R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Tra Toronto e Portland nell’Oregon ci sono circa 3400 km in linea d’aria. Una distanza frantumata dalla tecnologia digitale a mettere in rapporto di vicinanza due musicisti che geograficamente proprio vicini non sono. Alaskan Tapes e Blu Miles, rispettivamente all’anagrafe Brady Kendall al pianoforte e Blu Midyett al sax contralto, hanno creato una collaborazione che, date le circostanze ambientali, avrebbe rischiato di suonare fredda e frammentata, quasi programmatica. Eppure il loro lavoro Blank Slate, Open Space, un EP con poco più di venti minuti di musica, compie il percorso opposto, trasformando la distanza in prossimità emotiva, il vuoto in linguaggio, il silenzio in materia narrativa. L’incontro tra Kendall e Blu Miles — sviluppato inizialmente attraverso continui scambi di registrazioni e completato poi faccia a faccia a Toronto — produce un equilibrio sorprendentemente organico. Pianoforte dilatato, fiati evanescenti, anche l’apporto isolato di una chitarra e lievi stratificazioni elettroniche ampliano gradualmente il paesaggio sonoro senza spezzarne la delicatezza.

Tutto rimane soffuso, quasi torpidamente malizioso. Il piano di Kendall e le sue tastiere non cercano l’enfasi. Preferiscono insinuarsi delicatamente, avanzare per sottrazione, costruendo una scrittura acerba ed essenziale che rinuncia pragmaticamente ad ogni forma di compiacimento tecnico. Attorno a queste si muove il sassofono di Blu Miles, quasi esitante, capace però di imprimere al contesto una qualità profondamente riflessiva. Ne emerge una sorta di barcarolle acquarellata, fatta di sfumature che si dissolvono ai margini, dove il silenzio assume lo stesso peso dei suoni. Per seguire questa musica dalla bellezza effimera basta poco. Non ci sono formule stilistiche da interpretare né tanto meno troviamo artifici ridondanti. Il duo preferisce abitare gli interstizi, lasciare che siano gli spazi sospesi a raccontare davvero qualcosa. L’album vive in una zona limite tra ambient, jazz minimale, suggestione cinematografica e neoclassicismo. Ma ridurlo a una semplice fusione di generi sarebbe riduttivo. Qui il linguaggio musicale sembra esprimersi quasi per perifrasi, aggirando il proprio centro emotivo invece di dichiararlo apertamente, suggerendo sé stesso più che auto-affermarsi. Le ruminazioni jazz del sassofono parrebbero emergere dall’evocazione di una memoria lontana, mentre il pianoforte procede con passo assorto, come se ogni accordo fosse una forma di traumdeutung sonora, un’interpretazione incompleta del sogno e della memoria. È soprattutto una musica notturna o serale, fatta per ore intermedie, per stanze poco illuminate e momenti di pensieri che riaffiorano lentamente. È inutile cercare tracce di vitalismo in queste composizioni. Al contrario, tutto appare calibrato, quasi trattenuto, singolarmente monocorde nel senso più nobile del termine, una coerenza timbrica e spirituale che rimarca l’identità autonoma di questo album. Le partiture malinconiche che l’attraversano rifuggono l’aspetto drammatico ma cercano una dimensione quieta, contemplativa, talvolta persino misticheggiante. Se molta musica contemporanea rincorre l’impatto immediato, l’accumulo e la saturazione emotiva, Blank Slate, Open Space sceglie invece la rarefazione in cui l’arte di ascoltare rimarca la necessità di un gesto lento, individuale, quasi rituale. È musica per momenti solitari, ma da non intendersi nel significato di un isolamento sterile. Piuttosto rammenta il senso di una compagnia discreta, di una presenza che non invade lo spazio interiore di chi ascolta. L’aspetto interessante, al di là della qualità musicale di per sé, è come questo lavoro suggerisca possibilità ancora aperte, libertà creative non irrigidite dalle convenzioni. Brady Kendall sembra qui allontanarsi definitivamente dal ruolo di semplice perpetuatore di tradizioni ambientali e creatore di colonne sonore – la sua discografia personale vanta circa una ventina di opere, comprendendo anche numerosi EP – per inseguire una forma più personale, vulnerabile e libera di composizione. Blank Slate, Open Space lascia la sensazione di una musica senza rughe, non perché perfetta o levigata artificialmente, ma perché incapace di invecchiare dentro le logiche di un consumo rapido. Va da sé come questa piccola opera richieda attenzione, silenzio e disponibilità emotiva, proponendosi all’ascolto con la sua originale compostezza decisamente non scolastica.

