R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Tutti gli anni Novara Jazz porta qualche concerto in una chiesa del centro storico della città e spesso anche fuori città, sulla scorta dell’analoga iniziativa londinese denominata Church of Sound.  È capitato però che tra gli organizzatori del festival e la diocesi siano sorti piccoli contrasti, riguardanti il fatto che il jazz non sia considerato musica sacra e di conseguenza addirittura inadatto ad una chiesa, a un duomo o ad una basilica. Mi piacerebbe vedere cosa penserebbe un prevosto, di fronte al nuovo disco di James Brandon Lewis, uscito per Intakt Records ed intitolato Omni, che vede la consueta formazione con Aruán Ortiz al piano, Brad Jones al contrabbasso, Chad Taylor alla batteria e ovviamente James Brandon Lewis al sax. Omni è la radice latina di tre attributi fondamentali del Dio cristiano, ovvero «Onnisciente», «Onnipotente» e «Onnipresente»: infatti Brandon Lewis non fa mistero sul fatto che il disco sia un percorso profondamente spirituale e che sia anche la continuazione ideale di Transfiguration del 2024 (ne abbiamo parlato qui).

“‘Omni’ riprende esattamente da dove ‘Transfiguration’ si era interrotta” spiega infatti il compositore e prosegue precisando di come ci sia “Un livello di introspezione che mi fa porre domande su chi sono. Spogliare gli strati può essere doloroso, ma voglio farlo, voglio commentare la mia spiritualità“. Non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro, a parte qualche nota tecnica magari ricordando che, con questa formazione, Lewis ha elaborato il concetto di Musica Sistematica Molecolare, che ruota attorno a scale di 6 o 7 note, ma che poi, con il già citato Transfiguration, Lewis inizia a usare un sistema a 12 toni, (oltre alle scale a sei e sette note). Ciò allude e omaggia uno dei capiscuola della musica moderna come Arnold Schoenberg, ma non è certo la citazione colta il cuore della musica di Lewis, ciò che conta è solo la sua ricerca che esplora costantemente lo spirito e lo spirituale. Val la pena di ricordare che James Brandon Lewis è figlio di un pastore battista e che la ricerca musicale è per lui un mezzo e non un fine, e che il fine è la ricerca delle forze spirituali, che agiscono nell’essere umano. Eh sì, esiste nel jazz, come in tante altre forme musicali, questo insopprimibile desiderio di “andare oltre”, di usare la materia musicale per farci giungere, dopo aver attraversato oceani in tempesta, qualche baia sicura, qualche landa di pace se non proprio di beatitudine. Ci sono ancora artisti che non hanno abdicato a “l’art pour l’art” ce ne sono nella musica e nelle altre arti e, frequentando il jazz da un bel po’ di anni, devo riconoscere di averne incontrati (per fortuna) parecchi.

Omni incomincia col brano che dà il titolo all’album e si apre col suono armonioso e profondo, pacato e meditativo del sax di Brandon Lewis, un brano breve ed intenso seguito dalla vitalità di The Sermon, affidato per metà ancora al sax di Lewis e per metà allo straordinario pianoforte di Aruán Ortiz. I brani si susseguono, ma questo è un lavoro che va letto certamente nella sua interezza, come dice nella nota di copertina Kevin Le Gendre, un sermone senza parole. La ricerca della spiritualità però, non è un sentiero a fondovalle immerso nella pace, ma un percorso irto di inciampi, di contraddizioni, di riflessioni, anche di retromarce. È un’aspirazione che per essere saziata, ammesso che sia possibile riuscirci, richiede impegno e dedizione, anche sconcerto, dubbio e sofferenza e esige la presenza di un sacro fuoco.

Come quello contenuto in Fire in my bones, uno spirito raccontato altrettanto bene in Tesfity, quasi un blues o nel tormentato Call to workship, o ancor di più in Line Upon Line, una sorta di “whooping”, in cui la “salmodia” della Black Church, quasi completamente free, sembra arringare l’ascoltatore-fedele, ed anticipa la vitalità deflagrante di Spirit of the living God. I brani in cui l’immaterialità dello spirito sembra essersi pacificato nella nostra anima secondo un immaginario musicale, sono proprio i tre pezzi che definiscono le attribuzioni di Dio: dopo Omnipotent in apertura, ecco a metà album Omniscient (sax e contrabbasso di Chad Taylor) e, alla fine dell’album Omnipresent col suo crescendo dolcemente mosso e quasi ascetico.

No, non siamo decisamente nel territorio della musica fine a se stessa: l’elemento fortemente religioso, sebbene apparentemente mitigato da intense sonorità jazz, non è un elemento trascurabile o surrettizio, anzi queste composizioni sono profondamente religiose e, tornando all’argomentazione iniziale di queste note, potrebbero e, in un certo senso dovrebbero, essere eseguite anche in luoghi deputati al culto. Occorre però essere molto duttili ed anticonformisti (termine ormai caduto purtroppo in disuso), per comprendere che la spiritualità abbisogna di nuove forme di trasmissione del suo complesso contenuto.  Un disco coerente con tutto il percorso musicale di James Brandon Lewis, musicisti che non hanno derogato ad una funzione storica della musica e, naturalmente non solo del jazz, quella di trasmettere messaggi. D’accordo che oggi qualcuno afferma che non è necessario che un artista lanci messaggi da un palco, ma il rischio che nemmeno la musica non veicoli più alcunché c’è sempre…

Tracklist:
01. Omnipotent (1:05)
02. The Sermon (6:06)
03. Fire in my Bones (3:46)
04. Testify (6:23)
05. Omniscient (1:50)
06. Call to Worship (6:06)
07. Line Upon Line (3:23)
08. Spirit of the living God (10:31)
09. Omnipresent (5:39)

Photo © Julien Vonier




 

 

 

 


 

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