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Riccardo Talamazzi

Enrico Pieranunzi Jazz Ensemble – Time’s Passage (Abeat Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Si va sul velluto con questo nuovo disco di Enrico Pieranunzi. Il tempo trascorre, come suggerisce il titolo dell’album ma il pianista romano ci passa attraverso con elegante sicurezza, quella certezza compositiva (sei brani su nove sono di suo pugno) e soprattutto esecutiva che l’ha sempre caratterizzato e stigmatizzato come uno dei pianisti più grandi al mondo. Nonostante l’Italia abbia posseduto e possieda tuttora molti pianisti jazz di levatura internazionale, con Pieranunzi il discorso si fa più serio, sia per il numero di grandi musicisti con cui ha suonato nella sua vita, sia per l’assoluta considerazione di cui egli è oggetto all’estero. Credo, infatti, che sia ancora l’unico musicista italiano ad essere stato invitato allo storico Village Vanguard di New York e che in quel prestigioso locale abbia potuto incidervi un disco dal vivo, quel famoso Live targato 2013 (ma registrato tre anni prima) insieme a Marc Johnson e al compianto Paul Motian, un’autentica esplosione di energia, forse uno dei dischi live più belli mai registrati nell’ambito del trio jazz.

© Soukizy.com

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The Nels Cline Singers – Share The Wealth (Blue Note Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Alla boa del suo sessantacinquesimo anno di età Nels Cline “eterno ragazzo” mi ricorda sempre più il suo quasi coetaneo John Zorn. Non solo per l’enorme mole di lavoro svolto, sia da titolare che da collaboratore (ho contato in totale più di 150 incisioni dal 1981 ad oggi…) ma per le sue dinamiche musicali che oscillano tra diversi poli attrattivi: jazz, rock, musica sperimentale tonale e non, avanguardia ed elettronica. Certi musicisti sono così, non li puoi legare a niente e ti devi aspettare tutto da loro, tranne qualsiasi forma di prevedibilità. Le strade collaterali intraprese dal nostro sono molteplici e vi faccio solo alcuni nomi. Nell’ambito più strettamente rock il primo riferimento sono i Wilco con cui Cline ha collaborato dal 2004, poi alcuni illustri frammenti dei Sonic Youth come Thurstone Moore e Lee Ranaldo, anche se in momenti e occasioni diverse, poi con Stephen Perkins (chi si ricorda dei Jane’s addiction?) e anche con Mike Watt (se ricordate l’hardcore punk dei Minutemen siete veramente bravi…), Joan Osborne ed altri ancora. Nel jazz si sono rivelati vecchi amori mai dimenticati attraverso certe rielaborazioni coltraniane con l’Interstellar Space Revisited nel 1999, negli omaggi ad un pianista come Andrew Hill nel suo New Monastery del 2006 e poi ancora con Medeski, Martin & Wood, e come dimenticare la collaborazione con Charlie Haden, Tim Berne e molti altri ancora che non enumero per non farvi morire di noia.

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Elina Duni – Lost Ships (ECM Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

“Eclettismo” è un termine che si riferisce alla capacità di gestire atteggiamenti, dinamiche comportamentali, pensieri e azioni che provengono da diverse ispirazioni e che vengono armonizzate verso un medesimo obiettivo. La finalità di un musicista è appunto quella di assemblare musica anche quando questa può avere varie influenze differenti, talora apparentemente poco compatibili tra loro. Elina Duni riesce dunque ad essere eclettica e a comporre tra loro frammenti diversi in un’unità attendibile come questo Lost Ships, dove ad esempio ballate tradizionali salentine (Bella ci dormi), gloriosi standard jazzistici come I’m fool to want you (scritta da Frank Sinatra e dedicata all’attrice Ava Gardner), classici come The wayfaring stranger (dell’ombroso Johnny Cash) e sempreverdi francesi come Hier encore (Charles Aznavour) coabitano senza sgomitare, rivisitati con opportuna leggerezza e rispetto e arrangiati con tutta la dovuta grazia possibile. Altro segno di eterogeneità della Duni è la sua capacità di esprimere il canto in diverse lingue e di risultare sempre attendibile anche quando, oltre all’albanese, sua lingua madre, utilizza l’italiano, l’inglese ed il francese adattando la sua voce leggermente scura ai diversi idiomi nazionali e regionali.

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