Blank State incornicia l’apertura dell’album con un sottofondo di rumori incidentali che rimandano all’idea di un prodotto volutamente artigianale. Una volatile trama di pianoforte si concentra su una sequenza limitata di suoni, due accordi in maggiore distanti una quarta giusta, lavorano sull’assottigliamento di spessore e su estemporanei arpeggi nella parte alta della tastiera. Un sax dalle evocative nuances sottolinea il clima contemplativo estatico e senza preziosismi tecnici raggiunge una forma ricercata di sommesso lirismo. Oversky gioca al pianoforte centellinando una triade di Fa maggiore, richiamando anche in questo caso la distanza strategica di un intervallo di quarta discendente. Poche strutture di armonia funzionale, quindi, ma sufficienti per creare un’immagine leggera, fluttuante, di una decisa vaghezza onirica, dove il sax vi immette una melodia naturale, tracciata da quella spontaneità che ne costituisce l’aspetto forse predominante. Rosewood inizialmente sembra portarsi in tutt’altra direzione. Tastiere elettroniche monotonali, qualche nota lontana di piano, frammenti percussivi. Poi tutto rientra nell’atmosfera abituale, ma questa volta la melodia del sax ha un peso superiore, sfiora lo struggimento, s’increspa nel passaggio tra tonalità maggiore e minore nell’interscambio modale, per poi essere riassorbito dalla risalita sonora di piano e tastiere. We Move Slightly Forward è un brano che si muove radicalmente molto lento, quasi catatonico, obliquo e sfuggente, di brevissima durata. In-Cloud vede un intervento di chitarra da parte di Eli Goldberg e l’aggiunta di un clarinetto, presumo sempre di Blu Miles, che si somma all’impasto armonico trovando la quadra in una ricercatezza estetica a cui partecipa anche il pianoforte. È il brano più importante della raccolta, in assoluta forma armonica modale, capace di creare un’atmosfera espansiva. Si evidenzia, proprio in un pezzo come questo, un idioma che sa di nuovo, originale nella sua compostezza senza sbavature. Open Space, con una chitarra arpeggiata in modo un po’ svogliato, ondeggia su un intervallo accordale di un tono mentre alcuni suoni esterni s’intrufolano all’interno del brano. Scolastico il sassofono. Chiude Note One, un valzer autunnale teso tra pianoforte, sax e chitarra con qualche nota di basso. Una goccia di romanticismo ambient.

Blank Slate, Open Space ha la capacità di sottrarsi alla tirannia dell’eccesso contemporaneo senza trasformare il minimalismo in una posa estetica. Alaskan Tapes e Blu Miles non costruiscono un semplice ambiente sonoro, ma una condizione percettiva, uno spazio mentale in cui il suono sembra interrogare il proprio stesso apparire. In questa musica il silenzio non rappresenta un’assenza, bensì una forma ulteriore di linguaggio, quasi un controcampo invisibile alle note. E così l’ascolto diventa progressivamente una pratica introspettiva, una lenta ridefinizione del rapporto tra memoria, tempo e percezione. Come certi paesaggi osservati al crepuscolo, anche queste composizioni sembrano esistere in uno stato intermedio: non completamente malinconiche, non realmente pacificate, ma sospese in una fragile zona di transizione emotiva.

Tracklist:
01. Blank Slate (03:06)
02. Oversky (02:50)
03. Rosewood (03:27)
04. We Move Slightly Forward (01:17)
05. In-Cloud (03:46)
06. Open Space (02:26)
07. Note One (03:17)

Photo © Brady Kendall

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