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MUSICA

Dish-Is-Nein @ Circolo Ohibò, Milano – 24 gennaio 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Marco Olivotto

È probabilmente superfluo raccontare l’epopea dei Disciplinatha e spiegare perché abbiano rappresentato un caso unico nel panorama musicale italiano. Il loro ritorno sulle scene, a fine 2017, ha rappresentato un fulmine a ciel sereno ma anche un’occasione preziosa per poter recuperare la storia di un gruppo che da troppo tempo sopravviveva ormai solo nella memoria storica degli appassionati.
Ripresentatisi col nuovo monicker Dish-Is-Nein (a causa del fatto che i diritti sul nome sono ancora detenuti dal batterista originario Daniele Albertazzi) e accasatisi presso la storica Contempo Records, il gruppo, il cui nucleo fondante è ancora costituito da Cristiano Santini e Dario Parisini, a cui si è aggiunta solo di recente la bassista Roberta Vicinelli, che ha fatto ritorno all’ovile dopo parecchi anni, ha realizzato un Ep straordinariamente autorevole, dove le suggestioni Industrial-Post Punk degli esordi sono diventate ancora più spigolose, corredate da una veste sonora al passo coi tempi, e dove il lato provocatorio e disturbante dell’immaginario e dei testi non è per nulla venuto meno.

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Hozier – Wasteland, Baby! (Rubyworks, Island Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Un album assolutamente da avere nel proprio bagaglio culturale, nel proprio bagaglio fisico, pronti per una destinazione ignota al genere umano. Stavolta inizierò a ritroso, come nel film Il curioso caso di Benjamin Button, perché è ciò che farete anche voi tutti, ascoltando questo indimenticabile capolavoro di Hozier. Il seguito dell’omonimo lavoro uscito nel 2014 si rivela un turbinio di emozioni pronte a sconvolgere l’animo dell’ascoltatore.

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Tool – Fear Inoculum (Tool Dissectional/RCA, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Federica Faith Piccoli

Con una copertina degna di film fantascientifici come Stargate e Avatar, e forti richiami tribali ed esoterici, i Tool tornano dopo 13 anni di lontananza dal panorama musicale moderno.
Cos’è cambiato da 10,000 Days o dagli ancor meno recenti (ma per i fan, indimenticati), Lateralus e Ænima?
Il gruppo americano, fondato dal cantante e compositore Maynard James Keenan, torna alla ribalta con un album studiato e curato nei minimi dettagli, che ci propone atmosfere dense di profumi orientali, riff di chitarra alla Petrucci, controtempi degni dei più grandi maestri Jazz, e tracce vocali che si fondono in un turbinio di dissacrante misticismo.

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Brunori Sas – Cip! (Island, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Letizia Grassi

Cip! questo il titolo del nuovo album di Brunori Sas uscito il 10 gennaio. Undici tracce che parlano dell’uomo e delle sue contraddizioni, entrambi inseriti nel grandioso e misterioso universo. Ciò che in un certo senso sorprende dell’intero disco è il significato intrinseco in ognuno dei singoli, ovvero l’importanza del contesto in cui è inserita la vicenda umana. Lo stesso Brunori lo ribadisce: “Con questo nuovo progetto volevo riconsiderare, in una sorta di Gestalt forma calabra, il rapporto fra ciò che ho sempre considerato centrale – la vita degli uomini – e ciò che ho da sempre considerato periferico – l’universo che ci ospita”.
Compito degli ascoltatori è quello di dotare di significato personale le undici tracce che compongono Cip!, il cui titolo onomatopeico è particolarmente curioso. Infatti, il pettirosso rappresentato sulla copertina dell’album è simbolo di semplicità e di fierezza combattiva allo stesso tempo. Sembra che l’obiettivo del cantante calabrese sia quello di creare un esercito di pettirossi, all’interno del quale ognuno si senta libero di esprimere la propria creatività.

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Francesco Piu – Crossing (Appaloosa Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Spanò Greco

In questo viaggio musicale ho sognato di portare Robert Johnson qua, in mezzo al Mediterraneo. Ho provato a miscelare la via maestra del blues del Mississippi con le percussioni africane, i suoni ancestrali della mia isola, la Sardegna, con le corde dell’oud e del bouzuki che vibrano sulle coste del Mare Nostrum. Il tutto contaminato da un pizzico di elettronica per farlo rivivere nei giorni nostri. Questo è il mio Crossing”.

