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Riccardo Talamazzi

Pedro Neves Trio – Hindrances (Carimbo Porta-Jazz, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Raccontano le note stampa riguardo questo ultimo lavoro di Pedro Neves Trio, Hindrances, come l’autore si sia ispirato, fantasticando, a una salita verso la cima di un monte immaginario. Il superamento degli ostacoli, suggerito dal titolo, possiede naturalmente un significato simbolico. La conquista di una vetta si realizza vincendo le difficoltà che s’incontrano sul suo cammino e dunque l’approdo verso una realizzata consapevolezza di sé – l’autentica scalata “oggetto” di questo album – rappresenta il superamento delle barriere che si pongono inevitabilmente in un viaggio di questo tipo. Come nel romanzo incompiuto di Renè Daumal, Le Mont Analogue, la sfida per giungere ad una vita serena ed appagante richiede una serie di atti di coraggio e di rinunce. La filosofia buddhista ad esempio individua, nel raggiungimento di questo obiettivo, alcuni ostacoli più problematici come il desiderio eccessivo, l’apatia, l’ansia e il continuo dubbio che mina ogni certezza. Può essere che anche in questo bel disco del portoghese Pedro Neves & C, pianista quarantaquattrenne di Oporto, si siano dovute superare quelle naturali barriere che si frappongono tra l’ideazione di un progetto e la sua realizzazione. Ma comunque ogni problema dev’essere stato doppiato con scioltezza, dato che Neves giunge agilmente alla sua quarta esperienza discografica supportato per l’occasione dal contrabbassista Miguel Angelo e dal batterista Josè Marrucho. In effetti sembra proprio che Neves abbia da tempo trovato la quadra ideale in un suono rilassato e melodico che riprende le fila già tese da autori come ad esempio il primo Brad Mehldau e Martin Tingvall. Meno rarefatto di quest’ultimo riferimento svedese – anche se certe analogie con il jazz nordico sono abbastanza evidenti – più in linea con il lirismo del pianista americano degli inizi, il musicista di Oporto si addentra consapevolmente in soluzioni armoniche molto consonanti in cui la melodia è sovrana, soprattutto riflettendo evidenti influenze dalla musica classica. Sembra, a questo proposito, che la formazione sintetica del trio possa essere la formula più efficace per Neves, dato che i suoi precedenti lavori sono sempre stati realizzati con lo stesso schema strumentale, cioè il classico disegno triangolare piano-contrabbasso-batteria. Si ascolta quindi un pianismo costantemente delicato, equilibrato, con una buona scelta di dinamiche percussive sulla tastiera, cioè con quel tocco particolare che permette di distinguere al volo un buon pianista da un volenteroso dilettante. Ci sono molte decorazioni, soprattutto affidate anche alla ritmica perfetta e ben composta che lo accompagna, senza però sfociare in qualsivoglia impronta decadente o verso tendenze iperboliche, mantenendo un clima assorto ed elegiaco frutto di una costante chiarità d’intenti.

