R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Il destino artistico di taluni musicisti evolve talvolta in modo insolito. Cominciano tutti con l’argento vivo addosso, caratteristica fisiologica connaturata all’età più giovanile ma col passare del tempo gli spigoli si ammorbidiscono, gli ideali si modificano e compaiono pensieri più metafisici, se non addirittura intrisi di misticismo. Con il sassofonista britannico Shabaka Hutchings, la situazione si è sviluppata in modo quasi analogo. Nonostante l’esortazione del titolo Perceive its Beauty, Acknowledge its Grace possa essere letta in molti modi, il fervore dell’Autore sembra non dirigersi tanto e non solo verso orizzonti trascendenti ma bensì all’interno della propria coscienza, ponendosi l’eterna domanda che abita gli esseri umani dagli albori dell’homo sapiens e cioè: Chi sono io? Hutchings, in un verso di Body to Inhabit – sesta traccia dell’album – declama che “… dietro questa maschera, dietro questa faccia (c’è) una faccia…” avendo quindi piuttosto chiaro come la ricerca di Sé – ovvero la nostra autenticità – alluda ad un necessario auto-smascheramento. Ma per arrivare a questo bisogna prima riaprire i canali del sentire ed ecco allora alcuni versi tra i migliori che affiorano in Managing my Breath, What Fear had Become, “…il fiore più luminoso, il colore più ricco, una totale eclissi proprio accanto a me e non ho più paura…”. Riorientarsi nel tempo e nello spazio, fuori e dentro di sé. Riprendere il legame con la propria natura, sgomberando il campo dai calcinacci psicologici dell’abitudine.

Hutchings annuncia il suo abbandono – temporaneo? – dello strumento che ha contribuito a costruirgli la sua carriera di musicista, il sassofono, anche se è doveroso ricordare che l’Autore londinese, oltre al sax, nel corso dei suoi studi accademici si è specializzato nel clarino classico. L’attuale preferenza si orienta, oltre che al clarino stesso, verso il flauto nelle sue differenti tipologie che Hutchings ha raccolto da diverse parti del mondo e con cui sta imparando ad avere dimestichezza. In effetti il cambio di suono si allinea con la metanoia che gli è germogliata dentro. Il soffio del flauto e del clarino in generale è più meditativo, più introvertito rispetto al suono aggressivo del sax. Addirittura l’annuncio di questo cambiamento sembra essersi accompagnato col rifiuto di suonare in gruppi sul modello delle precedenti band come Sons of Kemet e The Comet is Coming, qualora dovessero basare la loro impostazione sonica sulla timbrica del sassofono. In realtà la nuova dimensione interiore di Hutchings, scelta strumentale a parte, non è piovuta improvvisamente dal cielo ma se ne erano già colti i primi segnali con We Are Sent Here by History (2020), uscito sotto il nome di Shabaka and the Ancestors – vedi qui – e successivamente in modo ancor più marcato con l’Ep Afrikan Culture (2022), tanto che Perceive… potrebbe essere considerato come una sua naturale evoluzione. In parallelo con questa tensione palingenetica è sempre presente quel desiderio di ricollegarsi alla tradizione d’origine, quella ancestrale da cui proviene tutta la cultura nera. E del resto possiamo averne un’idea nel lungo commento testuale di Song of the Motherland, dove Hutchings si rivolge alla terra dei suoi avi con queste parole “...inconsapevolmente io sono senza dubbio tuo…con la gioia di sapere che sono sempre stato là al tuo fianco, nel tuo cuore…”. Non bastassero questi versi, il video di End of Innocence, prima traccia dell’album, suggerisce junghianamente il ritorno nel liquido amniotico materno, con l’Autore che fluttua nell’acqua uterina della sua Mother Africa. La musica di Perceive…, comunque, non è tribale né primitiva. Ben lontana dalla visceralità di alcuni lavori precedenti, possiede una tale minimalistica efficienza per cui gli scarni suoni presenti riescono ad evocare un mondo di pensieri in cui si manifesta la meraviglia di vivere, per coloro che riescono ancora a stupirsene. Hutchings realizza quasi un movimento di rotazione attorno al proprio essere, osservando il Mondo come si contempla un cielo stellato, volendo dare afflato musicale ai versi che accompagnano alcuni suoi brani, i sonic poems come lui stesso li definisce. Le sonorità complessive dell’album sono aeree o talora liquide, riposanti, ipnotiche e notturne, affidate anche ad una serie di collaboratori tra i quali ne segnalo alcuni come Jason Moran al piano, Esperanza Spalding al contrabbasso, Carlos Niño alle percussioni, Brandee Younger all’arpa, Nasheet Waits alla batteria, il rapper Elucid, il disc jockey Floating Points – ricordate l’incisione con Pharoah Sanders del 2021? Potete rivedere il tutto qui – André 3000 del gruppo hip-hop degli Outkast e i contributi vocali di Saul Williams e Lianne Le Havas. Il fatto curioso è che le sedute di registrazione, avvenute nello storico studio di Rudy Van Gelder nel New Jersey – il ventre più fecondo della musica jazz statunitense dal 1959 ad oggi – sono avvenute, a detta di Hutchings, senza cuffie ne pareti fono-isolanti, questo per permettere una maggior comunicazione tra i musicisti ed un’intesa immediata innescata dal semplice contatto visuale.
End of Innocence è il primo, suggestivo brano dell’album e devo dire che gran parte dell’atmosfera magica che qui si avverte la si deve al piano di Moran, coi suoi accordi capaci di rendere visibile soprattutto ciò che non lo è. Il clarino di Hutchings traccia una melodia senza tempo, immersa in uno spazio dove manca la forza gravitazionale. E’ la storia di un figlio perduto, insomma, che in qualche modo cerca di riavvicinarsi alla Madre. Un brano di tale bellezza vale tutto l’album, come si era soliti dire un tempo… As the Planets and the Stars Collapse sviluppa il clima del brano precedente ma si presenta più vivo e sorpreso, con quel sentore di sbigottimento innanzi alla Natura e al Cosmo che il flauto traduce quasi in forma di preghiera laica. Si avverte la dolcezza luminosamente crepuscolare dell’arpa della Younger, artista di cui Off Topic si è lungamente occupata – vedi qui e qui. Sullo sfondo un synth che simula un tappeto di archi. Insecurities ha il passo leggero di un risveglio mattutino gioioso, un cammino in punta di piedi tra flauto e arpa e gli interventi vocali concentrati in un semplice verso. L’improvvisazione dà più aria al flauto, con l’arpa che sembra possedere un’anima orientale. Splendido il coro che compare nel finale. Il brano è magnetico, ipno-inducente, portatore di un’incantata rarefazione armonica.

