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Riccardo Talamazzi

Tommaso Sgammini | Filippo Macchiarelli – Stànzia (Abeat Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Dato che la legge dell’ambivalenza domina il Mondo, anche in una disgraziata deriva come l’epidemia da Covid ci si può trovare un elemento – almeno uno – vantaggioso. Quindi, si prendano due musicisti bravi, chiudendoli necessariamente in una stanza coi loro “giochi” – in questo caso un pianoforte e un contrabbasso – per tenerli lontano quanto possibile dai virus e si potrà ottenere qualcosa di bello e inaspettato, ad esempio un lavoro come questo Stànzia, uscito qualche settimana fa per la Abeat. I due musicisti in questione sono giovani e con adeguati studi sia classici che jazz alle spalle. Tommaso Sgammini al piano è alla sua prima prova da titolare mentre Filippo Macchiarelli, il contrabbassista, ha già nel carniere due precedenti album, un lavoro uscito nel 2019, About songs registrato in solitudine con voce e basso elettrico e un altro disco più recente in quintetto, il maturo Il vento è fuori, di cui ricordo volentieri oltre alla musica una suggestiva foto di copertina. C’è da rimarcare inoltre la presenza aggiuntiva in tre brani di Camilla Battaglia, cantante dall’escursione vocale straordinaria – ma quante ottave copre? – e figlia di Stefano Battaglia e Tiziana Ghiglioni, due nomi già di per sé luccicosi nel panorama del jazz italiano. La Battaglia ha esordito giovanissima con il Renato Sellani Trio nel 2010 e ha proseguito il suo percorso ufficiale con l’etichetta Dodicilune in due lavori usciti nel 2016 e nel 2018, rispettivamente Tomorrow-2 more Rows of Tomorrows e Emit:Rotator Tenet. I tre attori di questo Stànzia non sono quindi certo alle prime armi e rappresentano parte di quella “meglio gioventù” del jazz italiano che di mese in mese, qui su Off Topic, riusciamo a recensire con sempre grande piacere. I due musicisti percorrono questa uscita discografica tra diversi brani originali e due standard, più il rifacimento di una composizione appartenente al soundtrack del film ll Maratoneta del 1976. Al di là dell’orecchio necessariamente ben temperato che questa musica richiede all’ascolto, con la sua struttura ricca di sorprese, ricordi classici e di memorie jazz-mainstream, occorre che in questa circostanza ci si lasci andare emotivamente a seguire l’immaginazione di questi musicisti, pensandoli in una stanza confortevole, che si scambino impressioni, sensazioni, risoluzioni melodiche, dando fondo al loro bagaglio ricco di sentimenti ed espressività. Non bisogna aver timore della formazione scarna, qui non si ascoltano esuberanze strumentali maniacali – del tipo “senti come son bravo” – ma nemmeno momenti di malinconica accidia. Se c’è una qualità su cui mi sentirei di scommettere, questa è la sincerità d’intenti, a metà tra uno sforzo introspettivo e la pura, semplice gioia “fanciullesca” di suonare, senza particolari rimuginazioni intellettualistiche.

