A P P U N T I D A N O V A R A J A Z Z
Articolo di Mario Grella
È stato l’Olimpo popolato dalle divinità della mitologia classica, rappresentato nell’affresco (attribuito a Stefano Maria Legnani) che campeggia sulla volta del Salone d’Onore del Tribunale di Novara, il fondale per l’inizio del secondo intensissimo weekend cittadino di NovaraJazz 2026. A cercare il connubio, o il contrasto, tra jazz e luoghi ci ha provato l’accordion solo di un ospite d’eccezione Gianni Coscia, premiato con la Chiave d’oro: veramente un grandioso interprete dello strumento che, nelle sue mani, diventa qualcosa di più e di diverso dalle reminiscenze di nostalgici tanghi argentini o della musica folk italiana o europea e nello stesso tempo è tutto insieme. Inevitabili i ricordi del decano della fisarmonica italiana che, curiosamente, non si è mai considerato un solista e lo stesso nome dello strumento, a suo dire, dovrebbe essere “armonica” (senza l’inutile suffisso “fisa”) il che darebbe l’idea di una coralità del suono, quasi di un insieme di strumenti; in modo analogo Coscia considera il pubblico, come parte integrante di ciò che in un concerto viene prodotto. I suoi primi ricordi corrono alla fisarmonica regalatagli dal padre e al liceo di Alessandria, dove incontra Umberto Eco, suo compagno di scuola, che scrisse addirittura versi per lui, musicista alle prime armi, e per la sua musica.

Poi il racconto dei vagabondaggi per la campagna alessandrina quando girava per i cortili delle cascine ad allietare (e anche per raccattare qualche soldo) il suo primo pubblico. Insomma un insieme di parole e musica proposti al folto e attentissimo pubblico di NovaraJazz, con un ricordo che riguarda proprio la città di Novara, quando nel 1970, Gorni Kramer e la sua orchestra della Radio Televisione Italiana (allora la televisione era una cosa seria), approdarono proprio nel cortile del Broletto e in quelle fila suonava anche lui. Tra un ricordo e l’altro prendono corpo tante melodie italiane e anche classici del jazz come il magnifico mélange Cole Porter-George Gerswin, una Sophisticated Lady di Duke Ellington dove Gianni Coscia si permette di cambiare i toni bassi con grande disinvoltura e poi ancora una parte della colonna sonora di Profumo di donna, con Por una cabeza, il famosissimo tango scritto nel 1935 da Carlos Gardel. Insomma Coscia, un musicista che non ha fatto solo il musicista per tutta la vita ma che è indubbiamente nato musicista. Il racconto prosegue, per chi ha avuto il privilegio di averlo poi come commensale, con un ricordo di Vittorio Gregotti e di tanti intellettuali e musicisti, tutti artisti che hanno come lui attraversato il Novecento.

Sempre nella serata di giovedì, nel salone dell’Arengo del Broletto, l’appuntamento è con la trombettista inglese Laura Jurd e il suo progetto Rites & Revelation, con una formazione che vede insieme a lei Cori Smith alla viola, Tara Cunningham alla chitarra, Ruth Goller al basso e Corrie Dick alla batteria. Finalmente quattro (indiavolate) donne in una band di cinque elementi che riesce a far tremare anche le possenti mura del salone medievale dell’Arengo, con un jazz dal sound corposo e dirompente che sa sposarsi con echi di folk ritmato sulle corde del basso e della chitarra e che, a tratti, almeno agli ascoltatori più agé, potrebbe far tornare alla mente le sonorità dei Pentangle. Un ascolto necessariamente partecipativo che non permette di lasciarsi troppo andare sulle ali delle consolatorie melodie folk, perché una scimitarrata di suoni elettrici è pronta ad abbattersi sull’ascoltatore. Anche questo concerto, benché agli antipodi del precedente, (ma il jazz è sempre diversità per antonomasia) molto suggestivo e ricercato. E siamo solo ai concerti di apertura del secondo intenso weekend di NovaraJazz 2026…

Yvonne Moriel, giovane sassofonista e flautista austriaca, inizia i concerti del venerdì sera nel chiostro della Canonica del Duomo di Novara, ambiente che si adatta perfettamente al jazz, al dub e all’elettronica leggera del suo gruppo : un quartetto con Stephanie Weninger (moog e tastiere), Lorenz Widauer (tromba), Raphael Vorraber (batteria), sound disteso, sax con la capacità di cogliere i toni più pacati e quelli più multiformi con una temperanza che ben si adatta anche ai silenzi del luogo.