Di Managing my Breath, What Fear had Become abbiamo già accennato qualcosa riguardo il testo. Si tratta di una meditazione semplicemente narrata su un fondale di arpeggi sostenuti della Younger e sopra una stratificazione di almeno tre flauti, probabilmente sovraincisi. Una sorta di culla musicale per adulti alla ricerca di sé stessi. The Wounded Need to be Replenished suona quasi come un carillon pianistico arricchito dal suono del flauto che imita il canto di un uccello notturno. Una delicatezza sonora che mai – lo dico senza ironia – ci saremmo aspettati da un esplosivo Hutchings così come ce lo ricordiamo. Però in questo brano è il pianoforte di un maestro come Moran che detta le atmosfere, gli spazi e le aure emotive. La meraviglia continua. Anche a Body to Inhabit avevamo precedentemente accennato ed il brano si svolge come un rap su una base costituita da un clap continuo mescolato ad altre percussioni ma qui il testo prende il sopravvento sulla trama musicale in cui si avvertono, oltre il flauto e l’arpa, anche le avvolgenti note del contrabbasso. I’ll Do Whatever You Want si crea sopra una sonorità reiterata elettronica, assolutamente modale, nella quale s’appuntano le note di flauti sovrapposti e forse quelle di una chitarra, proseguendo con interventi vocali a dire il vero un po’ inquietanti. Il brano mantiene un suo proprio fascino ma non siamo all’altezza delle tracce precedenti ed è probabilmente troppo tirato per le lunghe. Invece Living è magnifico nella sua forma polifonica, con una splendida voce femminile solista antifonicamente controbilanciata da un coro e da un flautino irriverente. Quasi un moderno madrigale tra suoni d’archi continuamente sprezzato da voci che si sovrappongono e si rincorrono. Magistrale. Breathing tiene fede al suo titolo con suoni flautati prolungati, percussioni e cori inframmezzo. Irrompe anche un clarino a duettare con i flauti e, udite udite, pure un sax molto free. Si crea così una specie di allucinatorio groove, una sorta di paratassi in cui frasi differenti e apparentemente poco compatibili si agganciano cercando un senso relazionale. Kiss me Before I Forget potrebbe essere letta come una modernissima ballad contemporanea, molto notturna, introdotta da austere note di pianoforte e da una voce femminile che intona un canto senza parole, tra suoni di clarino sovrapposti con grande maestria compositiva ed effetti elettronici che ricordano il canto dei grilli. La musica in sé sovrasta la meditazione, talmente è ben scritta e strabordante di aerea bellezza. Un piccolo capolavoro all’interno di uno tra gli album più belli di questi ultimi anni. Song of the Motherland chiude il discorso con un bellissimo testo ed un’altrettanta sontuosa recitazione. Il continente promesso dell’Uomo è così finalmente raggiunto, almeno attraverso la poesia.
Una lettura ad occhi aperti di questa musica non può non accendere un brivido nascosto. Si tratta di tornare indietro non tanto nel Tempo – gli orologi, qui, sono senza lancette come in un dipinto surrealista – ma all’autenticità dei nostri desideri primordiali, dove possiamo ritrovare le radici di quell’albero che siamo diventati. Rinverdire le foglie, far maturare i frutti, esporci al sole e alla pioggia, insomma cercare di vivere quella vita che avremmo sempre voluto. Togliere le maschere, così come ha fatto Hutching, e poter guardare in uno specchio per vedere qual è, finalmente, il nostro vero volto.
Tracklist:
01. End Of Innocence (2:37)
02. As The Planets And The Stars Collapse (2:36)
03. Insecurities (4:39)
04. Managing My Breath, What Fear Had Become (3:11)
05. The Wounded Need To Be Replenished (2:45)
06. Body To Inhabit (7:28)
07. I’ll Do Whatever You Want (7:43)
08. Living (3:41)
09. Breathing (4:28)
10. Kiss Me Before I Forget (2:57)
11. Song Of The Motherland (4:45)
Photo © Atibaphoto






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