Olivotto ha in seguito permesso l’incontro e l’incrocio. Volevo una voce molto diversa dalla mia che creasse un dialogo quasi malato e che rendesse il senso dell’onirico. Credo che ci siamo riusciti. Ho visto che il termine ‘parasogno’ suscita molta curiosità, è un po’ il simbolo misterioso della canzone.

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Bad Black Sheep – Il sogno di un mondo diverso e magari migliore

I N T E R V I S T A


Articolo di Joshin E. Galani

È uscito lo scorso giugno per laCantina Records, Non nel mio mare, il nuovo album dei Bad Black Sheep. Il gruppo è composto da Filippo Altafini (basso e voce), Francesco Ceola (chitarra) e Gregory Saccozza (batteria). Un’attitudine marcatamente rock, ma che lascia spazio anche alle ballade. Ottimo progetto con stesure musicali e testuali che mostrano una forte struttura in melodie ed arrangiamenti. Un disco che merita un ascolto tutto d’un fiato, come una birra sotto un palco. Ecco la mia intervista.

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The Zen Circus – L’ultima casa accogliente (Polydor/Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Ogni volta che ascolto un nuovo disco, soprattutto italiano, mi immergo a pensare a come renderà dal vivo, poi mi ricordo del periodo storico in cui viviamo e mestamente mi ridirigo sui binari della realtà e provo a concentrarmi su questi nuovi meccanismi. La promo oggi non può di certo essere lo showcase, gli album escono in punta di piedi dai social, dove scopro da un post che introduce il singolo Appesi alla Luna che un nuovo lavoro degli Zen sta uscendo, mentre imperversano gli ascolti su Spotify o Amazon Music. E intanto che cerco consolazione perché non so quando potrò di nuovo sudare in mezzo alla folla di un live, la trovo commuovendomi mentre la voce di Andrea Appino mi grida nelle orecchie un po’ di rabbia, un po’ di chirurgica analisi della realtà, un po’ di ricordi di fanciullezza e di illusioni di libertà a cui siamo ancora immancabilmente aggrappati.
Non sono mai stata una fan estrema del Circo Zen, sebbene io li abbia sempre apprezzati e seguiti, quanto una grande estimatrice del cantautore Appino, il grande paroliere, il ragazzo dal sorriso ammaliante e dall’accento squisitamente e odiosamente toscano, dalla voce inconfondibile che mi procura sempre una stretta al cuore ed un brivido lungo la schiena non appena le mie orecchie ne percepiscono il timbro.

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The Nels Cline Singers – Share The Wealth (Blue Note Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Alla boa del suo sessantacinquesimo anno di età Nels Cline “eterno ragazzo” mi ricorda sempre più il suo quasi coetaneo John Zorn. Non solo per l’enorme mole di lavoro svolto, sia da titolare che da collaboratore (ho contato in totale più di 150 incisioni dal 1981 ad oggi…) ma per le sue dinamiche musicali che oscillano tra diversi poli attrattivi: jazz, rock, musica sperimentale tonale e non, avanguardia ed elettronica. Certi musicisti sono così, non li puoi legare a niente e ti devi aspettare tutto da loro, tranne qualsiasi forma di prevedibilità. Le strade collaterali intraprese dal nostro sono molteplici e vi faccio solo alcuni nomi. Nell’ambito più strettamente rock il primo riferimento sono i Wilco con cui Cline ha collaborato dal 2004, poi alcuni illustri frammenti dei Sonic Youth come Thurstone Moore e Lee Ranaldo, anche se in momenti e occasioni diverse, poi con Stephen Perkins (chi si ricorda dei Jane’s addiction?) e anche con Mike Watt (se ricordate l’hardcore punk dei Minutemen siete veramente bravi…), Joan Osborne ed altri ancora. Nel jazz si sono rivelati vecchi amori mai dimenticati attraverso certe rielaborazioni coltraniane con l’Interstellar Space Revisited nel 1999, negli omaggi ad un pianista come Andrew Hill nel suo New Monastery del 2006 e poi ancora con Medeski, Martin & Wood, e come dimenticare la collaborazione con Charlie Haden, Tim Berne e molti altri ancora che non enumero per non farvi morire di noia.

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Rob Mazurek Exploding Star Orchestra – Dimensional Stardust (International Anthem, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

La musica colta di Rob Mazurek assomiglia molto alla musica e poco alla musica colta. Della musica colta non ha tutta la boriosa presunzione che spesso ha il mondo della musica colta. Eppure è fuori di dubbio che di musica colta si tratti e, come ogni musica colta che si rispetti, è pregna di una forte dose di sperimentazione, minimale e, spesso, piacevolmente melodica. Registrato nel giugno 2020, Dimensional Stardust è un lavoro che vede impegnati, sotto la direzione di Rob Mazurek (autore delle composizioni e tromba ottavino, rendering elettronici, synth modulare), un nutrito ed affiatato gruppo di musicisti che formano la mirabolante Exploding Star Orchestra e che vado a ricordare: Damon Locks voce, elettronica, Nicole Mitchell flauti,  Macie Stewart violini,  Tomeka Reid violoncelli, Joel Ross -vibrafono, Jeff Parker  chitarra, Jaimie Branch  tromba,  Angelica Sanchez piano acustico e  piano elettrico, Inghebrit Håker Flaten basso, Chad Taylor, Mikel  Patrik Acery batterie e  percussioni,  John Herndon  drum machine.

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Barezzi Festival Streaming @ Teatro Regio, Parma – 13/14 novembre 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Elly Contini

Il Barezzi Festival non si sarebbe dovuto fermare neppure con la pandemia, nonostante a questo giro la sua line up sarebbe stata esclusivamente italiana. Poi è successo quello che sappiamo, tutti i concerti e gli spettacoli sono stati annullati e non c’è stata altra via che convertire la proposta in versione streaming. È il futuro, quello dei concerti online. Hanno iniziato a discuterne da un po’, sia i critici che gli addetti ai lavori (io stesso nel mio piccolissimo qualche tempo fa scrivevo questa cosa qui) soprattutto nel momento in cui si è capito che l’emergenza sanitaria sarebbe durata un attimino di più di una normale emergenza e che quindi, per evitare di fallire, i musicisti avrebbero dovuto inventarsi qualcosa. Intendiamoci, per chi ama la musica un concerto in streaming non è una tragedia, in sé: se ami un artista normalmente non ti limiti ad andare a vederlo dal vivo ma ne segui le esibizioni passate anche su YouTube, compri i dvd live, guardi i videoclip… tutte cose che abbiamo fatto in massa, soprattutto quando scoprivamo per la prima volta le nostre band preferite (ricordo ancora quando, a diciassettenne, andai al mio primo concerto degli Iron Maiden e benché li avessi davanti a me in carne e ossa per la prima volta, mi sembrava di conoscerli da sempre, avendo passato tre anni ad impararmi a memoria tutte le loro vhs). Quindi se il problema fosse solo che gli artisti si organizzano per suonare senza pubblico, producendosi in esibizioni ben curate per quanto un po’ stranianti nel contesto, non ci vedo assolutamente nulla di male. I recenti casi di Katatonia e Nick Cave, che hanno trasformato in uscite ufficiali questo tipo di performance, lascia intravedere che ci siano effettivamente degli spazi interessanti da aprire.

 

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