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Riccardo Talamazzi

Javier Girotto | Vince Abbracciante – Santuario (Dodicilune, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Nel suo viaggio a ritroso, dall’Argentina alla Puglia terra dei nonni, Javier Girotto deve aver ritrovato l’antica cartografia delle sue origini. Una mappa sentimentale che gli ha consentito probabilmente di ampliare i propri riferimenti culturali e di sovrapporli a quelli già acquisiti dalla sua terra natale. Una nostalgica esistenza sui generis, quindi, che non si abbandona agli struggimenti ma che cerca di tatuare immagini nuove sulla pelle dei ricordi, ottenendo così, com’è stato per altri versi con gli Aires Tango, degli ibridi anfibi, pronti ad adattarsi sia alle malinconie di Cordoba che alle terre pugliesi, vivendo con la stessa intensità emotiva entrambi i luoghi. Per questo viaggio ulteriore tra Argentina e Italia del Sud, Girotto si accompagna con Vince Abbracciante, uno dei più validi fisarmonicisti presenti sulla scena europea. Insieme, uno come ombra dell’altro, scelgono una musica profondamente “semplice”, non gravata da esigenze particolarmente moderniste, tenendosi anche ai margini del jazz per vivere un folk un po’ sornione, spesso leggibile con garbata ironia, dove si ascoltano suoni mediterranei, balcanici, echi di tango, improvvisazioni piene di fuoco e di salate malinconie. La coppia Girotto-Abbracciante, in questo Santuario, procede in solitaria, concedendosi solo l’occasionale cambio dei fiati di Girotto, che si altalena tra il sax soprano, quello baritono e il flauto andino. Abbracciante, da par suo, pur lavorando solo sul proprio strumento, offre un’intensa gamma di variazioni di colori e di emozioni passando da momenti più vulcanici – che ricordano l’impeto di un altro fisarmonicista suo conterraneo come Antonello Salis – a frangenti più delicati, addolciti dalla naturale, ombrosa allegria propria della fisarmonica.

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Andy Emler – No Solo (La Buissonne, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Che disco meraviglioso è questo!!. Da quanto tempo non si ascoltava un lavoro da cinque stelle ”secche” come No solo di Andy Emler? Una musica fatta per pensare, scendendo uno a uno i gradini della coscienza fino ad arrivare al confine del Grande Mare. Una musica fuggevole come la traccia luminosa lasciata dai fari di un auto. Andy Emler è un pianista e organista parigino che nella sua vita ha scritto molta musica, oltre una cinquantina di partiture per vari strumenti con indirizzi musicali diversi. Ha inciso inoltre più di una trentina di dischi, in parte da titolare, in parte con varie combinazioni tra cui la sua creatura più cara, il MegaOctet, una band composta da vari musicisti che amano improvvisare all’insegna di un affascinante eclettismo sonoro. In questo No Solo Emler è al piano, spesso in solitaria – tanto per smentire parzialmente il titolo dell’opera – accompagnato altre volte da una serie di ospiti che citeremo mano a mano nell’ascolto dei singoli brani dell’album. L’impostazione pianistica, almeno in questo disco, risente moltissimo della impronta classica, con numerosi richiami in filigrana del musicista da Emler preferito, cioè Maurice Ravel a cui dedicò nel 2013 un uscita discografica intitolata My Own Ravel. Aggiungerei un bagaglio di suggestioni ”ambient” che fungono però solo da fondale. Il proscenio è animato, infatti, da una continua invenzione melodica, una raffinata sintassi di periodi assolutamente tonali, quasi senza dissonanze. Insomma non si sconfina mai in acque limacciose, mostrando invece parecchi salti di registro dinamico alternati ad eteree rarefazioni sonore. Teniamo presente che non si tratta di un lavoro onirico né di un viaggio nella pura fantasia ma di una salutare meditazione su sé stessi, un colloquio a tu per tu con il nostro daimon, un open focus che tutti dovremmo organizzare, ogni tanto, riguardo alla nostra essenza più interiore.

