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Riccardo Talamazzi

Hitra – Transparence (AMP Music & Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una curiosa manipolazione narrativa è alla base di questo disco in cui il gruppo in questione, Hitra, prende il nome dall’omonima isola situata nella parte centro-occidentale della Norvegia. Potremmo affermare che l’intera opera sonora – Transparenceè un’eterotopia focalizzata sulle città, non solo quelle esistenti ma anche in tutte le altre frutto di ideazioni fantastiche, utopistiche e letterarie. Si tratta di architetture nate dai racconti delle Mille e una notte come Lebtit e Labtayt o a progetti abitativi parigini come La città dei poeti (che è pure il titolo di un romanzo fantastico di Daniel Abraham). Anche quando gli agglomerati urbani sono realmente esistenti ci si riferisce a luoghi esotici, indonesiani come Sêtu o a villaggi semi-sperduti come Sandstadt, situato nella stessa Hitra. Si tratta quindi di non-luoghi, o meglio di luoghi dove il presente si riassorbe e si collega ad un’interiorità nascosta, una dimensione sacra e privilegiata in cui il Tempo abituale rallenta e si dissolve. Gli autori di tutta questa creazione musicale sono un quartetto italo-nordico in cui, accanto al nostro pianista Alessandro Sgobbio, suonano il chitarrista islandese Hilmar Jensson, il bassista Jo berger Myhre e il batterista Øyvind Skarbø, questi ultimi entrambi norvegesi.

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Richard Barbieri – Under A Spell (Kscope, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

È passato molto tempo dalla fine dell’avventura dei Japan, all’incirca una quarantina d’anni. Tutti gli elementi del gruppo, da allora, hanno avuto un’evoluzione musicale interessante, primo fra tutti l’eclettico David Sylvian. Purtroppo la morte prematura del bassista Mick Karn ha impedito a quest’ultimo di continuare la propria carriera artistica. Richard Barbieri invece, arrivato al sessantaquattresimo anno di età, è passato attraverso molteplici esperienze culminate sia come solista e sia come membro dei Porcupine Tree, una delle rock band più affascinanti e sperimentali di questi ultimi decenni. La matrice di base di Barbieri è rimasta in qualche modo legata tanto all’impronta elettronica quanto a quella particolare chimica sonora che aveva segnato l’esperienza Japan, cioè un tappeto armonico-ritmico su cui voci e strumenti solisti si connettono intimamente realizzando un amalgama rarefatto e sognante, omogeneo nella forma, senza brusche sterzate verso dissonanze inaspettate. Proprio questa uniformità d’intenti è ciò che caratterizza il quarto lavoro solista di Barbieri, Under A Spell.

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Ferenc Snétberger, Keller Quartett – Hallgató (Ecm Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è un grande chitarrista ungherese che incide dischi da circa trent’anni ma che resta conosciuto solo da un pubblico assai ristretto. Eppure questo musicista – si tratta di Ferenc Snétberger – transita attraverso i generi musicali con estrema scioltezza, ora cimentandosi con la musica classica, ora col jazz e la musica popolare brasiliana e flamenca. C’è poi anche un quartetto d’archi – il Keller Quartett – anch’esso ungherese e con una trentina d’anni di attività nel mondo della musica classica, che ha in comune con Snétberger l’attitudine alla curiosità e al desiderio di superare certi confini stilistici. Sono sempre più numerosi quei musicisti che, provenendo da mondi differenti, avvertono l’ambizione di confrontarsi con altre geografie artistiche, ma soprattutto desiderano misurarsi con se stessi, valutandosi nei generi più disparati. Gli esempi sono molti, da Friedrich Gulda a Keith Jarrett, da Nigel Kennedy a Chick Corea (ricevo, mentre scrivo, la notizia della sua morte – n.d.r.) e tanti altri ancora. Esistono poi etichette discografiche come ECM sempre pronte ad accogliere ibridazioni d’ogni tipo, purché, evidentemente, di alta qualità compositiva ed esecutiva. La molla che spinge certi artisti ad esporsi contemporaneamente su più fronti penso sia legata alla necessità di trovare nuovi spunti emozionali, di mettersi alla prova volteggiando senza rete, rischiando spesso qualcosa di proprio

