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MUSICA

Pollio @ Ride – Milano, 18 settembre 2020 [opening act Nove]

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Gran bel posto il Ride. Ampio, accogliente, situato nella zona dell’ex mercato di Milano, oggi nel pieno centro della rinnovata vita notturna portata dalla riqualificazione dei Navigli. Se togliamo la difficoltà di raggiungerlo in macchina, alla fine è perfetto: palco e luci notevoli, area verde spaziosa che garantisce tutto il distanziamento di cui c’è bisogno per poter tornare ad organizzare qualcosa di decente.
Già, la musica sta lentamente ripartendo e anche se le limitazioni di cui sono oggetto i grandi eventi rimarranno presumibilmente a tempo indeterminato (tant’è che un futuro incentrato unicamente sui concerti in streaming sembra molto meno un incubo distopico rispetto a qualche mese fa), la scena del nostro paese, quella che non ha mai macinato grandi numeri, potrebbe utilizzare questo momento (si spera) di transizione per tornare a farsi vedere e fare quello che più ama fare.
Non è un caso, in effetti, che proprio quello di Fabrizio Pollio sia stato il mio primo live post lockdown. Era inizio luglio, al Parco Tittoni di Desio e non sembrava vero di essere di nuovo fuori casa a sentire musica dal vivo. Due mesi e diversi concerti dopo (tanti ma ovviamente non quanti avrei voluto) l’appuntamento è ancora con l’ex Io?Drama, in questa ottima cornice milanese.

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Takuya Kuroda – Fly Moon Die Soon (First Word Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Takuya Kuroda è un trombettista giapponese di Kobe che ha studiato jazz alla “New School” di Union Square a New York City, uno spirito inquieto e un ricercatore musicale dinamico e curioso, attratto non solo dalla musica in senso stretto, ma dall’intero universo sonoro e questo suo nuovo album, Fly Moon Die Soon, non fa che confermarlo. Non è una novità che il jazz sia divenuto un genere musicale senza una precisa codifica, e le famose “contaminazioni” lo hanno portato su una strada che, se non è difficile seguire da un punto di vista sonoro, è certamente molto più arduo sul piano linguistico. Termini come “hard-bop”, “groovy classico” o “funk e hip hop contemporanei”, significano ormai poco e risultano essere più etichette di comodo che non descrizioni plausibili di ciò che si va ad ascoltare. Nell’ottica della catalogazione è evidente che è comunque il grande respiro groove a fare da collante ad una interessantissima serie di input musicali. 

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The Flaming Lips – American Head (Bella Union, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

Non credo lo si sottolinei mai abbastanza, che il primo disco dei Flaming Lips è uscito nel 1986. La band dell’Oklahoma ha esordito sul mercato quando gli Smiths esistevano ancora, quando il Grunge, l’ultima vera rivoluzione del rock, era molto di là da venire e quando etichette come New Wave, Dark, Gothic, New Romantic, Synth Pop raccontavano una realtà presente e in divenire, non erano ancora relegati nelle pagine delle retrospettive storiche. L’altra cosa sorprendente, quando ci si pensa (non so voi ma a me ha sempre colpito tantissimo) è che sono arrivati al successo più o meno planetario ben 13 anni dopo l’esordio, se dobbiamo considerare The Soft Bulletin come il momento in cui anche il resto del mondo ha scoperto la loro esistenza. Non sono poi molti gli act che hanno varcato la soglia del mainstream dopo una così lunga permanenza nei circuiti underground (il caso più clamoroso è forse quello dei R.E.M., che sono quasi loro coetanei ma sono esplosi dopo molti meno anni) e già solo per questo meriterebbero ampia considerazione.

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Carmelo Pipitone – ‘Segreto pubblico’ parlerà di femminicidio

I N T E R V I S T A


Articolo di Angela Todaro

È uscito da qualche settimana il videoclip del brano Le mani di Rodolfo, il nuovo singolo di Carmelo Pipitone, che anticipa il secondo album da solista del chitarrista e co-fondatore del gruppo Marta sui Tubi e membro delle band O.R.K. e Dunk.
Il nuovo lavoro, previsto in uscita il prossimo autunno, vede nuovamente la produzione artistica di Lorenzo Esposito Fornasari, già al fianco di Carmelo Pipitone nel disco del suo esordio solista, Cornucopia, pubblicato nel novembre 2018.
Lo abbiamo contattato per capire qualcosa di più sulla situazione attuale e sui suoi progetti futuri…

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Gigi Giancursi e Carlo Pinchetti @ Ink – Bergamo, 5 settembre 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini