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Carmine Ioanna – Ioanna Music Company (Abeat Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Strumento caratterizzato da forti contrasti chiaroscurali, la fisarmonica – o accordion – è uscita da molti anni allo scoperto, dimostrandosi decisamente più duttile rispetto a quell’aura un po’ campagnola a cui era stata tradizionalmente legata fino alla seconda metà dei ’50, almeno in Italia. Dobbiamo innanzitutto questa rivalutazione nostrana alla figura mai sufficientemente riconsiderata di Gorni Kramer, virtuoso dello strumento e direttore d’orchestra, che già negli anni ’30, nonostante l’ostracismo di regime, se ne andava in giro per il Paese a suonare il vietatissimo jazz. Le numerose trasmissioni televisive a cui partecipò tra i ’50 e i ’60 fecero conoscere lui e la sua agile fisarmonica al grosso pubblico. Da lì in poi, lasciando da parte le influenze straniere di Piazzolla, Galliano, Saluzzi, ecc…anche in Italia si è assistito ad un confortante aumento di fisarmonicisti e penso, senza voler far torto a nessuno, a coloro che hanno cercato, tra gli altri, di allargare al jazz e ad altro ancora il suono del loro mantice. Così mi vengono in mente i nomi di Gianni Coscia, del funambolico Antonello Salis, di Giuliana Soscia, di Biondini, Zanchini ed altri ancora. Adesso è la volta di Carmine Ioanna, musicista irpino non certo alle prime armi – questo Ioanna Music Company è il suo terzo lavoro da solista – che vanta nel suo curriculum, oltre a innumerevoli concerti in ogni parte del mondo, diverse collaborazioni con Luca Aquino e Francesco Bearzatti (che ritroviamo peraltro anche in questo contesto).

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Simone Graziano – Embracing the Future (Auand Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Perché “preparare” il suono, cioè modificare anche radicalmente nella timbrica, l’espressione naturale di un pianoforte o di un altro strumento? La domanda è retorica. Ogni musicista che meriti questo appellativo è da sempre alla ricerca di un proprio, personale suono. E’ stato così nella musica classica – le improvvisazioni estreme sulle corde e sulle risonanze lignee del violino di Paganini, ad esempio, o le prime preparazioni fatte da Erik Satie sul piano in Le piege de meduse (1913), probabilmente influenzate dagli esperimenti contemporanei con gli “intonarumori” del compositore futurista Luigi Russolo. Si è arrivati però alle vere e proprie manipolazioni meccaniche degli strumenti dopo un lungo periodo di ricerca attraverso un allargamento dell’espressività del linguaggio musicale. Dilatare le possibilità comunicative del pianoforte, ad esempio, cercando tonalità inusuali, come in Debussy, Srawinsky, Prokofiev, Scriabin. Oppure modificare le leggi dell’armonia come nella dodecafonia di Schoenberg. Quando poi si diffonde nel mondo la musica nero-americana, gli autori classico-contemporanei comprendono la necessità di un rinnovamento profondo che non si limiti solo alla struttura musicale in sé ma che riguardi l’uso di nuovi strumenti reso possibile dalle innovazioni tecnologico-elettroniche – oscillatori, synt, manipolazione sui nastri magnetici, ecc. Il pianoforte preparato di John Cage, quindi, col suo Bacchanale del 1940 è solo una parte del percorso di ricerca iniziato  lungo tutto il ’900. Alla luce di queste considerazioni s’inserisce l’ultimo lavoro di Simone Graziano, questo Embracing the future che se non sbaglio è il suo settimo disco da titolare.

