R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Non è facile trasformare il concetto di spazio musicale, molto più fisico di quanto non si sia portati a credere, in una sorta di territorio aperto, dove le idee possano fluttuare liberamente e senza ostacoli. Credo che l’atmosferico chitarrista Jakob Bro, insieme ai compagni di questa avventura portata a termine circa undici anni fa ma pubblicata solo ora per ECM, sia riuscito, con questo Taking Turns, nel sistemizzare pulsioni ambivalenti e caratteri individuali differenti in un’unica corrente fluviale dove l’improvvisazione e la scrittura sembrano sconfinare spesso una nell’altra. Il cast stellare di questa registrazione, oltre a Bro – vedi qui, qui e ancora qui – comprende lo scomparso Lee Konitz, che riascoltiamo con una certa nostalgia ai sassofoni, insieme ad un secondo chitarrista come il versatile, pittorico Bill Frisell – puoi leggere qui, qui e anche quie il pianista Jason Moran – di lui Off Topic ha parlato almeno in quattro occasioni, vedi ad esempio qui o qui. Per la parte ritmica c’è da segnalare Thomas Morgan al contrabbasso – anche su questo artista Off Topic si è soffermata a lungo almeno in cinque occasioni – vedi comunque qui e qui – e il batterista Andrew Cyrille – puoi leggere qui e qui. Nell’album vi sono episodi dove è indubitabile riscontrare una linea compositiva primaria, come ad esempio in Milford Sound, e altri, come nella traccia iniziale dell’album, dove i percorsi strumentali sembrano macchie acquerellate lasciate più libere a sé stesse, in modo da mescolare i loro rispettivi colori.

Fin dalle prime battute ci si rende comunque conto di quanto Taking Turns sia un lavoro collettivo, una trama stratificata ben riuscita tesa tra sei personaggi in cerca di una dimensione condivisibile. Il lavoro interattivo è notevole, forse anche perché Bro, con l’eccezione del solo Moran – se la memoria non mi tradisce – aveva già incrociato il suo strumento, in occasioni diverse, con ognuno dei presenti di questo gruppo. Nell’album non ci sono protagonismi, nessuno emerge come leader guida dell’organico ma tutti sembrano prendersi cura del suono generale, mantenendo la propria identità senza rubare l’altrui scena. I brani paiono a tratti delle sessioni libere sviluppate progressivamente dalle proposte sottili e minimali di Bro, forse senza che ci sia stata in precedenza una compiuta strategia progettuale. Comunque il dialogo aperto tra le diverse anime qui presenti sottolinea come ciascun musicista si sia posto in costante, attento ascolto reciproco e lo capiamo dallo sviluppo dei brani stessi, che sembrano accendersi via via con le scintille ideali proposte dal chitarrista danese. Le composizioni forniscono infatti un primario quadro abbozzato che incanala l’energia creativa del gruppo, immessa senza strutture convenzionali o particolari giri d’assolo tirati per le lunghe. Non ci sono dispersioni, ogni suono è misurato, ogni pausa è significativa. Le chitarre si muovono con tocchi delicati, niente distorsioni, e teniamo presente che non è usuale, a questo proposito, una line up con due chitarristi di questo livello che suonino assieme risultando quasi indistinguibili l’uno dall’altro. Ma è tutto l’album che sembra vibrare con leggerezza, con il sax di Konitz tanto lirico quanto discreto, che pare a volte farsi largo con un soffio poco più intenso di un sussurro. La narrazione musicale appare in forma di una corrente in cui gli artisti entrano ed escono con naturalezza, come se stessero conversando. La vera magia di Taking Turns, in effetti, sta nell’aver creato una dimensione strumentale dove silenzi e suoni si trovano proporzionalmente nello stesso rapporto che esiste tra il concetto fisico di rilascio e quello di tensione e dove il fine valoriale dell’improvvisazione non sta tanto nel dimostrare qualcosa, quanto nel rivelare ciò che esiste già all’interno di questa geometria.