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Marius Neset – Happy (Act Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Sono trascorse poche settimane da quando Off Topic si è occupata dell’ultimo lavoro di Arild Andersen Group, Affirmation – la recensione potete trovarla qui. Qualcuno probabilmente si ricorderà che uno dei collaboratori di Andersen nel disco sopra citato è un giovane sassofonista trentasettenne norvegese – anche se vive da tempo in Danimarca – Marius Neset, di cui oggi ci occupiamo riguardo l’ultimo album da lui realizzato con il sintetico titolo Happy. Neset è arrivato al nono disco come titolare, decimo se consideriamo anche Suite for the Seven Mountains pubblicato insieme al gruppo People Are Machines peraltro fondato dallo stesso sassofonista. In aggiunta vanno rimarcati gli affiancamenti, oltre che ad Andersen, anche a Lars Danielsson – Sun Blowing (2016) – e Daniel Herskedal – Neck of the Woods (2012), senza dimenticare numerose altre collaborazioni sostenute durante la propria attività live. Nella recensione di Andersen si era parlato in termini piuttosto elogiativi di Neset, collocandolo, riguardo i suoi specifici riferimenti musicali, tra Michael Brecker e Jan Garbarek. Anche se penso di poter confermare, almeno parzialmente, quanto detto in quel commento, debbo comunque aggiungere che il nostro giovane sassofonista non segue integralmente l’ipse dixit di quei maestri, dimostrando un eclettico ventaglio d’influenze che rimarcheremo strada facendo ma anche, naturalmente, riuscendo a focalizzare qualcosa in più del suo profilo personale. Infatti Neset ha dimostrato di saper indossare abiti solistici ma anche orchestrali e classici, come hanno evidenziato i lavori di scrittura per la London Sinfonietta – Snowmelt (2016) – e la Bergen Filarmonica – Manmade (2022). Il titolo dell’album, Happy, suggerisce un particolare atteggiamento verso ciò che Neset mi sembra possa considerare come sinonimo di felicità, cioè quella libertà che gli rende possibile attraversare stili e stati d’animo mutevoli e quindi aggirarsi in una sorta di paese delle meraviglie, cioè in un territorio musicalmente illimitato, esplorando tutte o quasi le possibilità che gli si presentano. Quindi, transitando tra jazz – con qualche momentaneo inserto free – e fusion, funk, soul e qualcosa di pop-rock, Neset si concede una dimensione escapista dal pensiero omologante proprio in virtù di questa sua forte curiosità e attrazione nei riguardi di forme musicali lontane dal jazz. Il suo sassofono possiede una voce timbricamente flessibile, piena di colore, accompagnata dalla tecnica ineccepibile dei suoi collaboratori per mezzo dei quali i brani presenti in Happy si sfrangiano in mille rivoli e si ricompongono in una congerie di ondosi flussi unitari di musica. Il tono di base rilascia un certo profumo di ottimismo, oltre a diventare a tratti sonicamente imprevedibile e piacevolmente cangiante. Accanto al sassofono tenore e soprano di Neset suonano Elliot Galvin, molto efficace alle tastiere, Manus Hjorth al piano, Conor Chaplin al basso elettrico, Anton Eger alla batteria ed alle percussioni.

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Sun Ra Arkestra – Living Sky (Omni Sound, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Quando mi capita, non molto spesso per la verità, di riascoltare qualche vecchio album della Sun Ra Arkestra, non essendo un fan di stretta osservanza mi succede di commuovermi o, in alternativa, di provare una certa irritazione. La commozione ci sta, perchè la Arkestra e la sua guida aliena Sun Ra – almeno fin quando egli fu in vita – potevano suonare musica talmente bella che solo un vegetale – ma forse nemmeno lui – avrebbe potuto restare indifferente a certe ispirate orchestrazioni. Però anche una moderata arrabbiatura è lecita, soprattutto quando un certo livore anarcoide prendeva il sopravvento sull’ironia e sulla disincantata bellezza delle loro performance, obbligando l’ascoltatore ad estenuanti quanto infinite sopportazioni di ance urlanti e cacofonie percussive. Eppure, la Sun Ra Arkestra ha scritto pagine indelebili di musica assolutamente da salvare dall’ingeneroso oblio del Tempo e dal futile scalpiccio delle mode. Del resto, una band che resta sulla scena ininterrottamente dagli anni ’50 