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MUSICA

Paolo Benvegnù – Delle Inutili Premonizioni Vol. 1 (Black Candy Produzioni, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Luca Franceschini

È stato un anno difficile, per Paolo Benvegnù. Difficile per tutti, ovviamente, ma è chiaro che lo è stato parecchio di più per i musicisti, soprattutto per quelli con meno visibilità e numeri, considerata la cronica mancanza di concerti. Nel suo caso poi, le tempistiche sono state ancora più crudeli: ci eravamo sentiti a inizio pandemia, quando ancora il lockdown nazionale non era stato decretato, e tra di noi si rideva, sapevamo già che il tour sarebbe stato annullato ma c’era ancora ottimismo e ricordo che ci augurammo entrambi di poterci rivedere per l’autunno.
Sappiamo che non è andata così. E siamo al punto che le canzoni di Dell’odio dell’innocenza non le ho ancora sentite dal vivo. Qualche data è riuscita a farla, quest’estate ma non ce l’ho fatta ad esserci. L’ho visto assieme a Marco Parente nello spettacolo Lettere dal mondo ed è stato bellissimo anche così, sono tempi in cui molto più di prima stiamo imparando a vedere tutto come un regalo.
E dunque Paolo riparte da qui, da un anno di incertezze e inquietudini, un anno senza concerti e con un disco che ha già compiuto il primo giro di boa ma che, da un certo punto di vista, è come se non fosse mai uscito. Delle inutili premonizioni – venti anni di misconosciuto tascabile vol. 1 è un Greatest Hits innovativo, sempre che voglia essere un Greatest Hits.

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Ferenc Snétberger, Keller Quartett – Hallgató (Ecm Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è un grande chitarrista ungherese che incide dischi da circa trent’anni ma che resta conosciuto solo da un pubblico assai ristretto. Eppure questo musicista – si tratta di Ferenc Snétberger – transita attraverso i generi musicali con estrema scioltezza, ora cimentandosi con la musica classica, ora col jazz e la musica popolare brasiliana e flamenca. C’è poi anche un quartetto d’archi – il Keller Quartett – anch’esso ungherese e con una trentina d’anni di attività nel mondo della musica classica, che ha in comune con Snétberger l’attitudine alla curiosità e al desiderio di superare certi confini stilistici. Sono sempre più numerosi quei musicisti che, provenendo da mondi differenti, avvertono l’ambizione di confrontarsi con altre geografie artistiche, ma soprattutto desiderano misurarsi con se stessi, valutandosi nei generi più disparati. Gli esempi sono molti, da Friedrich Gulda a Keith Jarrett, da Nigel Kennedy a Chick Corea (ricevo, mentre scrivo, la notizia della sua morte – n.d.r.) e tanti altri ancora. Esistono poi etichette discografiche come ECM sempre pronte ad accogliere ibridazioni d’ogni tipo, purché, evidentemente, di alta qualità compositiva ed esecutiva. La molla che spinge certi artisti ad esporsi contemporaneamente su più fronti penso sia legata alla necessità di trovare nuovi spunti emozionali, di mettersi alla prova volteggiando senza rete, rischiando spesso qualcosa di proprio

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Balthazar – Ballare su un ritmo R&B per liberarsi dalle sabbie mobili

I N T E R V I S T A


Articolo di Francesca Marchesini

I Balthazar sono un gruppo di origine belga che viene fondato nel 2004 da Maarten Devoldere, Jinte Deprez e Patricia Venneste; ai tre polistrumentisti dall’anima indie rock, si aggiungono Christophe Claeys alla batteria e Simon Casier al basso. Con questa formazione producono i loro primi tre album: Applause, Rats, Thin Walls. Nel 2015, purtroppo, arrivano a uno stallo creativo e i membri della band si prendono una pausa; Venneste e Claeys lasciano il gruppo mentre gli altri si dedicano ai loro progetti solisti. I Balthazar, rinnovati nella composizione e nel sound, ritornano nel 2018 e nel 2019 pubblicano l’album Fever; alla lavorazione di questo disco più pop e ballabile si aggiungono il batterista Michiel Balcaen e il polistrumentista Tijs Delbeke.
Il 26 febbraio 2021 i Balthazar rilasciano il loro quinto album in studio, Sand. Ho avuto l’occasione di parlare dell’LP con Maarten Devoldere (voce e testi); abbiamo discusso della produzione del disco in un così delicato momento storico, del tema centrale dell’album e delle evidenti influenze R&B e jazz sul rinnovato sound del gruppo.

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Mirco Ballabene – Right To Party (Niafunken, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Right to Party è il titolo dell’ultimo lavoro di Mirco Ballabene, edito dall’etichetta Niafunken in uscita in questi giorni. Con Mirco Ballabene, al contrabbasso e all’elettronica, oltre che compositore delle quattro mini-suite dell’album, ci sono Lorenzo Binotti al piano e all’elettronica, Piero Bittolo Bon al sax alto, clarinetto basso ed elettronica e Massimiliano Furia alla batteria, percussioni ed oggetti. A chi non fosse capitato di leggere “The Structure of Atonal Music” di Allen Forte (e non è gravissimo, ma ha il suo peso), potrebbe sfuggire il concetto di “pitchesets”, eppure su questa base teorica si fonda la filosofia musicale del disco, o almeno di parte di esso. Diciamo che sulla base di una particolare teoria degli insiemi, teorizzata proprio da Allen Forte, si opera un contrappunto, tecnica tanto cara alla musica classica contemporanea. È certamente poi assai difficile individuare, in queste composizioni, dove finisca la musica contemporanea e dove inizi il jazz. Non è difficilissimo, ma diciamo che è un confine amabilmente sfumato.