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Erik Palmberg – In Between (Naxos Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Questo disco, In Between, è stato registrato a Tullinge, un sobborgo di Stoccolma di ventimila anime a un passo dalle grandi foreste attorno alla capitale. All’interno di quest’opera avvertiamo il respiro ritemprante dei grandi spazi. Non credo, infatti, che possa considerarsi banale constatare che Natura e Musica, come del resto avviene in tutte le forme d’arte, si siano storicamente sempre confrontate e influenzate l’una con l’altra. In effetti la tromba di Erik Palmberg come la si ascolta in questo lavoro – seconda pubblicazione discografica del trombettista svedese – pur essendo per molti versi legata alla tradizione del  jazz occidentale, risente anche di una innegabile componente ambientale. Le timbriche e le ritmiche presenti nell’album non rescindono il cordone ombelicale con gli antichi maestri ma nel contempo mantengono un certo mood distaccato che permette ai musicisti di creare un pianeta tutto loro. L’impronta nordica viene quindi in parte caratterizzata da una certa ombra malinconica e da una velata sensazione di solitudine rimarcata da suoni cristallini e trasparenti, come spesso si avvertono nella musica degli artisti nord-europei. In effetti parte dei suoni di In Between – in Distant Signals ad esempio – sono stati ottenutiutilizzando una camera di risonanza in sala d’incisione, dove gli echi avvertibili sono naturali e non risentono quindi di una correzione digitale come normalmente avviene negli studi di registrazione. Le influenze sul modo di suonare di Palmberg sono scuramente molteplici ma le maggiori suggestioni percepibili provengono dall’Europa, da Kenny Wheeler – canadese di nascita ma attivo in Inghilterra fin dal 1952 – ma anche da Enrico Rava e Paolo Fresu, in questo secondo caso soprattutto  per gli interventi al flicorno. In realtà le relazioni di Palmberg sono eterogenee, riassumendo nelle sue note un lungo patrimonio culturale ereditato da molti trombettisti della storia del  jazz occidentale. Il profilo di Palmberg, come quindi si può capire, non è molto originale di per sé ma quel che conta è la musica creata dal suo gruppo che riesce a distinguersi, a trovare una propria strada per creare uno stile, quanto meno riconoscibile, all’interno del vasto panorama jazzistico attuale.

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Chelsea Carmichael – The River Doesn’t Like Strangers (Native Rebel Recordings, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è qualcosa di misteriosamente ermetico, nella musica di Chelsea Carmichael. Con tradizioni familiari giamaicane ma inglese di nascita, originaria di Warrington, città posta a nord-ovest dell’sola britannica, la sassofonista Carmichael arriva ad incidere il suo primo album con l’aiuto di Shabaka Hutchings, già affermato musicista jazz londinese. Hutchings, rimasto colpito dalla personalità della Carmichael, l’ha invitata a registrare per la propria neonata etichetta Native Rebel Records e il risultato di questa collaborazione è The River Doesn’t Like Strangers. Ermetismo, dicevo. Non certo a livello sonoro, data la vasta disponibilità di suoni “naturali” – da menzionare le percussioni di Eddie Hick – ed altri più effettati, questi ultimi soprattutto per l’intervento della chitarra elettrica di Dave Okumu. Il profilo enigmatico di questa musica sta nel fatto che sembra orientarsi contemporaneamente in varie direzioni diverse, da momenti quasi paesaggistici con suoni lunghi e pacati fino a frangenti free ma anche includendo parentesi funkeggiati di provenienza caraibica caratterizzate da suoni tribal-dance che arrivano a lambire l’area pop-rock – mi sono tornati alla mente persino gli sfortunati Morphine dei ’90. C’è anche un po’ di Giamaica, tra le righe, proposta con discrezione, e certe suggestioni africane nello stile ad esempio di Fela Kuti e Tinariwen. L’eterogeneità di queste influenze sono in parte attribuibili alla variegata mescolanza di elementi linguistici e tradizionali che offre attualmente una città cosmopolita com’è Londra. La considerazione fondamentale è comunque come questa musica appaia molto vitale, sia quando si semplifica in strutture lineari vicino al reggae-rock e sia quando prende più convintamente la strada segnata dal jazz. Una ventata d’eccitazione psicofisica la scuote lungo gli appassionanti – ma alle volte anche distaccati – interventi di sax. Un basso dub – ad opera di Tom Herbert – in ossequio alle radici culturali della Carmichael – fa vibrare il ventre e completa la formazione a quartetto.

