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Riccardo Talamazzi

Omar Sosa & Seckou Keita – Suba (Otà Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Una delle parole che più spesso, ultimamente, si ascolta o si legge nelle interviste rilasciate dai musicisti neri – a qualunque parte del mondo appartengano – è “ancestors”, leggi “antenati, avi, progenitori”. Mai come in questo periodo dove lo spirito del tempo soffia attraverso forze contrarie – politiche, ambientali, razziste ecc – si è notato un riacceso bisogno di ricostruire antichi legami identitari. È pur vero che il concetto di “identità culturale” può anche essere ambiguo, se letto di traverso e rischia a volte di alimentare, paradossalmente, gli stessi pregiudizi che vorrebbe combattere. Qui però, tra un musicista cubano come Omar Sosa ed uno senegalese come Seckou Keita, si riallaccia un legame sotterraneo che precede le loro vite, che risale a ritroso negli anni, ripercorrendo all’indietro le onde dell’Atlantico per riportarli entrambi “a casa”, la terra d’Africa da cui provengono le loro tracce genetiche. A dire il vero i due musicisti si sono conosciuti diverso tempo fa quando, nel 2017, hanno prodotto Transparent Water. Si è inserito così, nella cospicua discografia di Sosa – oltre una trentina di album pubblicati – un lavoro sui generis, lontano dalla matrice jazzistica del pianista cubano ma più vicino alla riscoperta delle proprie radici con l’aiuto, allora come oggi, di Keita e della sua kora. A proposito di questa, a Keita dobbiamo il merito di essere stato uno dei più importanti maestri di uno strumento d’importanza fondamentale nell’ambito musicale africano – e senegalese in particolare – e di aver creato una nuova accordatura in grado di sintetizzare le altre quattro principali conosciute nell’Africa centrale. Il suono della kora, inconfondibile per la sua intrinseca dolcezza e luminosità è una via di mezzo che ricorda in parte sia il liuto sia l’arpa. Sosa racconta che durante l’incisione di questo Suba (alba) avvenuta in Germania a Osnabruck in bassa Sassonia, dopo una vacanza con Keita a Minorca, si era potuto percepire la presenza degli Olishas, entità comprese nei culti della Santeria cubana, intermediari tra gli esseri umani e gli dei.

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Vincenzo Zitello – Mostri e Prodigi (Telenn Recording, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

La parte immaginifica di ognuno di noi vive di simboli, fantasie, ricordi e visioni del futuro. In questa s’agitano sogni, sentimenti complessi ed emozioni in un continuo moto dinamico di scambio con la realtà comune. Il punto è proprio questo: cosa condividiamo con gli altri di ciò che chiamiamo reale? Tutti seguiamo, chi più o chi meno, la via della Ragione, ma sappiamo per esperienza che questa strada non è la sola. Non ci serve quando affrontiamo amori e distacchi, dolori e speranze. Allora è il grande mare dell’immaginazione, della fantasia e dell’inconscio a cui ci rivolgiamo per attingervi le forze necessarie al nostro cammino e per trovarvi eventualmente conforto. Vincenzo Zitello, polistrumentista e virtuoso dell’arpa celtica, ha una lunga pratica di percorrenza attraverso gli impervi ma affascinanti territori di questa “finis terrae” e molti dei suoi precedenti lavori lo dimostrano. Da Metamorphose XII dove in copertina una grossa chiave promette di aprire una serratura misteriosa ad Infinito, da Arcana Mundi – un lungo viaggio attraverso i codici interpretativi e proiettivi dei Tarocchi fino all’odierno ed ultimo Mostri e Prodigi. L’aspetto mostruoso non è però, in questo contesto, attribuibile al concetto freudiano di “ritorno del rimosso”, non solo, almeno. Le creature mostruose che Zitello ci racconta sono puri archetipi, cioè simboli arcaici primordiali. Ci troviamo di fronte a ibridi, cioè creature assemblate di parti animali e umane le cui origini vanno ricercate negli arcaici culti animistici. Zitello, sapientemente, ne ha raggruppati alcuni ben presenti alla base della cultura dell’Occidente e quindi nel Mito greco ma non solo. Creature similari si trovano nei miti orientali, nelle favole nordiche e africane. L’Uomo ha un patrimonio psichico comune, un’essenza condivisa a tutte le latitudini e questi “mostri” così presenti in ogni sottofondo mitico lo dimostrano. Vincenzo Zitello opera in questo suo ultimo lavoro tra melodie incantatorie e arrangiamenti pieni di respiro con un album omogeneo in cui le diverse creature prodigiose che si susseguono fungono da pretesto per questa serena, speleologica discesa verso il profondo. I mostri gettano la maschera e si dimostrano per quello che sono, null’altro che lo specchio di una parte di noi, la parte meno convenzionale e più misteriosa che scivola verso i territori dell’inconscio.