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Joeboy – Lonely (Banku Music, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

Il nuovo singolo di Joeboy si chiama Lonely ed era l’anticipazione del suo disco solista uscito Venerdì 4 Febbraio, la nuova Stella dell’afro-pop scoperta da Mr. Eazi negli ultimi mesi ha dimostrato tutte le sue capacità. Ciò che mi ha colpito di questo progetto, ed è il motivo per cui sono qua a parlarne, è che in tutto Somewhere beetween beauty & magic -il titolo del disco appena uscito- si respira un’aria internazionale.

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Jean-Marie Machado – Majakka (La Buissonne, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Nato in Marocco da genitori europei, Jean-Marie Machado è un pianista che dimostra manifestamente le sue origini familiari. Di matrice classica ben avvertibile, frutto di un’educazione musicale tutta francese, Machado è compositore molto raffinato, di grande esperienza, con alle spalle più di una quindicina di uscite discografiche, in parte come titolare e parte come collaboratore. Ha suonato accanto a gente come Paul Motian, Paolo Fresu, David Liebman, ha scritto composizioni per orchestra e si è cimentato in progetti multidisciplinari che includono anche teatro e danza. In questa sua ultima prova, registrata in Provenza a Pernes-les-Fontaines nello studio La Buissonne, egli mira a sviluppare un discorso musicale già parzialmente avviato da artisti come il tunisino Anouar Brahem e il libanese Rabih Abou-Khalil. Sulla strada tracciata da questi musicisti viene, di fatto, costruita una composizione globale con un’impronta più occidentalizzata che vola su melodie e ritmiche ibride ricche di suggestioni arabo-meditarranee le quali si rapportano a forme jazzistiche ed acustiche più contemporanee. Il trio che accompagna Machado al piano, in questo Majakka, è composto dai sassofoni e dal flauto di Jean-Charles Richard, dal violoncello di Vincent Segal e dalle percussioni di Keyvan Chemirani

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Clap Your Hands Say Yeah – New Fragility (CYHSY Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Come si combatte quella nostalgia dell’epoca d’oro dell’indie, quegli anni che dal 2001 al 2006 hanno accompagnato la post adolescenza di tante persone? I Clap Your Hands Say Yeah non fanno altro che alimentare questo sentimento: con il loro omonimo primo disco, uscito nel 2005, autoprodotto, dal sapore lo-fi e quella voce così particolare, quella di Alec Ounsworth, così sfacciata nel suo essere stonata senza troppe pretese, un po’ come era quella di Daniel Johnston.
Dopo 15 anni la band di New York torna con un disco, forse il più politico e il più completo da quell’esordio che ha aperto la strada a tantissime band indie. Il titolo, New fragility, è ispirato da un racconto di Wallace, “Per sempre lassù”, un racconto di fragilità, coraggio e candida bellezza di un ragazzino che sale una scaletta per tuffarsi in piscina, il giorno del suo compleanno, metafora del suo affacciarsi alla pubertà e quindi all’età adulta.

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Francesco Montesanti – Here Comes The Devil (Autoprodotto, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Antonio Spanò Greco

Classe 1980, pavese, recente collaboratore nei due dischi di Riccardo MaccabruniWaves e Fool’s Band, è al proprio esordio discografico con 10 brani inediti. Francesco Montesanti oltre a comporre e cantare belle canzoni suona la chitarra, l’armonica e nel brano finale anche il basso e il piano. Essere di Pavia vuol dire essere cresciuti intorno a Spaziomusica storico locale che ha dato voce a una scena musicale locale che dalla musica folk rock americana ha portato alla luce realtà musicali importanti, in primis Mandolin’ Brothers e Edward Abbiati. Purtroppo la recente pandemia e scelte politiche discutibili hanno fatto sì che Spaziomusica chiudesse i battenti, ma la musica va avanti anche senza i punti d’incontro e di scambio. Auguriamo a tutti i gestori di locali di musica dal vivo di poter un giorno riprendere la loro passione.

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Archie Shepp & Jason Moran – Let My People Go (Archieball, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ai tempi fastosi del bebop i maestri del jazz abbondavano di note straripanti ed esplosive, spesso inventandosi frasi così complesse da rendere molto difficile per gli altri poterle copiare e riprodurre. Il bagaglio tecnico era considerato, forse allora più di oggi, un biglietto da visita essenziale se ci si voleva qualificare come musicisti jazz. Poi le cose sono cambiate, si sono evolute, si è cercato di dare un diverso peso alla musica che non fosse limitatamente identificabile solo con la velocità di esecuzione e con la funambolica capacità di combinare tra loro le diverse scale musicali. Dopo la comparsa di Kind of blue si rivoluzionò tutto il jazz a seguire. Era tracciato, in quel capolavoro assoluto di Miles Davis & C, un nuovo paradigma che sanciva una maggior attenzione ai modi, alle pause, alle sfumature, ovviamente non abdicando mai alla preparazione tecnica individuale dei singoli musicisti. Poi venne il free jazz e i modelli precedenti furono modificati a loro volta. L’armolodia di Ornette Coleman resettava addirittura tutte le regole armoniche precostituite, via tutti i legami tradizionali, via il rispetto tonale, strada aperta alla libertà esecutiva più radicale. La rabbia, la consapevolezza politica della negritudine, l’urlo di quella generazione tra gli anni ’60 e 70 premeva con urgenza verso il superamento della tradizione facendo di questa dinamica la propria Bibbia espressiva. 

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