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Riccardo Talamazzi

Emiliano D’Auria Quartet feat. Luca Aquino – In-Equilibrio (Bandcamp, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Alcuni tra i titoli che compaiono in questo disco di Emiliano D’Auria (In- equilibrio) suggeriscono qualcosa che ha a che fare con l’attenzione, il non cadere nel vuoto, il mantenimento di una certa stabilità. Per un musicista potrebbe significare che non si voglia perdere il filo del discorso, che la musica dovrebbe saper districarsi tra momenti di tranquillità ad altri più dinamici. Insomma, come giustamente alludono D’Auria e colleghi in questo lavoro, l’importante è mantenere l’equilibrio. Ma quel trattino frapposto da “In” ed “Equilibrio” accende qualche riflessione ulteriore. Nella lingua italiana questa preposizione  allude a qualcosa che è contenuto in altro, oppure esprime un senso di negazione. L’equilibrio potrebbe quindi essere un ingrediente necessario in questa musica, oppure qualcosa da trascendere, lasciando libero il pensiero e l’estro di creare senza confini obbligati. Da qualsiasi parte si valutino queste considerazioni il risultato finale è un lavoro decisamente melodico, interessante e vitale, in cui si percepisce una sotterranea corrente pulsionale che vorrebbe acrobaticamente camminare sul filo ma nel contempo togliersi la soddisfazione di piroettare in aria senza rete. La formazione messa in opera dal pianista D’Auria in questo suo quarto lavoro comprende Luca Aquino alla tromba, flicorno e trombone, Giacomo Ancillotto alla chitarra, Dario Miranda al contrabbasso ed Ermanno Baron alla batteria.

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Joe Lovano & Dave Douglas Sound Prints – Other Worlds (Greenleaf Music, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

La presenza di Wayne Shorter aleggia come un nume tutelare sul lavoro dei Sound Prints di Joe Lovano e Dave Douglas. Dopo le prime due prove, una dal vivo nel 2015 – Live at Monterey jazz festival – e la seconda in studio – Scandal – del 2018, la coppia ritorna sugli scudi con un lavoro in cui, pur non essendoci brani di Shorter, restano comunque evidenti le sue “impronte sonore”. Le orme del celebrato sassofonista del New Jersey sono infatti lo strumento valoriale con cui il quintetto continua a misurarsi. Non è certo da intendersi, tutto ciò, come una sorta di competizione e nemmeno come un semplice omaggio. Si tratta invece, per Lovano e Douglas, di rimescolare le proprie energie creative sotto l’egida ispiratrice di Shorter. L’intento è quello di sviluppare e proseguire parte della sua filosofia aggiungendovi una personale visione esecutiva per ottenere musica originale ma in linea con il percorso già tracciato dall’anziano maestro. A dirla tutta, la genesi di questo quintetto non è per nulla improvvisata. Lovano col sax, Douglas con la sua tromba e il batterista Joey Baron si conoscono da una vita e hanno già suonato insieme diverse volte nel ventennio tra i ’70 e gli ’80. La contrabbassista Linda May Han Oh, molto apprezzata nell’ambiente dei più grandi jazzisti americani, l’avevamo già segnalata su queste pagine per la sua quadrata collaborazione in Uneasy con Vijay Iyer. Infine l’apporto del pianista Lawrence Fields, conosciuto da Lovano quando ancora era studente alla Berklee, completa la formazione di questo ultimo lavoro Other worlds.

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Neil Young – Young Shakespeare (Reprise Records/Warner Music, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Con una curiosa e maliziosa combinazione di nomi tra Young e Shakespeare – a cui è dedicato il teatro di Stratford nel Connecticut – Neil “Cavallo Pazzo” pubblica quest’anno un concerto dal vivo qui registrato nel lontano 1971 ambiziosamente intitolato, appunto, Young Shakespeare. Non sono certo che ci sia davvero un limite a separare l’autoironia dal naturale narcisismo dell’autore. Di sicuro c’è la scelta storica dei brani inseriti in questo album, selezione in grado di provocare ai più un brivido nostalgico e qualche lacrima di commozione. Neil Young è sul palco da solo, con la chitarra e con il piano, e sgrana il suo rosario di brani indimenticabili, quelli che abbiamo tutti ascoltato e riascoltato in quegli anni lontani. Il pubblico è partecipe, applaude ma resta silenzioso tra un pezzo e l’altro, in un rispetto quasi religioso davanti ad una fonte d’ispirazione musicale come poche volte si è potuto ascoltare nella storia della musica rock. Qualche parola di introduzione tra le diverse tracce e poi è solo la musica che parla alla platea. A quel tempo Young ha appena ventisei anni e dopo l’esperienza con i Buffalo Springfield e la fortunata combinazione con Crosby, Stills & Nash, è giunto al suo terzo disco da solista, quell’After the gold rush che gli regalerà una memoria imperitura. È a un passo dal far uscire Harvest – pubblicato l’anno dopo – e di questo prossimo album anticiperà, nel concerto di Statford, ben quattro anteprime e cioè The needle and the damage done, Old man, A man needs a maid e Heart of gold. Young appare in splendida forma, canta in sicurezza con quella sua tipica voce un po’ miagolante però così espressiva e inconfondibile.