Il tempo della degustazione di un risotto al gorgonzola, offerto nel dopo concerto, e la carovana si trasferisce sotto il palco principale del Broletto dove la prima parte dell’evento serale prevede una realizzazione (firmata WeStart-Centro di produzione del Piemonte Orientale, costola di NovaraJazz), costituita dagli Instant Cypher con la loro performance di musica e urban dance. Se, come amava dire Frank Zappa, “scrivere di musica è come ballare di architettura”, figuriamoci scrivere di danza… Ma proverò a cercare di dirvi come i corpi dei tre performer (Michael Rossi, Laura Dal Checco, Serena Ballarin) sembrano scrivere nell’aria una partitura per movimenti di corpi che interseca il jazz, a tratti ambientale e a tratti energico e ritmato, della formazione che vede Beppe Scardino al sax baritono, flauto, basso ed elettronica, Miriam Fornari alle tastiere e synt, Marco Frattini alla batteria ed elettronica.

Per concludere la serata Daoud trombettista franco-marocchino (ma come dicono a Parigi ormai tutti sono “franco-quelque chose”, ed è meglio così) che sembra danzare con la sua tromba su una corda tesa su jazz, funk, hip-hop, afro beat: un grande concerto di un personaggio che ama sollecitare il pubblico e ne attende le reazioni.

Sabato mattina di buon’ora, nel delizioso cortile del biscottificio Camporelli, luogo di eccellenza gastronomica della città, è la volta di Naomi Berrill, compositrice e violoncellista irlandese che vive a Firenze, a condurre il numeroso pubblico su sentieri jazz-folk, un percorso attraverso la musica orientale, quella mediterranea, quella irlandese di composizioni tradizionali e originali della stessa Berrill, comprensivi di un bell’omaggio a Nina Simone coniugata al violoncello.

Concerto soft per inaugurare una giornata molto impegnativa a cominciare dalle lacerazioni elettroniche e dai testi politici “vecchia maniera” del set delle Witchess ovvero Andrea Giordano (voce, flauto ed elettronica), Silvia Cignoli (chitarra elettrica, elettronica), Francesca Remigi (batteria) che puntano tutto sull’accoppiata, in fondo mai tramontata, di musica e impegno politico che sembra dare fastidio ancora (e questo è un buon segno). Suoni duri, taglienti, senza remore ma di grande intensità e dal vibrante messaggio di denuncia sociale, attraverso testi riprodotti e ben amalgamati nelle composizioni.

Pomeriggio poi nel cortile di Palazzo Bellini con il piano di Rita Marcotulli, un jazz amabile, fluente come il ricordo di tante melodie che vengono dallo spirito dei popoli ma anche dalle tante citazioni cinematografiche. Una su tutte è quella che la Marcotulli racconta ad un pubblico quanto mai attento, cioè un brano che prende origine dal leggendario monologo davanti allo specchio di Antoine Doinel dal film Baci rubati di François Truffaut e che la compositrice romana trasforma in un brano per piano, con l’aiuto del linguaggio dell’alfabeto Morse, una prova di estrema contaminazione dei linguaggi di cui il jazz è sempre stato portatore.

Nella suggestiva cornice delle mura romane si è tenuto il concerto davvero stimolante del trio Psoas, formato da Alessio del Checco al sax tenore, Giulio Cuppari alla chitarra e Giosuè Consiglio alla batteria. Il set, iniziato verso le 18:20, ha presentato alcuni brani del loro ultimo album Satori pubblicato da Aut Records che prosegue nella meritoria attività di sostegno, pubblicazione e promozione di giovani artisti. Un concerto davvero appassionante per idee e sonorità, interplay e sperimentazione. Il nome del trio è stato ispirato dal nome del muscolo ileopsoas che influenza la respirazione. Musica quindi che si vuole fare respiro partendo spesso da riff, che si sviluppano in cerchi sempre più ampi favorendo una sorta di meditazione sonora. Il pubblico nel caldo del tardo pomeriggio ha goduto della performance adagiato su comodi plaid e cuscini o sulle sedie messe a disposizione dall’impeccabile organizzazione del festival.

Alsogood è le nom de plume di Francesco Lo Giudice che, con Pierpaolo Tancredi alla batteria, Alessandro Pollio alle tastiere e Call Collen al sax, ha il compito di squassare l’inizio dei concerti serali a colpi di un hip hop energetico e come potrebbe essere diversamente con un sassofonista così impetuoso? Alsogood dichiara apertamente di voler turbare e dare un senso nuovo alla “musica vecchia” così si esprime senza mezze misure, ma in realtà non è affatto uno scellerato, anzi un amabilissimo assemblatore e creatore di nuovi materiali sonori in un mondo musicale in cui distinguersi diventa davvero un’operazione improba. Anche questo concerto è stato prodotto da WeStart la cui collaborazione al Festival novarese sembra essere ormai essenziale, proprio per la scoperta e il sostegno a valenti giovani (ma anche meno giovani) musicisti.