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Jean-Marie Machado – Majakka (La Buissonne, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Nato in Marocco da genitori europei, Jean-Marie Machado è un pianista che dimostra manifestamente le sue origini familiari. Di matrice classica ben avvertibile, frutto di un’educazione musicale tutta francese, Machado è compositore molto raffinato, di grande esperienza, con alle spalle più di una quindicina di uscite discografiche, in parte come titolare e parte come collaboratore. Ha suonato accanto a gente come Paul Motian, Paolo Fresu, David Liebman, ha scritto composizioni per orchestra e si è cimentato in progetti multidisciplinari che includono anche teatro e danza. In questa sua ultima prova, registrata in Provenza a Pernes-les-Fontaines nello studio La Buissonne, egli mira a sviluppare un discorso musicale già parzialmente avviato da artisti come il tunisino Anouar Brahem e il libanese Rabih Abou-Khalil. Sulla strada tracciata da questi musicisti viene, di fatto, costruita una composizione globale con un’impronta più occidentalizzata che vola su melodie e ritmiche ibride ricche di suggestioni arabo-meditarranee le quali si rapportano a forme jazzistiche ed acustiche più contemporanee. Il trio che accompagna Machado al piano, in questo Majakka, è composto dai sassofoni e dal flauto di Jean-Charles Richard, dal violoncello di Vincent Segal e dalle percussioni di Keyvan Chemirani

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Archie Shepp & Jason Moran – Let My People Go (Archieball, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Ai tempi fastosi del bebop i maestri del jazz abbondavano di note straripanti ed esplosive, spesso inventandosi frasi così complesse da rendere molto difficile per gli altri poterle copiare e riprodurre. Il bagaglio tecnico era considerato, forse allora più di oggi, un biglietto da visita essenziale se ci si voleva qualificare come musicisti jazz. Poi le cose sono cambiate, si sono evolute, si è cercato di dare un diverso peso alla musica che non fosse limitatamente identificabile solo con la velocità di esecuzione e con la funambolica capacità di combinare tra loro le diverse scale musicali. Dopo la comparsa di Kind of blue si rivoluzionò tutto il jazz a seguire. Era tracciato, in quel capolavoro assoluto di Miles Davis & C, un nuovo paradigma che sanciva una maggior attenzione ai modi, alle pause, alle sfumature, ovviamente non abdicando mai alla preparazione tecnica individuale dei singoli musicisti. Poi venne il free jazz e i modelli precedenti furono modificati a loro volta. L’armolodia di Ornette Coleman resettava addirittura tutte le regole armoniche precostituite, via tutti i legami tradizionali, via il rispetto tonale, strada aperta alla libertà esecutiva più radicale. La rabbia, la consapevolezza politica della negritudine, l’urlo di quella generazione tra gli anni ’60 e 70 premeva con urgenza verso il superamento della tradizione facendo di questa dinamica la propria Bibbia espressiva. 

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Jakob Bro, Arve Henriksen, Jorge Rossy – Uma Elmo (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

L’essenziale, ovvero “nulla di troppo”, come recitava un antico precetto delfico. Se metti assieme la chitarra di Jakob Bro, la tromba di Arve Henriksen e la misuratissima batteria di Jorge Rossy, otterrai la quintessenza di un delicato procedimento alchemico che sobbolle nell’alambicco creativo di questo Uma Elmo. È l’ultima uscita di Bro per ECM. Alle spalle una lunga esperienza con diversi artisti come Paul Motian, Thomasz Stanko e Lee Konitz – ai quali è dedicato un brano ciascuno di questa raccolta – Paul Bley, Bill Frisell, e molti altri. Una musica in cui l’aspetto ritmico è decisamente secondario e dove la batteria si trova a recitare la parte di uno strumento melodico e non solo percussivo. Una chitarra piena d’arpeggi che si libra in aria come una libellula e una tromba spesso sussurrata a interrogarsi sul mistero dell’esistenza. Si viaggia in territori profondi, sotto il limite della coscienza, in quella zona opaca che precede l’oscurità della psiche, là dove pochi escursionisti osano avventurarsi. Una specie di “Monte Analogo” la cui vetta è rovesciata e le nubi che la circondano lasciano solo intravedere ciò che si cerca d’immaginare. Non ci sono vere luci in questo viaggio interiore ma penombre, solo spiragli di luminescenze fugaci, fuochi fatui. 