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Sinikka Langeland – Wolf Rune (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Esiste un legame profondo tra la musica dell’artista norvegese Sinikka Langeland, la tradizione mitologica dei paesi dell’estremo nord e il paesaggio assolutamente unico di quei luoghi. Così come un aquilone ha bisogno di aria per sospendersi nel vento, così il canto e lo strumento della Langeland ha bisogno di spazi, di cieli freddi e tersi dove la sua voce e la sua musica possano avere tutta l’eco necessario per farsi mito, per raccontare la Storia di un antico rapporto tra umanità e forze misteriose del cosmo. Lo strumento suonato dalla Langeland, il Kantele, appartiene alla famiglia delle cetre, cioè di strumenti a corda con cassa di risonanza. Un salterio baltico, quindi, di origine finlandese. Il suo suono cristallino, quasi glaciale, rimanda alle favole nordiche che narrano di regine delle nevi, di creature boschive che come spiriti protettori preservano il segreto arcano della Natura. Nonostante le composizioni di questo disco, Wolf Rune, siano siglate col nome della Langeland, attraverso di esse viene recuperato il Runesang, il canto tradizionale finlandese le cui rime sono state raccolte nel Kalevala, un’antologia voluminosa di poemi e canzoni assemblata nella prima metà dell’800 che viene considerata un vero e proprio poema epico a tutti gli effetti. Questi canti e queste poesie si sono trasmesse oralmente, com’è avvenuto per tutto l’epos europeo, dall’antica Grecia alla tradizione celtica. Come accade nei racconti del Mito, gli argomenti narrano dei rapporti all’interno degli esseri umani e in seconda misura tra gli Uomini e gli spiriti di Natura, siano essi vere e proprie divinità o creature ultraterrene abitatrici delle acque e delle foreste.

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Enzo Carniel and Filippo Vignato as Silent Room – Aria (Menace, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

L’aria ha qualcosa a che fare con l’anima. Anima, infatti, viene dal greco ànemos che significa vento, soffio vitale. Ogni strumento a fiato è misura, in qualche modo, di un ànemos che proviene da dentro e che dà respiro allo strumento stesso. Le pause, quindi, sono i momenti dell’attesa, della distanza tra un’emozione e l’altra. L’aria è melodia che racconta l’intimità dell’uomo, il canto che viene dalla sua interiorità. Dove c’è aria c’è però anche fuoco che da essa trae alimento e che trasforma la stessa in calore e in energia. Il fuoco s’accende infatti tra i tasti del pianoforte, le fiamme si alzano in cerca dell’etere da bruciare. Aria e fuoco hanno quindi il loro momento circolare, una ruota che si alimenta spontaneamente e che lega questi due elementi primordiali in un circuito continuo. Enzo Carniel e Filippo Vignato sono rispettivamente il fuoco e l’aria, il pianoforte e il trombone, più qualche effetto elettronico, sparso qua e là. Due musicisti poco più che trentenni, il primo francese e il secondo vicentino, che narrano dell’anima senza sotterfugi, senza maschere, attraverso note vibratili che si muovono nella trasparenza dell’aria.

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Amit Friedman – Unconditional Love (Origin Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Non conosco il motivo del ritardo riguardo alla pubblicazione di questo nuovo disco di Amit Friedman, Unconditional Love. Finito di registrare nell’estate del 2018, forse per l’intoppo pandemico che ha colpito duro anche Israele, il terzo lavoro da titolare di Friedman esce solo ora a quasi tre anni di distanza dalla sua realizzazione. Giustamente celebrato in patria, meno conosciuto oltre confine, Friedman conduce il suo sax, soprattutto il tenore, verso una dimensione brillante di sonorità limpide e aperte, con un fraseggio spesso serrato ma estremamente preciso nell’articolazione. Il suo modo di suonare forse non presenta caratteri di estrema originalità ma si allinea, a mio parere, al percorso di altri sassofonisti come l’americano Eric Alexander, perlomeno nei momenti di soffio più spinto. Nei brani più lenti Friedman non si lascia mai andare alle svenevolezze, ventilando qualche somiglianza al soprano con Javier Girotto o forse anche con Paul McCandless degli Oregon, per certe intenzioni melodiche dal sentimento leggermente malinconico. Con una dedica al proprio padre, appassionato di jazz che gli ha evidentemente trasmesso questo trasporto, Friedman edita Unconditional Love forte dell’apporto ben strutturato del suo gruppo che lo segue in questo percorso.

