I N T E R V I S T A
Articolo di Paola Tieppo e James Cook
Simone Maggio è un pianista e compositore con una lunga carriera in ambito jazzistico ma non solo. Il 12 giugno sarà ospite nell’ultima data del Rosetum Jazz Festival insieme a Lorenzo Scipioni (contrabbasso) e Michele Sperandio (batteria) con cui suona da un decennio ed ha un trio ormai stabile. In questa intervista abbiamo colto l’occasione per approfondirne la conoscenza e sapere cosa suoneranno a Milano…
Parlaci subito un po’ di te: come e perché hai iniziato a suonare il pianoforte e quali sono state le tue prime esperienze?
Il desiderio di suonare il pianoforte si manifestò in me quando avevo circa 8 anni, in maniera naturale e sinceramente non influenzata da nessun contesto; in famiglia nessuno suonava strumenti e anche la musica non era molto presente. Iniziai quindi a studiare intorno a quell’età, in maniera discontinua fino al periodo del liceo, superato il quale decisi di intraprendere solo questa strada. Ad ogni modo il mio primo amore fu con la musica rock, in particolare con il progressive (soprattutto con quest’ultimo l’amore è rimasto invariato nel tempo) e negli anni del liceo iniziai a suonare con un gruppo rock. Il Jazz arrivò quando avevo 16/17 anni circa e da lì iniziò un’altra fase del mio percorso.
Quali sono gli artisti che ti hanno maggiormente ispirato e a cui devi parte della tua educazione musicale?
Come anticipavo prima, il mondo del Prog inizialmente fu il mio nutrimento principale, in particolare i Genesis, anche se devo dire che precedenti alla scoperta del Prog furono i Pink Floyd il gruppo che mi ‘iniziò’ a questo incredibile periodo della storia della musica. Per quanto riguarda il Jazz, mi limito in questa sede a citare i nomi essenziali e scusandomi per non fare una più ampia lista ma, sarebbe troppo lungo parlarne. Allora, il nome che faccio è quello di Keith Jarrett, naturalmente in primis per il suo incredibile modo di suonare il pianoforte. Per me poi, leggere il suo libro Il Mio Desiderio Feroce fu importantissimo, soprattutto da un punto di vista esistenziale e come lui antepone a tutta la sua attività musicale l’elemento spirituale, l’essere, prima di tutto. Questo insegnamento fu ancora più importante della sua musica. In Italia la figura di Stefano Battaglia è stata ed è ancora molto importante per me. Il breve contatto che didatticamente ebbi con lui tanti anni fa, fu fondamentale perché mi connesse con un mondo e soprattutto un modo di fare e vedere il Jazz che in maniera sintetica si può definire più europeo; un approccio all’improvvisazione ed alla composizione jazzistica più ampia, espandendo molto il significato della parola linguaggio nel Jazz.

Hai lavorato molto per il teatro e scritto musica per installazioni artistiche e spettacoli multimediali. Qual è la differenza tra scrivere in modo ‘libero e indipendente’ e farlo lasciandosi ispirare dalle immagini o dalle dinamiche di scena?
Non è facile rispondere bene a questa domanda… provo dicendo che forse la differenza sta nel fattore ‘obbligo’ che tu hai di scrivere musica quando lavori per uno spettacolo teatrale o per delle immagini di metterti a servizio totale di quella particolare circostanza narrativa/emotiva. La difficoltà, che spesso per me è risultata uno stimolo, è stata riuscire ad esprimermi con autenticità in questa dimensione. Non è semplice perché a volte c’è poco tempo e, qualcosa devi scrivere, quindi entra in gioco l’esperienza più… ‘artigianale’ diciamo. Quando scrivo musica ‘liberamente’, lo faccio in una dimensione di ‘esigenza’ e di urgenza, quando si manifestano, di esprimere quello che ho dentro; in un processo più incondizionato, soprattutto nel fattore tempo… cerco di vivere il ‘travaglio’ del portare a compimento un’idea musicale, senza forzarne la manifestazione.
Nei tuoi dischi ci sono composizioni che hanno dei riferimenti classici, altre in cui l’improvvisazione sembra prevalere, altre ancora più sperimentali. Hai un metodo preferenziale per comporre? C’è uno stile più consono di altri alla tua sensibilità?
Nel tempo mi risulta sempre più difficile vedere la musica divisa in stili, cerco di percepirla come un’unità che si manifesta in maniera molteplice attraverso le culture, i periodi storici, i singoli esseri umani. Se riusciamo a trascendere la necessità di definire queste manifestazioni con dei nomi e definizioni, possiamo secondo me stabilirci un contatto più incondizionato. Ad ogni modo se dovessi dare un riferimento di mondo sonoro che a me è più familiare, è sicuramente quello europeo. Il fattore ‘improvvisazione’ è molto importante nella mia prassi quotidiana, sia come pratica indipendente, sia come strumento esplorativo nel processo compositivo. Cerco di rispettare l’idea musicale che si manifesta, sia quando scrivo che quando improvviso, provando a non fare scelte precostituite.
Da parecchi anni svolgi anche attività didattica. Trovi cambiato l’approccio degli studenti alla materia? E il tuo metodo di insegnamento?
Si, credo che l’approccio allo studio in generale sia cambiato moltissimo, adesso le informazioni sono a disposizione di tutti e l’accesso ad esse è immediato… questo porta vantaggi naturalmente ma anche degli svantaggi, soprattutto se non ci si sa orientare. Penso che il problema maggiore sia che adesso un ragazzo, se non guidato, sia portato ad un rapporto bulimico e troppo randomizzato con le informazioni e la musica a disposizione e questo porta superficialità e paradossalmente a maggiore omologazione. Credo che una delle funzioni più importanti adesso che un’insegnante possa svolgere sia quella di orientare, di trasmettere un criterio nella ricerca e quindi di aiutare a ‘trovare’. Ad ogni modo adesso tutto va molto veloce e, volente o nolente, a livello didattico si deve fare i conti con questa accelerazione. Resta sempre però per me invariata la consapevolezza che i processi che portano a maturare artisticamente e musicalmente, appartengono ad un tempo personale che “non è del mondo”.

