R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

La storia che vi racconto oggi parte da lontano, da alcune suggestioni che David Sylvian ebbe ancora prima di scarnificarsi l’anima con Blemish. L’artista britannico era in aria di separazione con la moglie Ingrid Chavez e quella macchia fatta melodia non fa nulla per nascondere il malessere che la fine di un amore porta con sé. Tuttavia, esistevano ancora flebili bagliori di ricordi e la lucida volontà di tenerli a mente intervallandoli con melodie di ispirazione jazz e campionamenti eterei e decadenti, come in un linguaggio morse più articolato del punto linea. Per certi versi, Snow Borne Sorrow può essere considerato il paratesto a Blemish. Potreste obiettare che i Nine Horses pubblicano nel 2005, mentre l’ex frontman dei Japan dà alla luce l’album più minimale della sua intera carriera – e seminale, aggiungo io, perché da quel filone è nato qualcosa che si può ascoltare solo con gli occhi della mente – due anni prima. Cronologicamente non potrei controbattere. Dal punto di vista artistico, invece, i brani di Snow Borne Sorrow nascono molto prima di Blemish e con esso convivono come gemelli siamesi: ecco spiegato perché rappresentano a pieno titolo i due album che amo di più in assoluto. Il primo è un lavoro raffinato, intimo, cerebrale e languidamente oscuro. È una favola tragica che si sviluppa nella metropoli più selvaggia, un sogno dolce amaro sceneggiato a perfezione da Sylvian, Steve Jansen e Burnt Friedman.

Partiamo dall’inizio. I fratelli Batt stanno scrivendo e componendo nuova musica. Il compositore e programmatore tedesco sta lavorando con Jaki Liebezeit, ex batterista dei Can. Burnt entra in contatto con David e, affascinato dalle sue idee, decide di avviare una collaborazione: la perfetta alchimia dei due progetti diviene Snow Borne Sorrow, quello che, per la prima volta, è uscito in vinile il 20 aprile in esclusiva per il Record Store Day, con l’aggiunta del singolo When Monday Comes Around, della delicata Birds Sings For Their Lives e un nuovo remix di Atom and Cell. La neve candida cade dal cielo e si posa lì, su quel mondo meraviglioso dal quale inizia questo affascinante e interminabile viaggio. Wonderful world, appunto, è il brano di apertura, in cui si alternano due diversi punti di vista, l’uomo osservato da lontano (Sylvian) e la donna amata che piange per lui (Stina Nordenstam). Languori jazz, un piano maestoso che spinge avanti e indietro il pezzo verso quella tristezza appena nata e Keith Lowe al basso: la cornice perfetta per una frase precisa ed emblematica, “I weep for him every step of the way” (piango per lui a ogni passo che faccio, mentre sullo sfondo gli edifici crollano: è il preludio a una guerra che non tarda ad arrivare) che la Nordenstam sussurra in punta di petto, consapevole che il suo alter ego maschile ripeterà il ritornello fino alla fine, cercando di alleviare quel dolore con la sua voce magica. Fascinazioni oscure e a tratti gotiche in The Darkest Birds, con Friedman superbo nei suoni elettronici e Jansen maestoso nei suoi pattern, quasi in pendant con i bassi sfoderati dal fratello, perfetti nella strofa e dissolti nelle note alte del ritornello; non c’è perdono, non c’è redenzione, c’è solo vuoto e senso di perdita, unito a un immenso dispiacere per non avercela fatta, con gli uccelli neri oscuro presagio per gli eventi a venire. La sfiducia che corrode il genere umano e il senso di inadeguatezza nel quale affogano le giornate svaniscono come neve al sole di fronte alla cupa The Banality of Evil, brano di matrice arendtiana. Il mondo meraviglioso scompare di schianto. Occorre fare una precisazione, prima di andare avanti: Burnt Friedman ha registrato la maggior parte dei pezzi in multitraccia e i contributi musicali al disco sono venuti dopo il suo intervento. Uno degli artefici del suono morbido e sinuoso che il disco possiede è Robert Fripp, già al fianco del musicista inglese nell’iconico Gone to Earth e in The First Day. La leggenda lo vuole lì, in studio, pronto a collaborare coi fratelli Batt sui pezzi registrati dal produttore tedesco, e che al loro cospetto sia stato chiamato anche Theo Travis, virtuoso suonatore di fiati. Torniamo alla traccia, alla banalità del male descritta dalla Arendt. Il suo è un riferimento al leader nazista tedesco Adolf Eichmann, intitolato Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil. L’uomo fu uno dei principali responsabili degli orrori dell’Olocausto, quella che i nazisti chiamavano “la soluzione finale alla questione ebraica“. Catturato in Argentina nel 1960, fu successivamente giudicato colpevole di crimini di guerra durante il processo in Israele e giustiziato per impiccagione nel 1962. La Arendt osservò che Eichmann “perse il bisogno di provare qualsiasi cosa. Questa era la nuova legge del paese, basata sull’ordine del Führer: qualunque cosa facesse, veniva attuata come cittadino rispettoso della legge”. Quel distintivo scintillante che il protagonista dipinge di giallo e blu apre la canzone e David pone l’accento sull’esclusione da quel club segreto in cui non c’è posto per un semplice comune mortale. È tutto infinitamente grottesco, l’uso del linguaggio in primis: quel re del castello in cima alla torretta che vuole tagliare la testa a tutti, non richiama Alice nel Paese delle Meraviglie? E come può uno stemma variopinto attribuire potere a una persona piuttosto che a un’altra? Possiamo ricollegarci a una dichiarazione del cantante britannico all’indomani dell’11 settembre, rilasciata per l’uscita di World Citizen, album concepito e sviluppato insieme a Ryuichi Sakamoto, in cui prende nettamente le distanze dai crimini commessi nel nostro nome (quel perpetrators are in denial ripetuto all’infinito ne è l’esempio più tangibile). Tornando all’esercizio del male stesso, è una sorta di investitura che i fiati accentuano, cadenzando tempi che, per stessa ammissione dell’interprete, sono molto particolari: risultano infatti espressione della genialità del musicista tedesco. I pattern di batteria, per esempio, suonati inizialmente da Jaki Liebezeit, vengono completamente trasformati da Jansen. Il maggiore dei Batt a sua volta aggiunge una chitarra riaccordata a supporto della voce e suggerisce, in accordo col fratello, un sax tenore all’inizio e uno multifonico nel finale. Il risultato è straniante e strabiliante al tempo stesso, così come il testo, che scopre una visione del mondo per nulla opinabile, la verità assoluta a detta di chi canta (non credo in ciò che tu credi / la tua pelle è sporca e il tuo Dio non sembra un dio ai miei occhi) e l’umanità riconosciuta al proprio nemico ma negata e azzerata da secoli di conquiste (voglio toccarti / ora non è giusto / no, non lo è/ voglio toccarti / mi stai ingannando lo so).