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Sophia Tomelleri 4tet – These Things You Left Me (Emme Record Label, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Non mi vengono in mente molti nomi di sassofoniste in ambito jazzistico, almeno per quel che riguarda l’Italia. A parte la grande Carla Marciano, tra i più grandi interpreti coltraniani che abbia mai ascoltato, la scoperta di questa giovane musicista milanese, non ancora trentenne, mi ha decisamente incuriosito. Generalmente le musiciste jazz sono più impegnate nel canto o in strumenti come il pianoforte e, ultimamente, anche nel contrabbasso – penso, ad esempio, a Federica Michisanti e ad Antonella Mazza. A prendere possesso di questo feticcio tipicamente maschile, cioè il sax, è Sophia Tomelleri, nipote di Paolo Tomelleri, affermato saxofonista jazz ma che fu molto attivo anche nel campo della musica leggera, soprattutto nell’area milanese. Sophia ha iniziato dal sax contralto e dalla musica classica, spostando via via i suoi interessi al jazz e al sax tenore, attraverso un percorso di crescita che, dopo il diploma di Conservatorio, ha visto perfezionare la sua formazione prima a Monaco di Baviera e poi a Parigi, ponendo infine le proprie basi a Milano. Diciamo subito, a scanso di equivoci, che ci troviamo di fronte ad una sassofonista tradizionale ma non troppo, avendo radici nell’hard bebop più classico ma che non disdegna certe fioriture sonore più contemporanee, rimanendo però distante da increspature atonali e forzature free. Quello che colpisce è la voce del suo sax, molto morbida e personale. Una timbrica “mellow”, a tratti decisamente scura, che da un lato accende in parte il ricordo di Johnny Hodges e talora si avvale dell’impronta di gente come Gene Ammons o Sonny Stitt.

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Trio Kàla – Indaco Hanami (Abeat Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Quando capita tra le mani un lavoro come questo Indaco Hanami del Trio KàlaRita Marcotulli, Ares Tavolazzi, Alfredo Golino – sappiamo in partenza che ci troveremo a tu per tu con un’opera consistente, non fosse altro per la caratura eccezionale dei tre musicisti che vi s’impegnano. Le personalità più tassonomiche che siano interessate alle numerose note biografiche degli artisti sopra menzionati possono sfogare le loro pulsioni girovagando per Wikipedia e raccogliendo un mondo d’informazioni al riguardo. Quello che possiamo aggiungere è che ci troviamo di fronte a musicisti con tanta esperienza e conoscenza musicale sulle spalle che dilungarsi in cronologie e presentazioni sarebbe a questo punto superfluo. La parola kàla, che qualifica il nome del gruppo, mi ha inizialmente causato qualche imbarazzo pensando fosse un termine greco. Invece il posizionamento dell’accento sulla prima sillaba ne suggerisce la provenienza dal sanscrito. I due significati che questo vocabolo possiede ci portano verso interpretazioni diverse ma tutto sommato complementari. Il primo suggerimento ci conduce a tradurre kàla con l’italiano indaco e guarda caso il titolo dell’album riporta proprio questo colore accanto al vocabolo giapponese Hanami che si riferisce alla contemplazione e al piacere della vista delle fioriture primaverili. Del resto l’immagine di copertina pare abbastanza eloquente al riguardo. Il secondo aspetto del termine kàla riguarda il concetto di Tempo, non nell’usuale senso diacronico che siamo soliti attribuirgli, ma con una sfumatura che lo porta ad assomigliare al greco kairos cioè il “tempo opportuno”, il momento in cui accade qualcosa di unico e speciale. E forse è da considerarsi così questo evento musicale, come un incontro esclusivo consacrato alla Bellezza, un appuntamento primaverile che ha scelto il proprio tempo e modo più opportuno per realizzarsi.

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Fabio Mina – The Meaning Of The Wings (Bandcamp, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Nelle note di presentazione dell’ultimo lavoro di Fabio Mina, The meaning of the wings, si fa accenno alla Natura come essenza che avvolge e compenetra, la sostanza spinoziana che costituisce la trama su cui la Vita s’accresce e si diversifica. In questa visione omnicomprensiva permane alla base un senso di mistero, una stupefazione che non permette, nemmeno attraverso la lente della Scienza, di comprendere a pieno il senso dell’esistenza. Allora ci si muove per impressioni, attraverso l’interpretazione dei simboli, la decriptazione delle forme, dei movimenti e dei suoni. Mina, musicista di indiscutibile capacità tecnica e di altrettanta, profonda conoscenza dello strumento “flauto”, sotto tutte le varie forme classiche o tradizionali in cui esso possa trovarsi, ci accompagna all’interno del suo immaginario attraverso una miscela di suoni conturbanti, a disorientare ma anche a rimarcare l’enigmatica ricerca di un’archè comune tra gli uomini e le cose. Più che un desiderio di contemplazione, in questo lavoro possiamo leggere delle domande, degli interrogativi a cui è realmente difficile trovare risposte esaustive. Non si creda, però, che quest’opera di Mina – al pari degli altri due album precedenti – viaggi verso un passatismo descrittivo, una ricerca estetizzante di suoni puri e prodotti da strumenti solamente acustici. C’è invece la costante presenza di effetti elettronici, synth, pedali, nastri manipolati che ci rammenta come questa presa di coscienza della Natura sia legata indissolubilmente al nostro tempo. Le ottiche sono spesso filtrate, sovrapposte, a volte deformate ma tutte hanno il compito preciso di fissare l’attimo fuggente, la dynamis che potenzialmente possiede ogni cosa.