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Tingvall Trio – Dance (Skip Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Non c’era bisogno di aspettare la loro ottava uscita discografica per capire che Tingvall Trio non sono certo un gruppo di alfieri dell’ortodossia jazz. Gli scaffali della loro cultura musicale sono riempiti da partiture classiche, pop, rock, folk, impilate una di fianco all’altra, anche se il jazz ne costituisce in qualche modo il motivo conduttore. Un trio come questo composto da un pianista svedese – Martin Tingvall – un contrabbassista cubano come Omar Rodriguez Calvo e il batterista tedesco Jurgen Spiegel, già si presenta come un chiasma di confluenze ritmiche e melodiche eterogenee per natura. Il Tingvall Trio piace un po’ a tutti e questo risulta evidente. Storcono il naso solo i puristi a oltranza ma tutto cambia e la musica come qualsiasi altra forma d’arte s’adegua allo spirito dei tempi. Il jazz, forse  più d’ogni altro, ha raccolto intorno a sé odori e sapori provenienti da ogni dove e in questi ultimi anni, diciamo grosso modo da una quindicina a questa parte, esso si è decisamente reso più appetibile ai gusti del grande pubblico. Ovviamente non c’è nulla di male nel cercare di raggiungere quanta più audience possibile, a patto di mantenere costantemente una buona qualità nella proposta musicale, effetto che il Tingvall Trio raggiunge agevolmente. In questo Dance, come il titolo suggerisce, si è cercato di raccogliere prevalentemente un insieme di suggestionilegate alla danza, facendo riferimento a Paesi lontani e differenti, come il Giappone, il Medio Oriente, la Spagna, Cuba.

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Vijay Iyer – Uneasy (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Mette quasi soggezione parlare di Vijai Iyer. Laureato in matematica e fisica alla Yale, insegnante ad Harvard, ha condotto e pubblicato studi sulla psicologia cognitiva che riguardano nello specifico la capacità psico-fisica di comprendere e reagire ai vari linguaggi musicali. Insignito nel 2013 del prestigioso premio “Mc Arthur Genius Grant” che come suggerisce la denominazione non è un riconoscimento dato a chicchessia, Iyer è arrivato, con questo Uneasy, al ventiquattresimo disco da titolare, più una quarantina e passa di collaborazioni, partiture e composizioni sinfoniche di stampo classico ed elettronico eseguite anche da altri musicisti e orchestre sparse nel mondo. Dulcis in fundo, Iyer è un pianista jazz di eccezionale levatura e qui non temo di esagerare affermando che ci si trova di fronte a un vero e proprio genio. Nato ad Albany da genitori indiani di etnia dravidica Tamil, Vijai ha cinquant’anni e ha trascorso una vita piena di soddisfazioni professionali colma di premi e riconoscimenti internazionali. Però, in base alla legge dell’ambivalenza che caratterizza l’esistenza umana, una stella che brilla finisce per essere oggetto d’invidia, un disvalore ahimè molto diffuso soprattutto tra quelli che vivono come una dolorosa frustrazione il successo degli altri. Quindi il nostro ha dovuto subire una certa malevolenza non solo da una parte anche importante della critica musicale statunitense ma soprattutto da diversi gruppi di suoi colleghi musicisti. Le accuse? La non conoscenza della tradizione nera americana, l’essere un musicista freddo ed eccessivamente “matematico”, come se il suo corso di studi avesse potuto condizionarlo rigidamente nel suo approccio creativo ed esecutivo. Nessuna di queste critiche rancorose può definirsi azzeccata.

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Dr. Lonnie Smith – Breathe (Blue Note Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Esultate, o seguaci dell’organo Hammond!! Dr.Lonnie Smith torna su disco Blue Note dopo tre anni dall’ultimo lavoro, All in my mind edito nel 2018 con una nuova opera – Breathe – registrata come la precedente sempre dal vivo nello stesso locale di New York, il Jazz Standard. Certo, l’organico che lo accompagna in questi nuovi brani si è allargato rispetto a quello più essenziale dell’antecedente uscita discografica, diventando un potente settetto ricco di fiati. Inoltre compaiono in aggiunta, oltre alla parte live, due brani registrati in studio in cui Iggy Pop fa la sua apparizione come cantante, in apertura e chiusura del disco stesso. L’organo Hammond, frutto dell’invenzione dell’omonimo ingegnere americano, è uno strumento dal cuore caldo che ha costituito l’anima non solo del soul-jazz di Lonnie Smith e di altri suoi illustri colleghi come Jimmy Smith, Lou Bennett, Joey De Francesco, John Medeski tra gli altri, ma che ha ottenuto forse ancora più credito nel mondo del rock. Ricordo Brian Auger, Keith Emerson, Steve Winwood, Jon Lord, Rick Wakeman e insomma una pletora di artisti comprendendo anche gli italiani come Demetrio Stratos, Vittorio Nocenzi, Flavio Premoli, Tony Pagliuca, tutti musicisti che hanno utilizzato quest’organo soprattutto nel progressive, oltre che in ambito pop o soul. Il suono Hammond, reso ancor più affascinante dal sistema di amplificazione rotante chiamato popolarmente “Leslie, ha caratterizzato un’epoca piuttosto vasta della musica moderna, soprattutto tra gli anni ’60 e ’70, ma conservando ancora oggi una posizione di rilievo tra i vari strumenti elettronici, pur non essendo più tra le scelte espressive principali dei giovani tastieristi.

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