ad oggi, con tutti i rimescolamenti che ha subito, tra cui il cambio di leadership, qualche buona qualità deve pur possederla. Delle caratteristiche di Sun Ra e del suo bizzarro aplomb già ne parlammo a riguardo del disco di Tyler Mitchell e Marshall Allen – trovate la recensione qui – due alfieri della Arkestra, in modo particolare il secondo che ancora oggi, alla verde età di 98 anni, dopo la dipartita di Sun Ra, tiene in piedi la baracca guidando con il giusto piglio la numerosa band. Il sax tremolante di Allen, vuoi per contingenze legate all’età o per scelta espressiva che sia, oggi assomiglia sempre più ad Albert Ayler, soprattutto quello di Summertime – dategli un ascolto, a questa versione, perchè la reinterpretazione di questo standard gershwiniano dello sfortunato saxofonista di Cleveland è quanto di più bello e devastante possa capitarvi di ascoltare. La musica che scorre nell’ultimo lavoro della Sun Ra Arkestra, Living Sky, possiede la vertiginosa incertezza del mistero, l’aspetto nascosto del lato invisibile della Luna, con una miriade di suoni – l’Arkestra consiste di venti elementi – che entrano ed escono da ogni dove ma conservando una dimensione piuttosto immune alle tendenze contemporanee del jazz. Questo perchè l’Arkestra è essa stessa la contemporaneità e da sempre ne ha rappresentato il margine più sperimentale ma anche, in un certo senso, l’aspetto più tardo-romantico e nostalgico. Non ci sono rappers, niente ritmi incalzanti, poca elettronica, nessun sentimentalismo pop bensì il puro linguaggio dell’improvvisazione e dell’estemporaneità non fine a sé stessa ma legata alla scrittura, all’arrangiamento, insomma a tutte quelle qualità che oggi possono ad alcuni sembrare obsolete ma che consistono nel quotidiano di chi, come quelli dell’Arkestra, si sono sempre nutriti di pane e jazz. L’organismo mutevole di questa banda ha da sempre comunque uno scopo, cioè quello di elevare gli spiriti oltre il visibile attraverso una moderna tribalità collettiva, alla ricerca di una libertà espressiva che non rinuncia alla tradizione ma sceglie di muoversi liberamente in un ambito creativo, in un continuum che origina da Fletcher Henderson e che va errando lontano, persino entrando nell’orbita di John Zorn e chissà, forse arrivando fino a Saturno, là dove Sun Ra ci sta ancora aspettando.

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Dezron Douglas – Atalaya (International Anthem / !K7 Music, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Tra momenti di indurita vitalità e altri di sognante rilassatezza, il contrabbassista Dezron Douglas sfiora lo stigma dell’eccellenza con questo album registrato in quartetto, Atalaya. Nonostante i suoi lavori da titolare siano pochi – se ne contano tre da Live at Smalls del 2012, passando per un’uscita in quartetto nel 2018 con Soul Jazz fino ad arrivare a Force Majeure in coppia con l’arpista Brandee Younger nel 2020 – Douglas ha un cospicuo curriculum di collaborazioni con Louis Hayes, Makaya McCraven, Pharoah Sanders, George Cables, Cyrus Chestnut, Enrico Rava e molti altri. È indubbio, però, anche ad un ascolto superficiale, come in quest’ultimo album l’orecchio ben temperato del nostro contrabbassista sia piuttosto allineato con lo stile di Coltrane – John, non Ravi con cui Douglas ha comunque suonato. Sono sicuramente buone credenziali ma alcune intrusioni free, peraltro non numerose, sembrano leggermente fuori tempo massimo. Veniali minus progettuali, comunque, che nulla tolgono al valore complessivo di Atalaya, album ricco di pathos e di un sentimento contemporaneo da non leggere come una rivolta edipica verso i padri ma anzi una sorta di continuità stilistica e filologica rispetto al jazz degli anni ’50-’60 di cui, questo lavoro, sembra degno erede. Ad aiutare Douglas in questa impresa costruttiva ci sono Emilio Modeste al sax, George Burton al piano e al Rhodes, Joe Dyson jr. alla batteria e un intervento vocale e percussivo di Melvis Santa. Il suono complessivo ha un impatto realistico, sembra quasi catturato live in studio da quanto risulta immediato e spumeggiante. La configurazione dei brani è molto plastica, duttile, estremamente scorrevole e al di là di qualche istante più rumoristico si consegna spesso ad un impianto melodico circonfuso da sottili malinconie.