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Dino Betti van der Noot – The Silence Of The Broken Lute (Audissea, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Prima ancora di aver potuto ascoltare la musica di The Silence of the Broken Lute, sono stato affascinato dal titolo di questo ultimo lavoro di Dino Betti van der Noot. Un liuto rotto mi ricorda il Père-Lachaise dove, sulla tomba di Chopin c’è la statua di Euterpe, la Musa della Musica, che tiene tra le mani lo strumento spezzato. Un po’ più complessa è la decriptazione simbolica de “I due ambasciatori” di Holbein il Giovane. Chi osserva il dipinto viene attratto da un’anamorfosi ai piedi dei due soggetti rappresentati, cioè una immagine deformata che riacquista il suo aspetto originario osservando il quadro di sbieco. Ma il particolare che sfugge quasi a tutti, è la presenza di un liuto con una corda rotta sul tavolino alle spalle dei due uomini. Forse un “memento mori”, forse un’allusione alla frattura riformista luterana, forse altro ancora. Ma un liuto rotto, o una cetra appesa ad un salice come nel caso della nota poesia di Quasimodo, è da leggersi sempre come un’interruzione luttuosa, uno sfregio all’arte e soprattutto all’armonia della vita stessa sulla cui responsabilità ha gravato, di questi tempi, il passaggio della pandemia. Ed è stata questa l’idea motivante di Van der Noot, cioè quella di riprendere tra le mani i propri strumenti, di non lasciarli languire in un pallido limbo in attesa di tempi migliori ma di farli risorgere alla vita attraverso la musica. Non basta però una composizione in solitaria, c’è invece bisogno di collettività, di riprendere il rapporto espressivo e comunicativo con gli altri seppur a dovuta distanza, scuotendosi dall’isolamento obbligato e riacquistando il potere di dare un senso vitale alla propria esistenza. La musica diThe Silence… è in parte sapientemente scritta ma in altra parte, come vuole la miglior tradizione jazz, affidata all’interpretazione improvvisata dei singoli strumentisti. Siamo al cospetto di un insieme orchestrale di oltre venti elementi – ventidue per la precisione – già collaudati in alcuni ensemble precedenti organizzati dallo stesso Van der Noot. Musicisti che si conoscono tra di loro, quindi, che sanno interagire al momento opportuno adattandosi alle varie sfumature della partitura e facendo levitare un’opera che di per sé appare notevolmente complessa. Del resto tutti i lavori del compositore ligure non sono mai stati “di pronta beva”, per dirla in termini enologici. Piuttosto sono come vini pregiati, vanno sorseggiati pian piano per gustarne tutti gli aromi, dai più evidenti a quelli maggiormente nascosti.