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Alex Hitchcock – Dream Band (Fresh Sound New Talent, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Confesso di essermi avvicinato a questo disco di Alex Hitchcock, Dream Band, con una certa dose di scetticismo e circospezione. Quando leggo sulla stampa internazionale aggettivi iperbolici come “incredibile”, “unico”, “talento fantastico” ecc… che riguardano proprio questo giovane saxofonista inglese, giunto al terzo disco da titolare – escludendo gli E.P. e il lavoro in coppia con Tom Barford – mi chiedo se effettivamente tutto questo entusiasmo sia giustificabile o se invece ci si trovi davanti ad una delle innumerevoli “next big thing” che mensilmente popolano le riviste specializzate. Poi scopro che Dream Band è stato realizzato con l’impiego di tre gruppi “da sogno” tutti diversi – 15 musicisti in totale – e i miei dubbi hanno continuato ad aumentare, facendomi pensare ad una sorta di guazzabuglio strumentale o comunque ad una seria discontinuità espressiva tra i diversi brani proposti. Invece mi sbagliavo di brutto. Hitchcock è indubbiamente un musicista con caratteristiche virtuosistiche che vengono espresse misuratamente ma che si estrinsecano alla bisogna con autentiche esplosioni di idee. Il suo sax tenore possiede a tratti una morbidezza molto suadente e altre volte una decisa ma contenuta aggressività, mantenendosi tuttavia ben lontano da certi guizzi rabbiosi di molti suoi giovani colleghi. Fraseggi a volte serrati ma comunque pieni di respiro, spesso con andamento circolare, realizzati con un suono che mi ha ricordato gli istanti più tranquilli di un Sonny Rollins o certe escursioni come quelle di Bobby Watson. Addirittura, nell’unico standard presente nell’album, Azalea di Duke Ellington, Hitchcock s’avvicina alla timbrica di Ben Websterprovare per credere – segno che il giovane sassofonista britannico ha molte frecce al suo arco e sa mutare pelle a seconda delle circostanze.

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Luca Mannutza – The Uneven Shorter (Birdbox Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Un lavoro piacevolmente spiazzante, questo nuovo The Uneven Shorter di Luca Mannutza. Riprendendo e riproponendo storici brani di Wayne Shorter che vanno dal 1964 al ’67, viene condotta sugli stessi una modifica della loro struttura ritmica, mantenendo però quasi intatte le linee melodiche e, nei limiti del possibile, anche la componente armonica. Il risultato si manifesta con un continuo slittamento dei tempi, combinati e sovrapposti, che modificano l’assetto originario dei brani nativi. Se questa operazione da un lato può dirsi tecnicamente ben riuscita dall’altro può suscitare qualche perplessità, soprattutto quando vengono ripresi brani di Shorter estrapolati dai dischi di Miles Davis perché in questa occasione aumenta il rischio di improbabili ed inevitabili raffronti con gli originali, tra l’altro autentici capolavori del periodo. Ovviamente non c’è nulla di male nel rifacimento di brani altrui, soprattutto nel jazz, noto per riproporre in una nuova veste un po’ di tutto, dalla classica agli evergreen fino alla musica pop. Però ci vuole un coraggio leonino e presumo anche un po’ d’incoscienza nell’affrontare alcune pietre miliari degli anni caldi del jazz, come quelli con cui il quartetto di Mannutza si cimenta in questo disco. Diciamo subito che i quattro musicisti – Luca Mannutza al piano, Daniele Sorrentino al contrabbasso, Lorenzo Tucci alla batteria e Paolo Recchia al sax – danno veramente il massimo di sé e dimostrano tutti grande competenza e un livello tecnico eccellente. Aggiungiamo inoltre che a Recchia va un plauso particolare perché, tra tutti, è il musicista che si espone di più proponendosi con lo strumento che appartiene a Shorter e quindi innescando giocoforza qualche rischioso paragone. Recchia però supera brillantemente questa prova – da ponte tibetano – proponendosi con un suono meno aggressivo rispetto a quello di Shorter, non molto pastoso ma più delicato, prediligendo suoni puliti e più luminosi. Mannutza dirige evidentemente le dinamiche di stratificazione ritmica che vede Sorrentino ma soprattutto la batteria di Tucci alle prese con continui slittamenti temporali, terremotando il suolo sotto i loro piedi e mettendo l’ascoltatore in una situazione di continua, gradevole instabilità.