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Daniel Lanois – Player, Piano (Modern Recordings, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Forse sarebbe meglio chiarire subito un aspetto fondamentale, beninteso senza alcuna vis polemica. Daniel Lanois, musicista canadese, produttore, compositore e abile demiurgo sonoro non è un pianista vero e proprio, per sua stessa ammissione. Ha realizzato questo disco Player, Piano lavorando sui suoni di due pianoforti, uno Steinway modello “O”, una sorta di mezza coda più grande dei normali pianoforti dello stesso tipo e uno Heintzman verticale. I due pianoforti, ciascuno con timbriche completamente differenti, sono stati “preparati”, o meglio modificati nella sonorità, sia utilizzando una microfonazione posizionata in modo strategico per lenire le frequenze più brillanti, sia utilizzando feltrini accessori da aggiungere a quelli già in dotazione ai martelletti, con l’obiettivo di ottenere una prestazione più morbida all’ascolto ma anche un particolare viraggio, almeno nelle intenzioni, verso un’atmosfera un po’ vintage. Poi Lanois ha fatto due scelte che un pianista non farebbe mai, cioè quella di registrare le parti delle due mani separate tra loro e di operare tagli e cuciture tra i suoni, in sede di missaggio, in modo da ottenere – sono parole sue tratte da un’intervista di Brad Wheeler presente sul sito The Globe and Mail del settembre dell’anno in corso – “accordi che non potrei sentirmi incline a suonare in una performance naturale”. Un commento elegantemente sincero per far intendere che il pianoforte gli è servito come sorgente d’ispirazione poetico-sonora, più che come strumento fine a sé stesso. Del resto Lanois vanta una grande esperienza sia come autore – ha pubblicato una dozzina di album prima di quest’ultima uscita, senza contare i numerosi EP, singoli e compartecipazioni varie – sia come attento e raffinato produttore – ricordiamo a proposito gli album editati con U2, Dylan, Neil Young, Emmylou Harris, ecc… Questo continuo lavoro, autoriale, coautoriale e di produzione, gli ha fatto acquisire una sorta di equilibrata sapienza musicale a posteriori, tale per cui l’Autore si trova ad operare con le note senza commettere errori di rilievo, come lui stesso racconta. “Non voglio che il riverbero del mio Do# vada a sbattere con quello di un Do naturale”, e quest’affermazione dimostra il desiderio di mantenere sotto controllo tutto ciò che potrebbe apparire oltranzismo armonico espressivo o peggio, segnale di superficiale incompetenza.
Questo Player, Piano regala l’impressione di essere un po’ l’apocatastasi di Lanois, un ritorno a casa quasi per tirare le fila delle numerose esperienze musicali attraversate in tutta la sua carriera. A 71 anni d’età è lecito guardarsi dentro con una naturale accondiscendenza, soprattutto valutando a volo d’uccello, senza narcisismi, tutti gli obiettivi raggiunti e le sperimentazioni in vari campi che Lanois stesso si è prefissato in quarant’anni circa di attività artistica. E questo disco, infatti, racconta molto dell’intimità del suo autore, rimandando alle pregresse esperienze con Brian Eno ma anche ad almeno un paio di incisioni da titolare come Belladonna (2006) e Goodbye to Language (2016) con lo spirito delle quali mi sembra di cogliere le maggiori affinità. Viene suggerita una diversa modalità di avvicinamento verso sé stessi, un modo di abbandonarsi alle proprie visioni interiori, come si trattasse di intraprendere un viaggio sentimentale che profuma di ricordi personali e che tuttavia, grazie all’intrinseco potere della musica, finisce per essere condivisibile da chiunque si disponga all’ascolto.