Di nuovo l’11 settembre sullo sfondo della quarta canzone, Atom and Cell. Sylvian racconta di essersi trovato sulla 5th Avenue, a New York, la notte prima dell’attacco alle Torri Gemelle. C’è un’aria pesante, quasi come un presagio di sventura in arrivo. Improvvisamente il cielo si apre e comincia a piovere. Lui e la moglie, Ingrid Chavez, notano una senzatetto dall’altro lato della strada, completamente nuda e con indosso un sacco della spazzatura. L’uomo ricorda bene il gesto di vergogna della donna – allo stremo delle forze – di coprire il seno col poco che possiede. Decisi ad aiutarla in un secondo momento, tornano sulla 5th Avenue ma non la trovano più. E l’immagine di una afroamericana indigente in difficoltà in una terra piena di opportunità come gli States e a due passi dalla Statua della Libertà diventa la strofa di apertura della canzone. “La sua pelle era più scura della cenere / e aveva qualcosa da dire / sull’essere nuda di fronte ai cinque elementi / alla fine di un’altra giornata / E la pioggia che continua a caderle sulla schiena / dai lividi delle sue labbra / gonfie, fragili e piccole: suoni elettronici e tastiere avviluppate su se stesse sono la scelta prediletta dai fratelli Batt quel giorno, nel New Hampshire, in cui il brano vede la luce. Le percussioni iniziali progettate da Jansen vengono raffinate secondariamente, insieme all’aggiunta delle voci del coro di Ryu Sakamoto e Arve Henriksen. È un pezzo che simboleggia lo sfruttamento dei potenti nei confronti dell’uomo e di quella cultura che dicono di voler difendere e rappresentare, tradendo quegli ideali di fratellanza e condivisione con cui l’America si è fatta grande nel corso dei secoli. L’attacco alle Torri Gemelle è senza dubbio uno dei momenti più bui della storia statunitense e dei suoi governanti, che con parole di finta empatia hanno schiacciato chi meritava più cure e attenzione. C’è un prezzo da pagare, afferma Sylvian, ed è quello di migliaia di scarpe allentate, di muri e vetrine devastati all’indomani dell’attentato terroristico. Nulla sarà più come prima, come un povero Boltanski, perso uno e tutto: il parallelismo con l’arte di Charles Boltanski richiama alle mente le decine di migliaia di calzature spaiate di chi si dava alla fuga, di chi cercava una via d’uscita lanciandosi nel vuoto e i cartelli affissi in tutta la città sono quelli di chi sperava che i propri cari fossero sopravvissuti. Come il fotografo francese giocava sul mistero dell’identità scattando foto a individui sconosciuti o a vestiti senza un corpo che li abitasse, così l’artista britannico ci svela che la vita è una fugace apparizione su di un palcoscenico in attesa che il sipario cali di schianto. Il synth evapora in un loop continuo, accentuato dal piano di un altro grande, illustre ospite: Ryuichi Sakamoto. Forse questo pezzo è più politico del progetto legato a World Citizen della premiata ditta Sylvian – Sakamoto, di fatto il maggiore dei Batt lo canta in una maniera davvero sentita, specie nel ritornello, quando eleva la sua voce verso l’iperuranio nonostante ponga l’attenzione sulla mercificazione della vita umana (bid your farewell, offri il tuo addio, intima solennemente come fosse l’ultimo principe di Danimarca di shakespeariana memoria). Sassofono e piccoli lampi elettronici introducono A History Of Holes, traccia dal taglio autobiografico. È come se l’interprete parlasse al se stesso di tanti anni fa, descrivendo un giovane dalle possibilità non troppo fulgide. La sezione ritmica, alla quale collaborano Tim Motzer alla chitarra elettrica, Morten Grønvad al vibrafono e Hayden Chisholm al sassofono, viene ulteriormente arricchita del contributo di alcuni artisti in quota Samadhisound (etichetta dell’ex frontman dei Japan) quali Keith Lowe al basso, Tim Elsenburg degli Sweet Billy Pilgrim come chitarrista aggiuntivo e Theo Travis agli assoli di flauto contralto e sax. Torniamo al testo e ai suoi diversi piani di significato. David ammette di aver scritto quasi di getto le liriche sulla melodia tracciata da Friedman: sulle prime la suggestione a farsi strada è stata quella di un uomo decisamente ambizioso, lontano dalla sua indole e poco avvezzo all’empatia. Da lì in avanti il personaggio diviene più sfaccettato e mostra emozioni simili a quelle del suo autore quali angoscia per il futuro, preoccupazione, senso di inadeguatezza che lo ha portato a cozzare contro muri insormontabili (da ragazzo / ho commesso errori / sono stato umiliato / finché non ho imparato a stare al mio posto: qui la voce si annida negli abissi più profondi e racconta un segreto mai svelato, con il tono di chi sa che potrebbe pentirsi di averlo appena fatto). David si focalizza sui ricordi del passato e su come la mente immagazzina ciò che è funzionale allo svolgimento della propria storia, tenendo fuori azioni – magari compiute senza troppa convinzione – che alla lunga non depongono a favore. Una sorta di amnesia intenzionale, dunque, su tutto ciò che esula dai valori morali, che svaniscono nell’arco di una intera esistenza (ricordo le sensazioni, ma ho scordato il loro nome: inevitabilmente la perdita di memoria coinvolge anche ciò che è più bello e naturale). La narrazione di una persona è dunque composta di buchi, gesti che facilmente dimenticherà perché non sono aderenti al suo sentire: “quindi fai un’espressione coraggiosa / raddrizza quella cravatta / e dai verità alla menzogna”, sussurra Sylvian con la sua voce flautata, un tutt’uno con Travis e le sue note traverse. E temo che non sia abbastanza, aggiunge, ripetendo in un loop infinito quel malessere interiore che non si cheta. In un’intervista confessa: “Ci raccontiamo costantemente una nuova storia su noi stessi. Creiamo questi scenari e omettiamo molte informazioni negative e sul modo in cui agiamo per permetterci di andare avanti: restiamo gli eroi del nostro scenario. Trovo che sia un approccio piuttosto affascinante… In un certo senso abbiamo bisogno di queste storie da raccontare a noi stessi, ma è il livello di autoinganno che è pericoloso.”