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Rosario Di Leo – Homotempus (Auand Records, 2022)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Una sbirciatina sul mondo vetusto e solenne dei nostri avi la possiamo dare semplicemente leggendo i motti e le massime latine che compaiono sulle meridiane di molte città italiane ed europee. Quegli antichi orologi – più spesso oggi riprodotti per vezzo – che seguivano l’ombra lasciata dalla corsa solare, suggerivano al passante dei veri e propri momenti di riflessione incentrati sul valore del Tempo. Questo album di Rosario Di Leo, quarantenne pianista siciliano, contrae il suo titolo – già di per sé intrigante di Homotempus – da una delle tante epigrafi riportate su una di queste meridiane, cioè Homo tempus metirit, tempus hominem (L’Uomo misura il Tempo, il Tempo misura l’Uomo). Certamente, Di Leo, il suo tempo l’ha finora decisamente ben speso, intraprendendo un rapporto con la Musica fin da ragazzino nella banda del paese e che si è rodato poi con diverse esperienze eterogenee – per esempio suonando sulle navi da crociera – e seguendo infine i doverosi studi musicali accademici e di perfezionamento. Attratto dalle molte sfaccettature dell’arte di Euterpe, affascinato dalla dimensione artistica a tutto tondo, laureato al DAMS di Enna, coinvolto in numerosi interessi nell’ambito della musicologia, Di Leo arriva oggi al suo quarto disco da titolare. Si tenga però presente che due delle precedenti uscite, Overboard del 2016 e L’opera è jazz del 2019, furono editate in coppia rispettivamente con Frank La Capra e con William Grosso. Per stessa ammissione di Di Leo le influenze musicali assorbite nella sua vita sono state veramente tante. Alcune di queste si sono riversate nelle note di Homotempus, impedendo parzialmente a quest’opera di allinearsi lungo una direttiva precisa e riferirsi ad un archè cui ricondurre tutte le variegate ed eclettiche composizioni, molte delle quali create in tempi e luoghi diversi. Certo, il jazz rappresenta forse l’angolo prospettico preferenziale scelto dall’Autore ma è indubbio come, durante lo svolgersi dell’intero lavoro, si avvertano reminiscenze classiche, frammenti di rock-progressive, suggestioni etniche medio-orientali e persino costruzioni armoniche vicine alla pop music.

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Manuel Dunkel – Northern Journey (Eclipse Music, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Lontana poco più di un lancio di bocce da Helsinki, Vantaa è la città natale di Manuel Dunkel, cinquantenne saxofonista finlandese ora arrivato al settimo album da titolare. Alle spalle un numero impressionante di collaborazioni, non solo con artisti compatrioti ma anche con illustri nomi del jazz internazionale, Eric Truffaz e Kenny Wheeler tra quelli più conosciuti. È inoltre membro della UMO Helsinki jazz orchestra i cui dischi, pur difficili da reperire qui in Italia, possono però essere ascoltati in streaming attraverso una semplice ricerca digitale. In questo Northern Journey ci si muove nell’ambito di un moderno jazz tonale, guidati dalla timbrica del sassofono di Dunkel che ricorda quella di Michael Brecker, influenza peraltro ammessa dallo stesso musicista finlandese. La band al completo che ha registrato Northern Journey comprende, oltre allo stesso Dunkel, Alexi Tuomarila al piano, Antti Lotjonen al contrabbasso e Jaska Lukkerinen alla batteria. Le sonorità proposte dal quartetto sono chiare, ben definite, fluide come si addice ad un gruppo disinvolto e collaudato. Il flusso di note del sax si esprime attraverso fraseggi scorrevoli, mai convulsi, in uno stato d’animo classicamente urbano e relativamente rispettoso dello swing. L’amalgama tra i vari strumenti è perfettamente calibrato e tutto si svolge con densità e robustezza di idee anche se, ovviamente, vi sono episodi meglio riusciti di altri. Ci troviamo quindi in una dimensione piuttosto abituale per l’appassionato jazzofilo che può concentrarsi soprattutto sul lato più fisico e ritmico di questo album, sgombro da ogni pretenziosità intellettualistica, realizzato nell’egida del puro piacere di suonare. 