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James Brandon Lewis Quartet – Code of Being (Intakt Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

James Brandon Lewis mi aveva colpito da subito con quell’esordio Moments del 2010, un album autoprodotto in cui si avvertiva la già matura personalità strumentale del saxofonista allora appena ventisettenne. Il colpo del k.o. lo subii qualche anno più tardi, quando nel 2015 uscì un album in trio – Days of freeman – dentro al quale un sax aggressivo ma non troppo si muoveva supportato solamente dal contrabbasso e dalla batteria. Chi pratica uno strumento a fiato sa che dopo il disco-solo, la difficoltà più grande è suonare con una formazione senza un vero e proprio strumento “armonico” come un piano o una chitarra, qualcosa che ti consenta un appoggio su una base rassicurante costituita da accordi e non solo da singole note, o al massimo da bicordi, come li può permettere il contrabbasso. In questi ultimi casi quasi tutta la responsabilità della sostanza sonora si carica sulle spalle del solista e se non sei più che bravo a mantenere accesa l’attenzione finisci per perderti nell’oleoso mare della noia. Ma J.B.Lewis è più che bravo, non tanto e non solo dal punto di vista tecnico su cui peraltro egli non insiste più di tanto ma piuttosto nella costruzione melodica e nel fraseggio in cui dimostra un’invidiabile individualità espressiva. In questa sua ultima uscita Code of Being – la decima produzione discografica da titolare della sua carriera – c’è continuità col lavoro precedente, Molecular, anch’esso licenziato in quartetto con gli stessi musicisti di questo disco e cioè Aruan Ortiz al piano, Brad Jones al contrabbasso, Chad Taylor alla batteria oltre allo stesso Brandon Lewis al sax tenore.

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Ramon van Merkenstein Trio – Quiet Dreams (homerecords.be, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Quando ci troviamo di fronte a un lavoro d’esordio, come questo Quiet dreams di Ramon Van Merkenstein Trio, si corre talora il rischio di commettere dei piccoli, involontari “crimini” di omissione. Questo perché spesso la memoria ci tradisce e non ricordiamo, invece, di aver già incontrato certi artisti lungo la nostra strada. Van Merkenstein, ad esempio, trentasettenne contrabbassista olandese ma risiedente in Belgio da una decina d’anni, l’avevamo già notato tra i musicisti che costituiscono il Francesca Remigi Archipelagos nel suo Labirinto dei topi (2021) – la recensione di questo disco la trovate QUI. Anche i collaboratori di Markenstein non sono nomi nuovi. Ad esempio Gabriele Di Franco, interessante ed eclettico chitarrista italiano ma residente anche lui in Belgio, sempre un po’ sospeso e attratto da generi artistici differenti – è anche scrittore, oltre che musicista – l’abbiamo presente in un notevole lavoro condotto insieme a Stefan Gottfried, So far del 2018 e in un secondo disco – Dedalo – uscito nello stesso anno ma compartecipato con la Bud Powell Jazz Orchestra. Lieven Venken, il batterista, oltre alla collaborazione con decine di jazzisti in concerti sparsi per il mondo, è apparso in un bel un disco – da prender nota – con la pianista israeliana Anat Fort, Bubble, uscito nel 2019. Van Merkenstein ha vissuto a lungo il conflitto che vivono oggi moti giovani musicisti, divisi in due anime tra cui una tentata da un lavoro sicuro che esuli dall’ambiente strettamente musicale – Ramon è laureato in scienze biomediche – l’altra aggrappata al desiderio di essere musicisti a tempo pieno. In questo caso le sirene della Musica hanno avuto la meglio e Van Merkenstein si è messo in gioco presentandosi all’ascolto del pubblico con un classico trio chitarra-contrabasso-batteria.