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Ananasnna – Veloci come in 500 (Auand, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Questa è la storia di una volontaria e insolita sfida verso se stessi. Possono cinque musicisti che formano un ensemble alquanto asimmetrico – un basso, due sax e due batterie – trovarsi a suonare insieme per la prima volta componendo ed incidendo un disco con sole 48 ore a disposizione? Nonostante ci si chieda quale sia stata le necessità di una prova come questa, quel che ne risulta è comunque una singolare miscela di umori e ispirazioni dove il basso elettrico di Stefano Risso compie un mezzo miracolo. Legare insieme armonicamente due sassofoni e allo stesso tempo contenere la naturale esuberanza ritmica di due batterie non deve essere stato un compito facile. Ma conoscendo la fama eclettica di Risso, un “uomo dal multiforme ingegno“ per dirla come Omero, nulla può sembrare impossibile. Provenendo da influenze e collaborazioni in ambiti diversi, dalla musica al teatro, suonando con artisti di fatto appartenenti a dimensioni jazz, rock e della musica leggera, Stefano Risso ha evidentemente acquisito un’esperienza tale che si sente in grado di affrontare anche situazioni anomale come questa.

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Shai Maestro – Human (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

A soli trentaquattro anni Shai Maestro arriva al suo sesto disco da titolare, il secondo con l’etichetta ECM. Dopo un luminoso esordio con l’Avishai Cohen Trio che l’ha tenuto a battesimo dal 2008 al 2011, il pianista e compositore israeliano ha spiccato il volo creandosi attorno un proprio gruppo e sentendosi ormai maturo per offrire un’immagine più completa del suo essere artista. Non saprei cosa propriamente intendere col termine di “esperienza religiosa” ma sono pronto a credere che una consapevolezza di questo tipo sia quanto di più pertinente possibile per ciò che riguarda questa ultimo progetto Human, presentato in compagnia con il batterista Ofri Nehemya, il contrabbasso di Jorge Roeder e l’apporto etereo del trombettista Philip Dizack. C’è tensione devozionale, in questo lavoro. Il tocco pianistico è uno scandaglio interiore che misura gli echi dell’anima e non credo sia sufficiente chiamare tutto questo semplicemente “lirismo”. C’è un obiettivo in questa musica ed è qualcosa di assoluto, un sentimento che nasce in solitudine e che tende a far levitare lo spirito verso l’alto in un tenace desiderio di trascendenza.

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Emmanuelle Parrenin | Detlef Weinrich – Jours De Grève (Versatile Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

L’ultima volta che mi trovai a Parigi restai coinvolto in uno sciopero dei trasporti che durò il tempo necessario per farmi disperare di poter rientrare in Italia. Presumo che grosso modo lo stesso sentimento l’abbiano provato Emmanuelle Parrenin e Detlef Weinrich quando, obbligati a una sosta forzata in quel di Parigi, decisero di intitolare il disco a cui stavano lavorando proprio Jours de grève. Della Parrenin, cantante folk di culto in Francia, arpista, suonatrice di ghironda e cantante attiva più che altro negli anni ’60 e ’70, si erano perse le tracce dal 2011 quando pubblicò il suo ultimo disco a seguito di una produzione personale certo non troppo generosa. Ma di lei si narrano ancora le meraviglie di un lavoro ormai entrato nel mito, quel Maison rose del lontano ’77, a testimoniare il livello spirituale e i brividi ancestrali che la sua musica sapeva produrre. Detlef Weinrich, alias Tolouse Low Trax, (ironico aka costruito sul nome del pittore Tolouse Lautrec) proviene da altre sponde creative, dall’architettura e dalla scultura in primis, ed è fondatore del Salon des Amateurs, uno spazio espositivo di installazioni artistiche in Dusseldorf. 

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