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Seville: si può ancora suonare Indie Rock in inglese

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Vengono da Padova, i Seville, un quartetto attivo dal 2016, composto da Federico Ruzza, Sebastiano Nalin, Matteo Santaterra e Michele Tedesco. Definire le loro influenze non è facilissimo ma per semplicità diremo che si muovono tra classicismo e modernità, tra un sound radicato nelle radici del folk rock americano e nella declinazione più aggiornata di quella stessa tradizione, portata avanti negli ultimi anni da grandi nomi come Black Keys e Tame Impala. A breve usciranno col disco d’esordio, anche se la data di pubblicazione non è stata ancora annunciata. Nel frattempo sono usciti tre singoli, che hanno messo in luce le buone capacità di scrittura del gruppo, la disinvoltura nel tirare fuori melodie snelle ma allo stesso tempo profonde e ammantate di cupezza esistenziale. Abbiamo fatto due chiacchiere col gruppo, per conoscerli meglio e cercare di capire che cosa ascolteremo quando il disco sarà disponibile nella sua interezza.

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Alex Cremonesi: Creare musica con altri mezzi

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Incontro Alex Cremonesi in un bar di Milano, durante un freddo e piovoso tardo pomeriggio di dicembre. Da sempre poco uso ai riflettori, preferisce lavorare dietro le quinte, da dove ha dato corpo non solo alle canzoni dei La Crus (suoi molti testi ma anche alcune delle idee legate alle musiche) ma anche a diversi progetti successivi, frutto dell’incontro proficuo tra il mondo musicale e quello dell’arte contemporanea (alcuni di questi saranno ripercorsi nella chiacchierata che seguirà, a me preme ricordare, tra quelli non citati, il suo lavoro nello splendido “Dna”, l’ultimo disco dei Deproducers). Autore di parole molto più che musicista ma, a suo modo, musicista anch’esso, se musica è non solo suonare uno strumento ma anche collezionare e assemblare suoni per creare qualcosa di nuovo a partire da elementi già concepiti da altri. La prosecuzione della poesia con altri mezzi, è forse la sua più grande opera, da questo punto di vista. Partire da una manciata di brevi testi poetici, ruotanti attorno al mondo della psicanalisi e a quello dell’estetica relazionale, per chiedere ad un numero vastissimo di cantanti e musicisti di dar vita a quelle parole in base alla propria ispirazione; dopodiché, assemblare il tutto facendo nascere una nuova creatura. Del risultato finale ve ne abbiamo già parlato qualche settimana fa. Qui, in questa lunga chiacchierata, Alex è entrato più nel dettaglio del processo creativo e ha spiegato che cosa ci sia di veramente “originale” in un’opera come questa. Che è soprattutto rivolta a chi avesse voglia di leggere la realtà al di fuori della prospettiva canonica.

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Pitchtorch – Pitchtorch (Autoprodotto, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Giovanni Carfì

Pitchtorch è il debutto omonimo del trio composto da Mario Evangelista, chitarrista e compositore facente parte dei The Gutbuckets, il bassista/contrabbassista Danilo Gallo dei Guano Padano e le pelli di Marco Biagiotti dei The Vickers. Un trio capace e dal background ricco e articolato, ideale per la realizzazione di questo lavoro nel quale la prima impressione che si avverte è quella di spazi liberi, ariosi e dall’ampio respiro, base ideale per un alt-folk impolverato da sabbie blues.

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King of The Opera – Nowhere Blues (A Buzz Supreme, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

King of The Opera incarna una creatura dalle nuove sembianze nata nel 2012 dalla mente di Alberto Mariotti (dopo il definitivo abbandono del moniker di Samuel Katarro), battezzata nello stesso anno al Primavera Sound di Barcellona e che genera, a otto anni dalla sua nascita, il secondo album di inediti Nowhere Blues.
Il titolo dell’album è un tributo agli amati bluesman afroamericani del primo dopoguerra, che intitolavano i loro blues col nome delle città che li avevano ispirati o in cui li avevano scritti. Un legame viscerale quindi con lo spazio circostante che diventa una sorta di genius loci. In questo “nowhere” però non si trovano città precise, sentimenti chiari e ricordi limpidi. Si tratta piuttosto di un NON-luogo in cui si viene catapultati in una dimensione onirica e quasi spaziale e dove, al più, sono visibili solo le impronte di un viaggiatore perso e completamente immerso in un mondo sconosciuto, dove l’immaginazione in maniera decisa e prorompente disegna interpretazioni suscitate da quell’insieme di suoni nient’affatto imbrigliati, grazie ai quali si sperimenta ritrovandosi in mondi paralleli.
Il luogo d’approdo è quindi tutto da esplorare: “Così ho indossato la tuta da astronauta e sono partito per vedere cosa c’era. Era arrivato il momento di iniziare a raccontare le cose da una prospettiva completamente diversa e per me ancora sconosciuta.”

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