Snow Borne Sorrow, la title track, inizia con un clangore che mi riporta alla mente Cvalda e Björk che balla il tip tap in una fabbrica, ma qui non c’è spensieratezza alcuna. Il dolore portato dalla neve resta lì, trapela dalla tromba di Henriksen e dai suoni elettronici: il brano ci racconta la crudezza e il cinismo di un mondo che non conosce l’empatia e la generosità. C’è una figura femminile centrale che richiama, per certi versi, la donna vogliosa di una seconda chance di Winter Sings di Jan Bang: la cupezza di fondo è identica, i colori sono ridotti all’inverno e la solitudine regna sovrana. L’amore qui sta voltando le spalle al protagonista, l’amata ha chiamato in causa gli avvocati e in famiglia ci sono attriti. I fiati si susseguono come a creare un mulinello quando la voce, scandendo bene le parole, apre alla speranza che le cose possano migliorare grazie a una buona condotta (se saremo buoni / se saremo gentili / se saremo buoni / generosi e gentili / potremo vestire il loro tramonto / adorare le loro divinità / proveremo a fare la cosa giusta). Il passaggio “lasciate che i bambini vengano a me” possiede un respiro biblico e simboleggia un momento di compassione, ossia dare responsabilità e valore alla vera innocenza, quella dei più piccoli. Di fondo, il tema principale del pezzo è il divorzio tra l’ex frontman dei Japan e la Chavez, ma ci possono essere diversi piani di lettura: il conflitto non è solo a livello legale con la propria metà ma abbraccia qualcosa di più ampio e universale. Gli archi, la chitarra acustica e la tromba sono perfettamente amalgamati; questi ultimi segnano un cambiamento del tempo sospinto in avanti dall’elettronica. Corde e fiati sono nient’altro che il campionamento della canzone Un jour comme un autre di Brigitte Bardot, sul cui sfondo si innestano Sakamoto col suo meraviglioso piano e Jansen coi suoi delicati tocchi di grancassa. Di nuovo il tema del distacco e della perdita in The day the earth stole heaven: protagonista l’amata che vuole lasciare il suo compagno. La melodia è apparentemente dolce e carezzevole, Tim Motzer aggiunge con la sua chitarra acustica quel ritmo vagamente funky e quella struttura sonora giocosa e armoniosa al tempo stesso alla versione inizialmente tracciata dal compositore tedesco; basso, percussioni, sassofono e clarinetto creano una magia che, a un ascolto più attento, potrebbe risultare quasi nera (la protagonista guarda di traverso l’uomo e lo maledice: avreste mai immaginato un risvolto dalle tinte fosche?). E non finisce mica qui. L’apparente ballatona elettronica danzereccia Serotonin tratta ancora una volta il dolore e i mille tentativi di rimettere le cose a posto andati a vuoto (solo Dio conosce il tormento scritto a caratteri cubitali nel mio cuore). Nel ritornello David chiede insistentemente cos’altro dovrebbe fare, cosa poter dare per riportare tutto allo splendore di un tempo, ma la strada ormai è segnata e l’ormone della felicità con cui rimettere in carreggiata una relazione è ormai un lontano ricordo. Siamo agli sgoccioli: il clarinetto di Hayden Chisholm introduce The Librarian e si fonde con i tintinnii del synth di Friedman. Impossibile resistere alla voce morbida e ai suoi tentacoli canori; me li figuro lì, David e la sua amata, in quella stanza d’albergo in fondo al corridoio, buia come l’inferno, le teste sprofondate in quei cuscini bianco neve, pronti a dissipare le incertezze con il solo silenzio. I campanelli che si rincorrono aprono a una speranza di futuro più nitida, a una riappacificazione che, purtroppo, mai avverrà. Sullo sfondo una delle tante guerre che agitano il mondo – nel caso specifico, il Medioriente e quel ti incontrerò sulle note di Allah – e un sentiero di neve candida che conduce alla libreria dove poter leggere quei libri proibiti come i colori della passione. Inizialmente concepita da Friedman e Jaki Liebezeit per l’album Out in The Sticks, compare qui come unica traccia vocale dell’intero progetto; la versione dei Nine Horses varia nelle partiture di batteria riscritte da Steve ed è arricchita dalla chitarra acustica di Tim Motzer e dal clarinetto di Hayden Chisholm.