 

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Alina Bzhezhinska & HipHarpCollective – Reflections (BBE Music, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Su Off Topic ci siamo occupati diverse volte di uno strumento come l’arpa e di alcuni di quei musicisti che ne hanno fatto il proprio mezzo espressivo. Pensiamo ad esempio a Vincenzo Zitello, recensito qui, alle prese con l’arpa celtica, o ad altre due artiste che utilizzano l’arpa classica suonata però nell’ambito del jazz – vedi Brandee Younger e Amanda Whiting, rispettivamente recensite qui e qui. Questa volta, la nostra attenzione la dedichiamo ad un’altra interessante arpista ucraina ma residente a Londra, dal cognome ostico, Alina Bzhezhinska. Formatasi all’Accademia Chopin di Varsavia, a cui deve l’evidente matrice classica, specializzatasi poi nell’ambito della musica jazz in Arizona, la Bzhezhinska ha insegnato arpa al Royal Conservatory of Scotland ma è a Londra che la sua carriera comincia veramente a decollare. Tutto accadde nel 2017, dopo la sua esibizione in quartetto al Centro Teatrale Barbican, all’interno di un contesto in cui erano presenti anche altri famosi jazzisti come i sassofonisti Denys Baptiste e Pharoah Sanders. La performance del gruppo della Bzehezhinska non passa inosservata e da lì comincia l’ascesa di questa arpista, allora praticamente sconosciuta e oggi giunta al suo secondo album Reflections, dopo l’esordio Inspirations del 2018. Per l’occasione di questa nuova uscita discografica, l’arpista si presenta con un nuovo quartetto, l’Hip Harp Collective, costituito dal veronese Michele Montolli al basso elettrico, Joel Prime alle percussioni, Adam Teixeira alla batteria, Ying Xue al violino e alla viola. In aggiunta ci sono Tony Kofi al sax contralto – già presente nel primo Inspirations con Joel Prime – Jay Phelps alla tromba, Vimala Rowe alla voce e Julie Walkington al contrabbasso. La Bzehezhinska, nonostante le notevoli credenziali del suo curriculim, si guarda bene dall’esibirsi con un atteggiamento ostentatamente tecnico, anzi, potremmo dire che il suo rapporto con lo strumento si basa su una oculata scelta di note, quasi suonasse al risparmio. Niente turbinii di suoni, quindi – tranne quando le mani scivolano fluttuando sulle corde nel classico arpeggio – ma un’attenta selezione di pizzichii e stimoli sonori, il tutto assemblato in un regime di assoluto equilibrio. Non ci sono nemmeno particolari carambole d’invenzioni ritmiche, neanche quando il progetto va a pescare ispirazione nei provocatori murales sonori dell’hip-hop. Un ordine superiore regna sovrano, una limpida scacchiera in cui, come ormai è diffusa abitudine generale, vari climi musicali tendono a mescolarsi anche senza confondersi troppo come in quest’occasione. Ricordi di matrice classica, ritmi urbani, jazz, downtempo, blues e persino interventi pop si sovrappongono mantenendosi comunque sufficientemente distinti gli uni dagli altri. Tra composizioni dell’autrice e riproposizioni di brani “storici” – non sono da considerarsi veri e propri standard in quanto appartengono ad un repertorio più elitario, in termini di notorietà – la Bzehezhinska e i suoi musicisti tratteggiano un’atmosfera per lo più rassicurante, oserei definirla quasi “leggera”, se non temessi di essere frainteso utilizzando questo termine. Si tratta ad ogni modo di un album fresco, frizzante, disinvolto, non privo di autunnali momenti languidi che mostra una brillante policromia di suoni, rendendo il lavoro complessivamente molto piacevole all’ascolto.