Normalmente ti viene da fare un disco se ti escono fuori le canzoni. Negli ultimi anni però la vita del musicista mi stava stretta, nel senso che mi sembrava si perdesse più tempo a propagandare se stessi piuttosto che a scrivere canzoni. Mi sono dato un po’ dello scemo da solo e Antonio Bardi dei Virginiana Miller una volta mi ha detto: “Ma tu sei un talebano!” che pensandoci è la definizione migliore per me!”. Di Gigi Giancursi non si avevano più notizie da qualche tempo. Nel 2017, a più di un anno dallo split coi Perturbazione aveva fatto uscire “Cronache dell’abbandono”, il primo vero lavoro da solista se si esclude il materiale pubblicato sotto il monicker di Linda & the Greenman. Come lui stesso ha detto, è stato pubblicato in sordina, “senza farlo troppo sapere in giro”, per usare le sue parole. Chi segue Offtopic e il sottoscritto probabilmente si ricorderà la recensione che avevo fatto all’epoca (potete rileggerla qui), e in effetti in quell’occasione era stato proprio lui a mandarcelo in anteprima, nel caso avessimo avuto voglia di recensirlo.
Era un bel disco ma non se ne fece molto: qualche data in giro (venne a Milano ma purtroppo non riuscii ad andarci) e poi più nulla, obbedendo alla regola secondo cui si parla quando se ne sente davvero l’urgenza, quando si ha davvero qualcosa di valido da dire. Dall’anno scorso, comunque, lo si può trovare anche in streaming: “L’ho pubblicato su Spotify e sulle varie piattaforme perché mi sarebbe sembrato un suicidio non farlo! Ma non rinnego nulla di quel che ho fatto: avevo bisogno di seguire il mio percorso, a prescindere dal fatto che fosse una cosa giusta o sbagliata, serviva a me, per una volta volevo che fosse solo la musica a parlare e non tutto quello che le sta attorno. Questa cosa ha avuto anche dei lati positivi perché mi ha obbligato a scrivere a tutti quelli che io pensavo sarebbero stati interessati al disco e quindi per un volta ho utilizzato i social in maniera utile.
Da qualche tempo Gigi è tornato a suonare ed è in fondo il motivo per cui vi stiamo raccontando queste cose: questa sera si sarebbe esibito a Bergamo e, complice la presenza di Carlo Pinchetti, che gli avrebbe aperto il concerto, mi sono trovato con loro due, seduti ad uno dei tavoli all’aperto dell’Ink, il locale che, assieme a Druso ed Edoné, è uno dei centri propulsori dell’attività live della città. Non è stata una vera e propria intervista perché il clima era conviviale e si è chiacchierato liberamente del più e del meno spaziando per vari argomenti.

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Bright Eyes – Down in the Weeds, Where the World Once Was (Dead Oceans, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Nel 2005 ascoltai per la prima volta I’m wide awake, it’s morning. Scoprii quel disco per caso, e mi innamorai della voce di Conor Oberst. Un colpo di fulmine. Non avevo mai ascoltato folk, ma quelle canzoni, tutte, a distanza di 15 anni ancora mi fanno bruciare gli occhi a causa delle lacrime trattenute. Questo perché Conor Oberst ha un dono particolare, che è quello di raccontare esperienze terribili, ma quasi come se fossero canzoni della buonanotte.

Down in the weeds, where the world once was per me si lega direttamente alla prima canzone di quel disco del 2005 At the bottom of everything: quando tocchi il fondo, devi trovare qualcosa che ti dia la forza di risalire. Per continuare e farsi forza. “I think about how much people need – what they need right now is to feel like there’s something to look forward to. We have to hold on. We have to hold on.”

Border. – We don’t exist (Autoproduzione, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Stefania D’Egidio

Se avete voglia di ascoltare qualcosa di nuovo per il panorama musicale italiano, il 01 settembre è uscito l’EP della band emiliana Border., si scrive proprio così, con il punto finale ad indicare che non esistono confini, in geografia come nell’arte.
Il gruppo nasce dall’incontro tra Demi More ed Erika nel 2017 nel luogo culto della controcultura bolognese, via del Pratello; sono entrambi appassionati di musica elettronica, post punk, rock garage ed entrambi hanno avuto esperienze precedenti nel teatro, nella musica e nella performance art: Demi cerca una voce per esprimere i suoi deliri musicali ed ecco che il gioco è fatto.

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Festival di Sanremo, Premio Tenco, Voci di corridoio – chi sono i talentuosi Réclame?

I N T E R V I S T A


Articolo di Iolanda Raffaele

In occasione dell’uscita dell’album “Voci di Corridoio” e del riconoscimento tra i finalisti del “Premio Tenco 2020”, abbiamo scambiato due chiacchiere con Marco Fiore, cantante e voce della band Réclame per capire come è nato il loro progetto musicale, conoscerli più da vicino ed avventurarci alla scoperta del disco d’esordio.

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Fontaines D.C. – A Hero’s Death (Partisan Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Avete presente quando nei reality il pubblico decide la sorte di una gara? Ecco, a questo giro dico io stop al televoto… nel senso che non ce n’è proprio bisogno. Il titolo di miglior rivelazione dell’anno è stato assegnato senza avversari.
I ragazzi irlandesi con la passione per la poesia ed il cinema (prendono il nome dal personaggio Johnny Fontane tratto dal film Il Padrino), aggiungono la sigla Dublin City e coniano il loro nome Fontaines DC.

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