La combinazione fra il tuo suono e la voce umana, che poi è anch’essa suono, che ruolo ricopre nella tua dimensione artistica? Ti piace accompagnare o instauri un rapporto in qualche modo più paritario?
Ho iniziato a suonare jazz accompagnando una voce e per un certo periodo, le mie esperienze principali sono state legate a questa dimensione di accompagnatore, principalmente di voci appunto. In questa prima fase, anche molto acerba per me, nel senso che erano i primi anni di studio del jazz, ho capito che potenziale può avere un duo e come, superando la dimensione di uno strumento che accompagna una voce, può diventare uno spazio di grande fusione, che parla in modo univoco e dove si può sperimentare un più profondo livello di connessione tra i due musicisti. Questo recentemente è accaduto nell’ incontro con la cantante di origine etiope Martha Deribe, con la quale immediatamente ci siamo ‘ritrovati’ in una dimensione che entrambi cercavamo, una dimensione di ricerca, che parlasse un linguaggio più animico e spirituale.
Parlaci dei tuoi ultimi lavori discografici. Ci sono nuovi progetti di pubblicazione?
Tra il 2024 e 2025 oltre al disco in duo con Martha Deribe Sacred Times per AMP Music & Records, sono usciti due album solisti. Un piano solo totalmente improvvisato dal titolo Impromptu edito da Camilla Records e il disco Sigillum sempre pubblicato dall’etichetta norvegese AMP Music & Records. Quest’ultimo in una formazione più cameristica con Maurizio Moscatelli ai clarinetti ed al flauto basso, Gaia Valbonesi al violino e Giuseppe Cistola alla chitarra elettrica. I due dischi citati sono usciti un po’ in sordina ma, con i loro tempi, si stanno facendo conoscere. Per quanto riguarda progetti di pubblicazione si, ci sono. Con Martha Deribe stiamo producendo nuova musica e presto ci saranno novità e poi con il trio, insieme a Michele e Lorenzo, presto andremo in studio a registrare.

Vorresti anticiparci qualcosa su ciò che ascolteremo al Rosetum e raccontarci dei musicisti che saranno con te?
Quello che sentirete sarà principalmente caratterizzato da musica nuova, scritta appositamente per questa formazione. Ci saranno anche alcuni brani originali già esistenti ma che avevo suonato in passato in altri ambiti, che in questo caso ho riadattato per il trio. Con me ci saranno Michele Sperandio alla batteria e Lorenzo Scipioni al contrabbasso. Con Michele e Lorenzo ci conosciamo da almeno 10 anni e abbiamo sempre suonato insieme all’interno di vari progetti; la sintonia è stata da subito molto forte e nel tempo l’abbiamo nutrita sempre di più, fino a che è stato un passaggio naturale iniziare a lavorare in trio. Questo ha iniziato una nuova fase del nostro rapporto, dove possiamo sperimentare ed approfondire aspetti musicali e territori che in altre situazioni si lambivano solamente. Nell’ultimo anno e mezzo ci sono state alcune esperienze dal vivo molto importanti che ci hanno dato un forte impulso, una al Teatro dell’Aquila di Fermo nel Festival Ritratti in Musica, dove abbiamo avuto come ospite alla tromba Fulvio Sigurtà, musicista straordinario con cui si è creata una sintonia meravigliosa. L’altra, in trio a febbraio scorso alla Casa del Jazz di Roma, ci ha dato la possibilità di sperimentare il repertorio in una dimensione ottimale. Siamo molto felici e grati di portare questo progetto anche al Rosetum Jazz Festival!
Photo 2, 4 © Paola Tieppo






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