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Tom Skinner – Voices of Bishara (Brownswood Recordings, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Abbiamo da poco incrociato il nome del batterista Tom Skinner nel bell’album del trio The Smile, pubblicato solo qualche mese fa insieme a Thom Yorke e Johnny Greenwood, due componenti dei Radiohead. Nel bel mezzo di quest’autunno ritoviamo il nostro batterista con un’altra uscita discografica, Voices of Bishara, primo album pubblicato a suo nome. Sebbene Skinner sia un importante agitatore dell’attuale scena jazz inglese da almeno vent’anni a questa parte, fino ad ora aveva editato due dischi da titolare sotto lo pseudonimo di Hello Skinny, titolo preso da un vecchio brano dei Residents uscito nel 1978 con l’Ep Buster and Glen. Inoltre Skinner ha fatto parte dei Sons of Kemet, gruppo scioltosi da pochissimo tempo, avendo ruotato attorno alla figura del leader trentottenne saxofonista Shabaka Hutchings che ritoviamo ad ogni modo tra le fila dei musicisti presenti in Voices of Bishara – Off Topic si è già occupato più volte di questo sassofonista e se foste interessati a saperne di più potete cliccare qui, oppure qui La storia di questa ultima produzione discografica è quanto meno curiosa. Potremmo dire che tutto è iniziato in un locale londinese, il Brilliant Corners, dove ci fu una seduta di Played Twice (= suonato due volte), cioè un set particolarmente interessante in cui dall’impianto audio del locale veniva prima mandata una storica incisione jazz – nell’occasione era un album di Tony Williams, Life Time del 1965 – e poi il gruppo ospite, tra cui il nostro Skinner, eseguiva dal vivo una sorta di “risposta” improvvisata sotto lo stimolo di ciò che si era appena ascoltato. Parte del materiale sonoro così ottenuto è finito in Voices of Bishara ma di assoluta importanza è stato anche un album di Abdul Wadud, violoncellista americano di Cleveland, che nel 1977 uscì con un Lp in solitaria, By Myself, a cui Skinner ha dedicato molta attenzione durtante il blocco Covid. “Bisharra” – con due erreera il nome dell’etichetta di proprietà di Wadud e Skinner utilizza lo stesso termine con una piccola modifica ortografica, sapendo che Bishara – con una sola erre – in lingua araba significa “buone notizie”. Il lavoro di post-produzione è continuato in un secondo tempo con il cut-up che l’Autore ha esercitato sul materiale registrato. Quindi possiamo dire che Skinner si sia sentito stimolato sia da Williams che da quel lavoro di Wadud – forse soprattutto da quest’ultimo – e in effetti l’atmosfera di Voices sembra approfittare di uno shunt spazio-temporale che ci riporta parzialmente a quel periodo della seconda metà dei ’60 fino a gran parte dei ’70, a contatto con la nascita del cosidetto spiritual jazz il cui album di assoluto riferimento è A Love Supreme di John Coltrane, uscito nel 1965. Ma in questo genere di musica, caratterizzato dalla progressiva presa di coscienza del valore religioso e dalla nuova politica dei diritti civili da parte della comunità nera americana, troviamo altri illustri rappresentanti, come ad esempio Pharoah Sanders, Don Cherry, Alice Coltrane, Sun Ra, Albert Ayler ecc…  

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Sebastian Gahler – Two Moons (JazzSick Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Così come l’acqua e il vento modellano negli anni la Natura, allo stesso modo anche i racconti, soprattutto se d’autore, possono modificare nel corso del Tempo l’animo umano. È il caso, ad esempio, dello scrittore giapponese Haruki Murakami e del pianista e compositore jazz Sebastian Gahler. Le storie dall’impronta fiabesca dello stesso Murakami pare abbiano lasciato un’impronta indelebile in Gahler, a tal punto da spingerlo a realizzare un intero disco, questo Two Moons, che già dal titolo rimanda alla famosa opera 1Q84, ispirato al romanzo di Orwell 1984. Se vogliamo, questo tributo musicale allo scrittore giapponese, compensa l’amore che Murakami porta verso