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Lars Danielsson Liberetto – Cloudland (ACT, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Arrivato alla quarta esperienza col suo ensemble Liberetto, il contrabbassista e violoncellista svedese Lars Danielsson fa ruotare alcuni compagni di viaggio attorno al trio stabile costituito, oltre che da lui stesso, dai fedelissimi Magnus Ostrom – chi non si ricorda degli E.S.T.? – e John Parricelli, rispettivamente alla batteria e alle chitarre. In questa occasione troviamo Gregory Privat che sostituisce definitivamente Tigran Hamasyan al piano, Arve Henriksen alla tromba e Kinah Azmeh al clarinetto. Cloudland viene completato dopo un obbligato coitus interruptus dovuto al lockdown, cosicchè questo lavoro iniziato nel 2019 ha potuto essere completato, finalmente, solo quest’anno. L’ascolto dell’album evidenzia una sua propria complessità ritmica che però scompare, come in un abile gioco di prestigio, nel fluire spontaneo della musica. Provate infatti a battere il piedino per seguire il ritmo, se ne siete capaci. Non immaginatevi però percussioni forsennate, ansiogene accoppiate basso-batteria di quelle che non fanno respirare. Questa polimetria di battute si svolge in un clima di serena tranquillità in cui l’aspetto poetico è predominante nonostante vi siano tempi ritmici dispari e sovrapposti. Il ruolo di un sontuoso batterista come Ostrom e la capacità di illuminare i dettagli delle cadenze da parte del contrabbasso di Danielsson non fanno minimamente avvertire il peso della complessità totale della struttura. La “classe”, infatti, è la capacità di rendere il difficile come fosse la cosa più naturale del mondo. Da questo punto di vista la classe di questo gruppo è altissima.

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Irene Scardia – Una stanza tutta per me (Workin’ Label, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Quasi un lavoro in famiglia, si potrebbe dire, parlando di questo album di Irene Scardia, Una stanza tutta per me. Sua è l’etichetta per cui esce il disco e suoi i due figli che l’accompagnano in questa avventura sonora. Anche il giardino segreto le appartiene, la “stanza tutta per sé”, cioè la necessaria dimensione personale e solitaria in cui poter tranquillamente dedicarsi alle proprie creazioni artistiche. Facendo riferimento ad un saggio di Virginia Woolf pubblicato nel 1929 – A room of one’s own – la Scardia ribadisce di trovarsi idealmente sulla stessa lunghezza delle “onde” della grande scrittrice britannica. La Woolf, infatti, anticipando di circa un ventennio la teoria della piramide di Maslow, faceva notare come la libertà intellettuale avesse necessità di un certo, basilare, soddisfacimento materiale affinchè la Poesia potesse svincolarsi dalla dittatura del bisogno.
Con una giovinezza dedicata all’Arte tra danza, teatro e musica, questa pianista salentina ha trovato il tempo anche per diventare imprenditrice in campo musicale, fondando l’etichetta discografica Workin’ Label e producendo non solo sé stessa ma anche un buon numero di  interessanti artisti – consiglio una sbirciatina sul link www.workinprodizioni.it n.d.r – Mettiamo subito in chiaro che Scardia non è una jazzista propriamente detta ma si serve di questa impronta stilistica per arricchire il suo pianismo lirico, morbido e molto melodico.

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