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MUSICA

Against The Current – 01/06/19 @Legend Club (Milano)

L I V E – R E P O R T


Articolo di Manuel Gala

La serata al Legend Club di Milano si preannuncia particolarmente calda. L’estate è arrivata e le ventole che girano vorticose sopra i fan accalcati in prima fila non sono sufficienti ad alleviare la totale mancanza di aria, ma nulla potrebbe farci schiodare dal nostro posto, trepidanti e in attesa che la serata abbia finalmente inizio. Alle ore 21 in punto, entrano in scena gli Halflives, band emiliana capitanata dalla frontman e vocalist Linda Battilani, pronti per scaldare il pubblico (qualora ce ne fosse bisogno) e farlo saltare con tanto di birra alla mano, al ritmo delle loro hit made in English. In generale una buona prova per il gruppo nei 40 minuti a loro disposizione, con alcune discrete intuizioni sonore e un’acustica che purtroppo li ha penalizzati notevolmente soprattutto nei giri di basso.

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GOTHBOICLIQUE @ Circolo Ohibò, Milano – 1 giugno 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini di Cristiano Carenzi

il tour europeo della Gothboiclique è iniziato una settimana fa e tra le tappe scelte c’è (stranamente e per fortuna) anche Milano. Circolo Ohibò insieme ad Humble Agency e Costello’s hanno permesso che Sabato 1 Giugno la crew americana suonasse nel bel paese. Pensando a cosa raccontare mi sono accorto che potrei parlare di questo live e dei suoi esecutori per ore, quindi, sperando di non dilungarmi troppo provo a sintetizzare tutto di seguito. La Gothboiclique, per chi non ne fosse al corrente, è il principale riferimento per la scena Emo trap (appellativo che risulta spesso erroneo e restrittivo ma ormai anche caratteristico) sfociata su Soundcloud negli ultimi anni.

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Viola Costa (Tener-a-mente): ecco cosa succederà quest’anno al Vittoriale

I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Anche quest’anno, per il nono anno consecutivo, Tener-a-mente, la rassegna concertistica in programma a Gardone di Riviera, si preannuncia tra le più affascinanti dell’estate italiana. Indubbiamente il punto di forza sta nella location, l’Anfiteatro del Vittoriale, costruzione voluta da Gabriele D’Annunzio, nel cuore della residenza che acquistò e che trasformò in casa e luogo della memoria. Uno scenario unico, tra l’immenso parco e il panorama del lago di Garda, un’atmosfera intima e raccolta, una resa acustica superlativa: chiunque abbia assistito all’esibizione di un qualunque artista in questa cornice, sa di essersi portato a casa un’esperienza indimenticabile.
Oltre a questo, però, i nomi coinvolti contano e pure parecchio: da Johnny Marr, che aprirà le danze il 20 giugno, a Glen Hansard, che le chiuderà un mese dopo, il 26 luglio, su questo palco si succederanno proposte di altissima qualità. Solo per citarne alcuni, ci saranno Diana Krall, Garbage, Antonello Venditti, l’accoppiata Calexico/Iron & Wine, l’attesissimo ritorno dei La Crus e persino una piccola escursione nei talenti delle nuove generazioni (Ghemon si esibirà il 6 luglio).
Insomma, diciamo che almeno per una sera vi toccherà passare. Ne abbiamo parlato ancora una volta con Viola Costa, responsabile principale della rassegna che, come lo scorso anno, ci ha fornito parecchi elementi interessanti per introdurci a quella che è a tutti gli effetti un’eccellenza italiana.

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Jon Bryant – Cult Classic (Nettwerk, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Svegliarsi in paradiso stropicciandosi gli occhi per la lunga dormita, accorgersi di essere circondato da un popolo strano discendente da Woodstock, in attesa che la star entri in scena. Ecco che dall’alto inizia a scendere verso di noi una nuvola, iniziano le prime note e una voce celestiale comincia a cantare. Appare in una luce divina il magico mondo di Jon Bryant, come nella copertina del suo nuovo album Cult Classic; angelico nello sguardo ma con l’animo maledetto, come d’altronde deve essere una star del circuito che si rispetti.
33 anni (ma guarda un po’), nato ad Halifax, la voce più ammaliante e penetrante del Canada fornisce una prova di maturità che non può passare inosservata. Avete presente i brividi lungo la schiena che vi hanno accompagnato nell’ascolto del pluripremiato album di Bon Iver? Si esatto, proprio quello con la meravigliosa Holocene! Ok ora immaginatelo mentre si diletta con testi e musica made in Australia dei Tame Impala in versione zucchero a velo e gocce di malinconia.

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Barriera – “…dividere lo spazio urbano in due.”

I N T E R V I S T A


Articolo di Giovanni Carfì

Solitamente non ci occupiamo di singoli, né di videoclip fine a se stessi, spesso utili solo come materiale promozionale accessorio, ottimi per un mordi e fuggi dove le immagini vincono sulle parole, sulla musica… ma c’è sempre un ma, forse troppi, forse pochi. La nostra “mission” che vi piaccia o no, (perché tutti ne abbiamo una) è quella di scandagliare tra le centinaia di proposte musicali che ci arrivano, supportate da uffici stampa e/o etichette che enfatizzano qualunque cosa possa dar loro un ritorno economico o pubblicitario, come in tutti i lavori. Noi amiamo la possibilità di restare una piccola realtà indipendente, (nel limite del possibile) quindi quando parliamo di qualche eccezione, lo facciamo perché qualcosa ci ha veramente colpiti; in questo caso l’eccezione è Barriera.