il jazz e così, in qualche modo, il cerchio si chiude in questo duplice scambio tra musica e letteratura. Gahler è originario di Dusseldorf, è arrivato al suo quarto disco – escludendo un E.P. con Mark Wyand uscito nel 2012 – e anche se non sembra molto conosciuto in Italia, da tempo viene considerato un musicista serio ed apprezzato in tutto il resto dell’Europa. Two Moons non ha niente di specifico che possa far pensare, nell’ascolto, ai racconti di Murakami. Si tratta di un jazz che si muove agilmente all’interno di una corrente più tradizionale – leggi mainstream – ottimamente suonato da “veri” jazzisti e che non ha alcuna pretesa d’avanguardia ma solo il fine di produrre una musica materica e terrigna, nonostante i riferimenti ai racconti favolistici di Murakami. L’impressione globale rimanda alla memoria certi dischi di hard-bop degli anni ’60 – mi sono venuti alla mente alcuni lavori di Horace Silver – dove molto risalto è dato al sax – tenore e soprano – di Denis Gabel che spesso “ruba” la scena allo stesso Gahler, autore di un pianismo brillante a mezza strada tra Hancock e Rubalcaba da un lato ma anche vicino ad armonie più ariose come quelle di un John Taylor, ad esempio. Sempre misurato ma spigliato e preciso nei suoi interventi solistici, Gahler si presenta in un quartetto tutto nuovo, con il già citato Denis Gabel al sax, Matthias Akeo Nowak al contrabbasso, Ralf Gessler alla batteria e in aggiunta viene ospitato il trombettista Ryan Carniaux.

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Jakob Bro | Joe Lovano – Once Around The Room-A Tribute To Paul Motian (ECM Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

La coppia Jakob Bro e Joe Lovano si avventura in questo Once Around The Room-A Tribute to Paul Motian con l’intenzione evidente di omaggiare un compagno di viaggio di lungo corso – specialmente per Lovano che suonò continuativamente con lo stesso Motian insieme a Bill Frisell per almeno dieci anni – facendosi aiutare da altri cinque musicisti, due contrabbassisti come Larry Grenadier e Thomas Morgan e in più Anders Christensen al basso elettrico e i due batteristi Joey Baron e Jorge Rossi. Di quest’ultimo, Off Topic si occupò del suo lavoro Puerta del 2021, se siete interessati potete recuperarlo quiQuesti artisti suonano quasi sempre sovrapponendosi ma senza creare confusioni di sorta, anzi, la sonorità che si ottiene da quest’album pare in complesso tutt’altro che ridondante. Non c’è bisogno che vi ricordi chi era Paul Motian, grandissimo batterista e compositore spentosi nel 2011 a ottant’anni, ma se per caso qualcuno se ne fosse in parte dimenticato vi posso fare tre nomi di pianisti che hanno scritto la Storia del jazz, cioè Bill Evans, Paul Bley e Keith Jarrett. Ebbene, Motian suonò a lungo con questi tre musicisti e fu scelto perchè era un batterista intelligente, che non solo si sapeva integrare perfettamente con loro ma produceva musica a tutti gli effetti, scivolando sui ritmi e rendendo duttile e fluido il suono delle sue percussioni. Il tributo organizzato da Bro e Lovano, non lo nascondo, mi ha in parte sorpreso. A parte i due brani composti da Bro, secondo me i migliori di tutto l’album, molto sentiti e densi di malinconia, gli altri contributi precisamente i primi tre della selezione, vivono di una forma decomposta, spettrale, dove sembra che i sentimenti nostalgici vengano messi volutamente da parte. Sia nel brano iniziale, un’improvvisazione collettiva, sia nelle altre due composizioni a seguire riferite a Lovano, pare che l’oggetto di ricerca debba transitare attraverso un particolare stato psichico, una dimensione medianica della coscienza come se i musicisti cercassero un tramite vibratorio con l’artista scomparso. Più che un vero e proprio tributo sembra una simbolica discesa nell’Ade, almeno nella prima parte dell’album, un girovagare alla ricerca di un’ombra per il bisogno di un vero e proprio contatto mentale con il ricordo di Motian.

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