Il formidabile progetto del trio Sylvian – Jansen – Friedman, consolidatosi prettamente a distanza grazie allo scambio di file e fascinazioni si incarna in una opera senza sbavatura alcuna, ricca di suggestioni ambient, pop, dalle chiare atmosfere jazzate e dal respiro ampio. Infelicità, tristezza e inquietudine trasudano da ogni nota, da ogni battito. L’anima dal cuore spezzato sa anche guardare fuori dalla finestra del grattacielo e sulla strada vede un’umanità offesa, continuamente in bilico tra la guerra e la privazione di ogni sorta e sussulta, non solo per la spina che ha nel petto, ma anche per il dolore del creato. Non smette però di sperare che un giorno le cose cambieranno e affida il suo messaggio a un pop ricercato, forte di una delicatezza che non viene mai meno, neanche quando i temi affrontati sono universali. In fondo il mondo è una cosa meravigliosa e non solo a giudicare dall’intro; il sole splende sempre sopra il cielo grigio, basta solo trovarlo, ma questa è un’altra storia a forma di macchia che un giorno spero di potervi raccontare.

Tracklist:
A1: Wonderful World (6:04)
A2: Darkest Birds (5:05)
A3: The Banality of Evil (8:01)
B1: Atom and Cell (7:08)
B2: The History of Holes (8:04)
B3: Snow Borne Sorrow (6:25)
C1: The Day The Earth Stole Heaven (3:21)
C2: Serotonin (5:56)
C3: The Librarian (9:01)
D1: When Monday Comes Around (5:58)
D2: Birds Sing For Their Lives (7:02)
D3: Atom and Cell (Burnt Friedman Ambient Mix) (5:05)

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