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Dissòi Lògoi – Different Traditions (Da Vinci Jazz, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Al di là dei “duplici ragionamenti” o dei “discorsi contrastanti” che la traduzione di Dissòi Lògoi – nome in greco antico del gruppo di cui ci stiamo occupando – indurrebbe a pensare, ciò che colpisce maggiormente, durante l’ascolto di questa ultima uscita discografica Different Traditions, è la molteplicità delle direzioni musicali e culturali accanto all’eterogenea varietà dei suoni. Un vero e proprio terzo occhio si spalanca all’interno della coscienza permettendoci di percepire un passaggio di sensazioni che vanno da un appagato abbandono sensoriale a una vera e propria “eustatheia”, fino a sfiorare livelli più sottili dellla psychè in cui si muovono sottotraccia evocative e dinamiche tensioni interiori. La musica dei Dissòi Logòi è un terreno sedimentato da impronte etniche, jazz, folk, sperimentazioni contemporanee, rock, matrici classiche. È insomma una stratificazione di più livelli esperienziali, una speleologia del profondo, un accesso attraverso una botola segreta verso una ricerca di tracce emotive, echi e suggestioni che credevamo perdute. I suoni trascorrono da momenti di intensa poesia ad altri più intricati e debordanti, gli accostamenti strumentali non esitano a porre fianco a fianco voci nordafricane e orientaleggianti accanto a sferzate di chitarra elettrica, percussioni tribali insieme all’impeto di un basso e batteria di stampo jazz-rock, suoni acustici di pianoforte e strumenti cordofoni mescolati con una grande varietà di fiati. Tra questi ultimi sassofoni, tromboni, trombe, clarinetti, oboi. Insomma un vero e proprio florilegio sonoro che non si trasforma in un’estetica dell’eccesso ma che segue un proprio filo costruttivo, basato sull’emozione ma anche su una logica espressiva rigorosa. Dissòi Lògoi è stato fondato da Franco Parravicini e Alberto Morelli verso la fine degli anni ‘80, il primo essenzialmente bassista e chitarrista, il secondo pianista e polistrumentista. Entrambi attratti e coinvolti da ispirazioni e tradizioni che vengono soprattutto dal patrimonio popolare di diverse regioni mediterranee oltre che africane e indiane.

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Danilo Blaiotta Trio – The White Nights Suite (Filibusta Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Ci sono due tipi di solitudine. Quella ricercata e desiderata come un rifugio temporaneo per proteggersi dalle distorsioni del mondo e quell’altra invece subita, conseguente all’incapacità di trovare un’adeguata collocazione alla nostra esistenza, con l’impossibilità di creare una rete soddisfacente di legami con gli altri. Ma se la prima prelude ad un più vigoroso e rinnovato esame di realtà la seconda ci condanna a un monocorde ripiegamento su noi stessi, predati da improbabili e irrealizzabili sogni. È questo, in estrema sintesi, il succo di un racconto di F. Dostoevskij, Le notti bianche, pubblicato nel 1848, sulla cui traccia Luchino Visconti diresse un film che uscì nel 1957, in cui il protagonista – Marcello Mastroianni – vive il suo incontro con Natalia – Nasten’ka nel racconto dello scrittore russo – vagando nottetempo in preda alle sue fantasie per Livorno, anziché nella originaria San Pietroburgo. Anelando un’improbabile storia d’amore, il sognatore notturno si vedrà sfuggire la speranza tra le dita, incapace di superare le proprie convinzioni limitanti che lo trascinano all’interno di un illusorio mondo fittizio. The White nights suite è appunto il titolo di questa nuova uscita di Danilo Blaiotta, giovane pianista calabrese di trentaquattro anni, che presenta un lavoro in trio con gli stessi compagni d’avventura del precedente album Departures del 2020, e cioè Jacopo Ferrazza al contrabbasso e Valerio Vantaggio alla batteria. C’è anche da segnalare, in questo nuovo contesto, la preziosa collaborazione di Achillle Succi ai fiati – con il quale Blaiotta ha inciso Crabs nel 2019 – e di Stefano Carbonelli alla chitarra insieme a Fabrizio Bosso alla tromba. L’idea di un commento musicale delineato sulla sceneggiatura di un romanzo o di un racconto non è certo nuovo e a Dostoevskij si ispirò ad esempio anche Bob Dylan nella stesura di numerosi suoi testi.