Quello che viene dopo sul palco del Broletto appartiene ormai alla storia del jazz italiano e internazionale ovvero Fabrizio Bosso e il suo Spiritual Trio (con Alberto Marsico all’Hammond e Alessandro Minetto alla batteria). Facciamo un po’ di facile cronaca dicendo che la tromba di Bosso squarcia il cielo del nobile cortile novarese, ma non senza ricordare che le sue sonorità avvolgenti portano con sé echi di gospel, spiritual, hard-bop che hanno il magico potere di riambientare (un verbo molto migliore di “remigrare”) il pubblico sempre in atmosfere diverse: un concerto strepitoso che ha letteralmente eccitato un pubblico non uso ai facili entusiasmi. Se ne è accorto anche Bosso che si concede un peripatetico bis tra la platea con un A Sentinental Mood che trasforma l’entusiasmo in delirio. Inutile aggiungere altro.

E siamo alla fine della interminabile cavalcata, domenica, ultimo giorno del Festival, si apre con il tradizionale concerto d’organo che quest’anno, nella Chiesa di San Giovanni decollato ad Fontes, vede impegnato il Maestro Nicola Tirelli che con il jazz e altre influenze ha le mani in pasta da tempo ed è tanto più meritevole che ciò sia fatto su uno strumento sontuoso come l’organo che va ad intaccare qualsiasi pregiudizio che vorrebbe questo strumento adatto solo a certe circostanze o ambiti. Non posso tacere la grande apertura mentale di Andrea Daffara e della Confraternita che cura questa chiesa-scrigno, sempre aperto ad accogliere forme non canoniche di spiritualità.

Non c’è tempo da perdere a NovaraJazz e alle 11:30 siamo già davanti alla Sinfonia del Mare di Filiberto Minozzi, della Galleria Giannoni dove, come da tradizione consolidata, si tiene un assolo di contrabbasso e quest’anno è la volta di Claude Tchamitchian, musicista dedito alla musica della sua terra d’origine ovvero l’Armenia. Il jazz, più di ogni altro genere musicale, è come il sangue delle persone ovvero mescolato dalle storie personali, dagli spostamenti dei popoli, dalle origini, dalle destinazioni, dagli incontri con altre persone. È così anche per Tchamitchian (anch’egli Chiave d’oro di NJ): la musica della sua terra natia è mescolata alla ricerca fatta sulle corde del suo vecchio contrabbasso dove vibrano il nuovo e l’antico, la tradizione e l’avanguardia, é il bello del jazz, ma non solo, è che proprio attraverso queste ibridazioni nasce o rinasce, una bellezza nuova.

Pomeriggio intenso quello di domenica, con un primo appuntamento alla Chiesa del Carmine con la flautista e cantante franco-siriana Naïssam Jalal che in duo con Claude Tchamitchian, imbastisce un concerto che è una meditazione sonora sul trascendente con armonie eteree mai banali (anche per l’accoppiata strumentale piuttosto insolita). Riflessioni sul tempo che consuma tutto ma non lo spirito, ma anche poesia di suoni come nel caso del brano Le Chant des Nuages. Concerto che si conclude con una invocazione ad Allah perché protegga il fedele da sé stesso, messaggio comune a molte religioni ed evocato dall’artista francese, siriana di origine, accompagnata oggi da un musicista armeno in una chiesa italiana dedicata al culto cristiano-bizantino: davvero parlare di confini diventa sempre più improponibile e non solo nella musica.

C’è giusto il tempo di attraversare il cuore della città per trasferirsi a Palazzo Faraggiana, nel suo giardino panoramico ai piedi della Cupola antonelliana, per seguire Cinema Italia progetto di Luca Zennaro (chitarra) e Michelangelo Scandroglio (contrabbasso), un repertorio originale costituito da brani di jazz soft, quasi minimale, con più di un accento folk. In particolare, come racconta al pubblico Luca Zennaro che, dopo una lunga residenza artistica in Senegal nel 2023, si è appassionato alla kora uno strumento che sembra ormai entrato nella cultura musicale di molti jazzisti; a questo strumento è dedicato un magnifico brano che con lo stormire delle rondini al tramonto nel misterioso giardino del palazzo nobiliare crea una atmosfera piena d’incanto.

Infine, a tarda sera il Festival si chiude sul palco principale del cortile del Broletto con Bassolino e il suo progetto Città futura, titolo gramsciano che sembra piacere molto anche a questa band che cavalca funk, elettronica, jazz e sound dal sapore mediterraneo e che fa ballare gli ultimi e ormai esausti spettatori di un’edizione di NovaraJazz ricca come sempre e come sempre molto impegnativa. Va fatta menzione anche per la Dedalo Big Band Jazz Lab grande orchestra composta da allievi e docenti della scuola musicale Dedalo che aveva allietato il pubblico nel tardo pomeriggio, per i ragazzi dei conservatori di varie città che si sono esibiti nelle vie del centro storico, per AngieBack to Mono e Dj Pinella che hanno allestito DJ set nei dopo-concerti. E dal pianeta Novara Jazz 2026 è tutto o quasi…









Immagini sonore © Emanuele Meschini
Grazie ad Alessandro Tacconi per il contributo (PSOAS).





![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)
Rispondi