Arriva in redazione qualche mese fa uno dei soliti cs (comunicati stampa), con una proposta di un singolo/videoclip. Un play non si nega a nessuno e così qualcosa mi colpisce. Certe cose o succedono subito, o ti deve piacere magari il genere, o ti colpisce qualcosa scritto per promuovere l’artista/band in questione. Un play, un paio di ascolti in loop e un video; troppo poco il contenuto, poche le informazioni a riguardo; forse anche per questo ho voluto approfondire “chi” e “cosa” ci sia dietro questo progetto, perché nasce da qualcosa che dice molto senza dire quasi nulla.
Malgrado la volontà di approfondire e speranzoso nell’uscita di un eventuale ep, mi viene risposto che non è previsto nulla di simile per ora, si tratta di tre tracce con relativo video, con cadenza mensile. Ecco perché dopo l’uscita dei due video e in attesa del terzo capitolo, (già pubblicato quando leggerete queste righe) abbiamo contattato Barriera per esplorare tra foto, frammenti di film francesi, uno spirito noir e testi di Pavese e Calvino, il tutto sullo sfondo della città di Torino.

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Lucy Spraggan – Today Was A Good Day (Cooking Vinyl Limited, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Chi di noi non si è svegliato una mattina decidendo che quel giorno sarebbe stato un grande giorno? Qualcosa di speciale e magico sarebbe dovuto accadere, un connubio pieno di emozioni e buone sensazioni.
Questo è lo spirito che vuole incanalare nelle nostre vene la ragazza uscita da X Factor UK 2012, la dolce Lucy Spraggan. Nel 2013 la giovane cantante piazza il suo primo album Join the club al numero 7 nella UK album chart facendosi conoscere in tutto il mondo. Di lì a poco avrebbe suonato sul palco dove ogni artista musicale britannico sogna di poter salire ovvero Glastonbury. Un mix perfetto fra il folk della scozzese Amy Mcdonald e il volto rock femminile dell’ultimo decennio in Inghilterra, KT Tunstall. Ascoltando in rotazione le sue canzoni, Lucy si rivela una vera e propria luce in mezzo a tante tenebre musicali, ossessionate dal mercato discografico, a scalare chart e ad aumentare le visualizzazioni sui Social.

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Blank Banshee @ Santeria Toscana, Milano – 17 maggio 2019

L I V E – R E P O R T


Articolo di Cristiano Carenzi

Blank Banshee rappresenta il maggior esponente della cultura vaporwave in campo musicale e venerdì 17 Maggio è tornato in Italia per la prima di tre date. Quella di Milano si teneva al Santeria ed è stata organizzata da Radar Concerti. Blank Banshee è un artista che reputo molto interessante, nei suoi tre album usciti per ora (“Blank Banshee 0”, “Blank Banshee 1” e “Mega”) non si è mai ancorato troppo ai suoni della vaporwave ma ha sempre inserito elementi recuperati da altri generi; nell’ultimo disco ha ripreso addirittura dei suoni affini alla trap. L’altra particolarità del produttore canadese è che fa parte degli artisti senza volto; non è il primo, anzi, negli ultimi anni soltanto in Italia abbiamo avuto I Cani, Liberato e Myss Keta mentre su scala mondiale ricordiamo sicuramente i Daft Punk e gli Slipknot. Così anche lui ha deciso di coprirsi il volto con una maschera che sembra quella di un robot, costituita da tanti quadratini di metallo riflettente che nel complesso è perfettamente in linea con la sua estetica.

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Caveleon – Caveleon (Futurissima, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Giovanni Carfì

Se al primo ascolto qualcosa ti colpisce, allora vuol dire che qualcosa si è mosso; e in un periodo in cui le proposte musicali crescono esponenzialmente, riuscire a fare breccia nell’ascoltatore e nella sua curiosità, è un grande risultato.
Per farlo alle volte basta poco, ma è un poco che include molto, sia in qualità sia nell’approccio dei brani, o più romanticamente potremmo parlare di “alchimia”. Escono e si presentano con un Ep dal titolo fiabesco: Caveleon, e cercando qua e là, scopriamo che indica sia il luogo dove è nato il disco, sia il nome del progetto primordiale da cui nasce tutto.
La band è composta da cinque ragazzi che arrivano da percorsi musicali differenti, e che si sono poi ritrovati a scrivere e a condividere i propri strumenti in un seminterrato a cui simpaticamente hanno dato il nome di “The Cave”. Probabilmente al suo interno potremmo trovare Leo Einaudi in veste di cantautore e polistrumentista, la bella voce di un’altra cantautrice che risponde al nome di Gulia Vallisari, il batterista Agostino Ghetti, e poco più in là Federico Cerati intento a giocare con le sue “macchine musicali”. Prendetevi una ventina di minuti e seguiteci nell’ascolto se vi va.

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AA.VV. – Faber Nostrum (Sony, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

Recentemente è stata rilasciata una compilation intitolata Faber Nostrum nella quale molti esponenti di quello che ormai diamo per definito come it-pop, reinterpretano dei brani dello storico cantautore genovese. Mi hanno chiesto di parlarne proprio perché io quando De Andrè era in vita non ero nemmeno nato, mentre ho visto in diretta la crescita esponenziale degli ultimi anni dei protagonisti di questo progetto. Sia comunque chiaro che a casa mia sono cresciuto a pane, De Andrè (e Springsteen) quindi comunque la sua discografia la conosco; rimane che non l’ho vissuto realmente e che non potrò mai farlo, che tra me e la sua musica per quanto possa approfondirla e avvicinarmici, rimarrà sempre come un vetro a dividerci perché io gli anni da lui cantati non li ho mai vissuti. Il disco è composto da quindici cover, alcune delle quali anche in parte riscritte, che ti accompagnano per un’ora abbondante.

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