Black is All Colours at Once è il brano che introduce l’album ed è esemplificativo per comprenderne integralmente l’anima. I suoni sono rarefatti, le chitarre accennano un dripping di note sgocciolate e Moran imposta un percorso ondoso di accordi tra i quali Konitz improvvisa con un sax che sembra ora indugiare, ora sospendersi in una breve attesa a cui fanno seguito fraseggi circolari. Da sottolineare, tra l’altro, le note riempitive del contrabbasso e qualche sciame percussivo di brushing introdotto da un ispirato Cyrille. Al primo ascolto può dare l’impressione di un lavoro che fatichi a tenersi insieme ma più lo si segue più si comprende che l’intesa è sotterranea, primordiale, con una propria, trasparente fascinazione cameristica. In Haiti la ritmica prende coraggio, puntellando il brano questa volta con un supporto ben udibile che allude ad una matrice caraibica. Konitz esibisce il sax soprano sopra la trama delle chitarre che lavorano su una base reiterata di sole quattro-cinque note, in stile afro, ovviamente uscendo con cautela da questi schemi appena se ne presenti l’occasione. Mentre Moran ricalca in una certa misura il movimento delle chitarre, il sax tiene le fila di questa jam senza infiammarsi più di tanto. Il brano mi ha suggerito un approccio un po’ zawinuliano, data la sua solare ricchezza percussiva.

Milford Sound è dedicata allo scomparso batterista free Milford Graves, che la leggenda racconta sincronizzasse il suo drumming sul battito irregolare del suo cuore malato. Le note iniziali, con quegli arpeggi ariosi di chitarra, fanno pensare ad un classico pezzo di Frisell, uno di quelli orientati a linee melodiche più popolari, ovviamente rivisitate dall’elegante tocco strumentale degli esecutori e condotto per mano dal tema impostato da Konitz. Cyrille, consapevole della dedica del brano, supporta il tutto con un prezioso collage poliritmico che si traduce in uno splendido accompagnamento di batteria. Non è da meno il contrabbasso che cuce tra loro gli interventi percussivi. Inoltre non ho mai ascoltato un Moran così assennato, completamente immerso in una parte di supporto che lo posiziona in una dimensione quasi periferica rispetto all’economia del brano, ma di questo equilibrio in cui mancano stelle appariscenti – tranne forse, in una certa misura, il sax di Konitz – ne abbiamo già accennato inizialmente. Aahrus è la città danese dove è cresciuto Bro. Si avverte il sentimento vibrante che lega luogo ed Autore in una composizione che, alla radice, appoggia su pochi accordi in una sequenza armonica come una pop music arrangiata in forma jazz. L’accompagnamento rarefatto e minimale mette in risalto le calde ed emotive volute di sax mentre i frequenti passaggi da tonalità maggiori a minori ne rimarca il sentimento di rimembranza. Più vicina all’improvvisazione jazz nel suo estemporaneo svolgimento è Pearl River, un sorta di mercato in zona Chinatown a New York. Si tratta di un brano curioso – nel senso che è infuso di una profonda tristezza apparentemente lontana dal concetto stesso legato al titolo – e forse è quello più all’avanguardia dell’intero album, molto affidato all’improvvisazione interpretata da Konitz e alla notevole punteggiatura ritmica di Cyrille e Morgan. Gli spazi sonori si allargano in senso modale per tutto il tratto iniziale fino ad arrivare alla prima metà dove s’innesca una sorta di progressione ascendente pennellata di astrattismo. E qui le note timbricamente acute del pianoforte sembrano cadere sulla tastiera come cristalli di ghiaccio fino alla parte finale, in cui una seconda progressione – questa volta in senso inverso alla prima – va a chiudere il brano. Peninsula rientra appieno nei crismi strutturali dell’album, con i pochi accordi arpeggiati di chitarra, la batteria che si disinteressa del ritmo impegnandosi, come il contrabbasso, nel riempire qualche pausa mentre il sax mantiene tesa la trama melodica. Mar del Plata è una tipico sviluppo pop arrangiato in modo notevole, anche se Konitz non vi partecipa. Il passaggio armonico dal primo grado maggiore al secondo minore funziona sempre molto bene in ambito cantautoriale ed anche in questo caso, pur in un contesto progettualmente diverso, questo artifizio fa la sua bella figura.

Taking Turns pare sempre sul punto di svaporare all’aria, come un paesaggio tremolante un po’ metafisico, una fata morgana che appare solo a viaggiatori consapevoli. Il Tempo scorre lentamente tra le corde delle due chitarre portanti ed ogni strumento vi si adagia sapendo da subito fin dove si possa spingere o quando arrestarsi, in modo da ottenere quel bilanciato equilibrio che caratterizza il senso di questo album. Ed è un sollievo sapere che comunque, dopo dieci anni di oblio, questo lavoro sia stato reso disponibile al pubblico.

Tracklist:
01. Black Is All Colors at Once (6:18)
02. Haiti (7:47)
03. Milford Sound (5:03)
04. Aarhus (3:40)
05. Pearl River (6:45)
06. Peninsula (5:35)
07. Mar del plata (4:57)

Photo: 1 © Adam Jandrup, 2 © John Rogers

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