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Francesco Del Prete – Cor cordis (Dodicilune, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

La focalizzazione dello sguardo creativo del violinista Francesco Del Prete si concentra sul titolo del suo ultimo album, Cor Cordis, nel quale si allude a un livello di realtà “oltre la realtà”, mirando al cuore dei sentimenti, al di là del mondo dell’apparenza. Cosa c’è sotto il velo di Maya? Del Prete, da artista, non si perde giustamente in elucubrazioni filosofiche-scientifiche ma cerca di colpire nel profondo l’ascoltatore, almeno nelle intenzioni. Esponendosi con il suo gruppo in una musica eclettica, piena di suggestione, propone una trama sonora variopinta e intessuta di numerosi riverberazioni interculturali. La prima impressione che ho avvertito, concentrandomi su questo Cor Cordis è quasi quella di un ”ritorno a casa”, cioè verso molte di quelle sonorità progressive che da ragazzi ci riempivano le giornate. Non nascondo che mi son venuti alla memoria ricordi della Mahavishnu Orchestra, di Jean-Luc Ponty, di David La Flamme fino ad arrivare persino a certi lavori degli Area.o dei Renaissance. Ci sono anche gli imprinting dovuti alla musica classica, come nel bellissimo SpecchiArsi, dove si possono cogliere spunti cameristici del primo ‘900. E, naturalmente, c’è molto jazz. Non quello che conosciamo del mainstream – qui troviamo poco bebop e solo un  pizzico di swing – ma invece una visione moderna di quel jazz che volente o nolente, insieme al rock, è stata la più diffusa e masticata musica “colta” dagli anni ’70 fino ad oggi. Un tempo lo si chiamava jazz-rock, ora giustamente gli stimoli e le influenze si sono moltiplicate, stratificate, e quell’attribuzione, oggi, sarebbe scorretta e limitante, soprattutto per la musica di Del Prete. Ci troviamo di fronte, invece, ad un lavoro pieno di tante risorse diverse, da momenti trascinanti ad altri più meditativi e lirici.

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Milena Jancuric – Shapes And Stories (A.Ma Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Le “sinestesie” sono dei fenomeni sensoriali-percettivi per cui un certo stimolo provoca una sensazione diversa da quella normalmente sperimentata. Può accadere ad esempio, che un suono possa essere inteso simultaneamente anche come colore o viceversa. Il flauto, per chi sa cogliere questa suggestione, evoca colori pastellati, un azzurro chiaro o un verde primaverile. Milena Jancuric è una giovane flautista serba, con alle spalle studi classici e un’attenzione via via sempre più calamitata dal jazz e da altri suoni contemporanei. Le tonalità azzurrine del suo strumento sfiorano con gentilezza diversi territori musicali che vanno da una moderna visione jazzistica a rimembranze classiche, da soffi più aggressivi – alla Roland Kirk, per intenderci – a paesaggi modali che evocano lontane tradizioni popolari. Un tocco di Debussy, un grammo di romanticismo e solo un velatissimo accenno alla sperimentazione, aiutano a comprendere meglio quest’artista e il suo primo disco da titolare, Shapes and Stories, uscito per l’etichetta pugliese A.Ma Records. La Jancuric è una flautista pura, i suoi studi, come leggo dalle note stampa, sono stati condotti sia a Belgrado che al Berklee College negli USA. La sua musica ha comunque un respiro vasto, extra-accademico e si muove disinvoltamente tra diverse punteggiature senza sentimentalismi, anzi conducendo le sue linee melodiche con asciutto nitore, delineando complessivamente un’immagine di rigorosa sostanza strutturale. L’album realizzato gode di una piacevole, appassionante luminosità, garantendo una freschezza che non appassisce nemmeno dopo ripetuti ascolti. I musicisti che accompagnano la Jancuric sono Alexandar Dujin al pianoforte, Petar Radmilovic alla batteria, Ervin Malina al contrabbasso. Compaiono poi con interventi estemporanei Milan Jancuric al sax tenore, Lazar Novkov alla fisarmonica e per finire la cantante Aleksandra Denda.

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