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Jo Berger Myhre – Unheimlich Manoeuvre (RareNoise Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

La ”manovra di Heimlich” è un’azione di pronto intervento messa in pratica per disostruire le vie aeree, in caso di occlusione accidentale. Con un opportuno abbraccio salvavita praticato alle spalle del malcapitato si esercita una forte pressione addominale, cercando di favorire il reflusso del materiale occludente e il naturale ritorno del respiro. Con un curioso gioco di parole, il contrabbassista trentasettenne norvegese Jo Berger Myhre chiama questa sua opera prima – come solitario titolare – Unheimlich Manouevre, dove il termine tedesco “Unheimlich” si traduce in italiano come “inquietante, allarmante”. Myhre non è un nome nuovo. Fa parte, infatti, del quartetto di Nils Petter Molvaer dal 2013 e ha lavorato e pubblicato dischi come sideman con numerose formazioni in madrepatria, nonché editando due lavori in coppia con Olafur Olaffson – musicista che ritroviamo anche in questo disco – nel 2017 e 2019, accompagnando inoltre cantanti famose a livello internazionale come, ad esempio, Solveig Slettahjell. In questa occasione, però, Myhre si presenta intenzionalmente come unico titolare, essendosi avvalso della collaborazione a distanza – cosa che è accaduta spesso durante il lockdown – di altri colleghi in un percorso quasi totalmente improvvisato e dai risvolti insoliti. Straboccante di fioriture elettroniche, manipolazioni, interventi con bordoni e rumori addomesticati, l’opera in questione s’arricchisce di elementi acustici, come la chitarra di Jo David Meyer Lyane, il piano di Jana Anisimova, il tombak – un particolare tamburo orientale di origine iraniana – di Kaveh Mahmudiyan, la voce narrante di Vivian Wang. Chiudono il cerchio magico il synt di Morten Qvenild e l’organo di Olafur Olaffson.

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Pasquale Stafano – Sparks (Enja Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Dev’essere un sognatore intenso, Pasquale Stafano, di quelli che creano continuamente immagini estraendole dalla fantasia e dando loro la dignità di oggetti reali attraverso la musica. Prendiamo il titolo di questo lavoro, ad esempio, Sparks, in inglese scintille. Bisogna figurarsi uno sciame di lapilli che s’alzino da una fiamma e che a loro volta appicchino ciascuno piccoli incendi immaginari. Oppure i riflessi del sole – o della luna – sull’acqua, a creare quelle visioni frammentate e disomogenee sulle quali si può indugiare a evocare lampi di esistenza trascorsa e bagliori di sentimenti persi nella memoria. Stafano riesce a dare una superba forma artistica a tutto questo tratteggiando un mondo di bellezza lacerante, musicalmente arricchito di influssi classici ben evidenti ma conglomerati con dinamiche riferite a tradizioni più esplicitamente jazz. Il suo pianismo è pulito e asciugato da ogni barocchismo ed egli è cocciutamente tra i pochi che credono nel rigore dello stile e nella scelta delle dissonanze in un’epoca nella quale sembra sia quasi la regola crogiolarsi in un mondo di suoni ostici, perfino quando non se ne avverta l’inderogabile necessità. Stafano ha alle spalle un solido curriculum di concerti in tutto il mondo – molta attività svolta anche nei paesi asiatici, oltre che in tutta Europa – e sei precedenti personali pubblicazioni discografiche, in parte con Nuevo Tango Ensemble, in parte solo con Gianni Iorio al bandoneon. Questo Sparks è stato realizzato in trio con Giorgio Vendola al contrabbasso e Saverio Gerardi alla batteria. Non so da quanto tempo questi tre musicisti si conoscano ma ascoltandoli in questo disco sembrerebbe abbiano suonato insieme da una vita, tanto è l’affiatamento perfetto che regna tra loro.

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