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ECM Records

Ferenc Snétberger, Keller Quartett – Hallgató (Ecm Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è un grande chitarrista ungherese che incide dischi da circa trent’anni ma che resta conosciuto solo da un pubblico assai ristretto. Eppure questo musicista – si tratta di Ferenc Snétberger – transita attraverso i generi musicali con estrema scioltezza, ora cimentandosi con la musica classica, ora col jazz e la musica popolare brasiliana e flamenca. C’è poi anche un quartetto d’archi – il Keller Quartett – anch’esso ungherese e con una trentina d’anni di attività nel mondo della musica classica, che ha in comune con Snétberger l’attitudine alla curiosità e al desiderio di superare certi confini stilistici. Sono sempre più numerosi quei musicisti che, provenendo da mondi differenti, avvertono l’ambizione di confrontarsi con altre geografie artistiche, ma soprattutto desiderano misurarsi con se stessi, valutandosi nei generi più disparati. Gli esempi sono molti, da Friedrich Gulda a Keith Jarrett, da Nigel Kennedy a Chick Corea (ricevo, mentre scrivo, la notizia della sua morte – n.d.r.) e tanti altri ancora. Esistono poi etichette discografiche come ECM sempre pronte ad accogliere ibridazioni d’ogni tipo, purché, evidentemente, di alta qualità compositiva ed esecutiva. La molla che spinge certi artisti ad esporsi contemporaneamente su più fronti penso sia legata alla necessità di trovare nuovi spunti emozionali, di mettersi alla prova volteggiando senza rete, rischiando spesso qualcosa di proprio

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Jakob Bro, Arve Henriksen, Jorge Rossy – Uma Elmo (ECM Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’essenziale, ovvero “nulla di troppo”, come recitava un antico precetto delfico. Se metti assieme la chitarra di Jakob Bro, la tromba di Arve Henriksen e la misuratissima batteria di Jorge Rossy, otterrai la quintessenza di un delicato procedimento alchemico che sobbolle nell’alambicco creativo di questo Uma Elmo. È l’ultima uscita di Bro per ECM. Alle spalle una lunga esperienza con diversi artisti come Paul Motian, Thomasz Stanko e Lee Konitz – ai quali è dedicato un brano ciascuno di questa raccolta – Paul Bley, Bill Frisell, e molti altri. Una musica in cui l’aspetto ritmico è decisamente secondario e dove la batteria si trova a recitare la parte di uno strumento melodico e non solo percussivo. Una chitarra piena d’arpeggi che si libra in aria come una libellula e una tromba spesso sussurrata a interrogarsi sul mistero dell’esistenza. Si viaggia in territori profondi, sotto il limite della coscienza, in quella zona opaca che precede l’oscurità della psiche, là dove pochi escursionisti osano avventurarsi. Una specie di “Monte Analogo” la cui vetta è rovesciata e le nubi che la circondano lasciano solo intravedere ciò che si cerca d’immaginare. Non ci sono vere luci in questo viaggio interiore ma penombre, solo spiragli di luminescenze fugaci, fuochi fatui. 

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Shai Maestro – Human (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

A soli trentaquattro anni Shai Maestro arriva al suo sesto disco da titolare, il secondo con l’etichetta ECM. Dopo un luminoso esordio con l’Avishai Cohen Trio che l’ha tenuto a battesimo dal 2008 al 2011, il pianista e compositore israeliano ha spiccato il volo creandosi attorno un proprio gruppo e sentendosi ormai maturo per offrire un’immagine più completa del suo essere artista. Non saprei cosa propriamente intendere col termine di “esperienza religiosa” ma sono pronto a credere che una consapevolezza di questo tipo sia quanto di più pertinente possibile per ciò che riguarda questa ultimo progetto Human, presentato in compagnia con il batterista Ofri Nehemya, il contrabbasso di Jorge Roeder e l’apporto etereo del trombettista Philip Dizack. C’è tensione devozionale, in questo lavoro. Il tocco pianistico è uno scandaglio interiore che misura gli echi dell’anima e non credo sia sufficiente chiamare tutto questo semplicemente “lirismo”. C’è un obiettivo in questa musica ed è qualcosa di assoluto, un sentimento che nasce in solitudine e che tende a far levitare lo spirito verso l’alto in un tenace desiderio di trascendenza.

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Joe Lovano Trio Tapestry – Garden of Expression (ECM Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Joe Lovano ricompone il Trio Tapestry, già collaudato nel 2019 con l’omonimo album e riproposto in uscita in questi giorni con Garden of expression, ulteriore scintillante prova del sassofonista italo-americano per l’etichetta ECM. Un trio di questa struttura, senza contrabbasso, è sempre un continuo banco di prova. Generalmente formazioni di questo tipo optano di preferenza per uno strumento sostitutivo, più frequentemente un organo che può vicariare l’assenza di note basse con una pedaliera o con la prima ottava e mezza della tastiera. La soluzione “bassless”, scelta in questo disco, indirizza l’atmosfera generale verso dimensioni più rarefatte, animate da pulsazioni dilatate e sognanti in cui grande importanza assumono gli strumenti di spalla al fiato solista. Essi, infatti, svincolati dall’obbligo ritmico, allargano la loro aura avvolgendo il sax con un’impalpabile nuvola di suoni. Importante, a questo punto, segnalare la consistenza di Marilyn Crispell al piano, che sembra quasi dimenticare il suo trascorso free e l’elegante appoggio percussivo di Carmen Castaldi, batterista di grande esperienza ed ex compagno di studi di Lovano alla Berklee School of Music di Boston. Tutti i brani godono di un’omogenea unità formale in cui il sax si fa quasi canto solitario, una vela in mare aperto, con i suoi compagni di viaggio come marinai che seguono discreti e attenti a non turbare il navigare riflessivo di Lovano. 

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Dino Saluzzi – Albores (ECM Records, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Ci sono artisti che crescono e passano la vita identificandosi con lo strumento della loro arte. Succede più nella musica che nelle altre arti, poiché se la scrittura si fa sempre con lo stesso strumento (o quasi), nella musica lo strumento caratterizza maggiormente l’artista. Succede con Dino Saluzzi e il suo bandoneon. Sarebbe forse azzardato  estendere l’osservazione a chi artista non lo è, almeno non lo è in “stricto sensu”, come per esempio Maradona, tutt’uno col suo pallone ma si tratterebbe di un paragone nemmeno troppo forzato e, non solo per la comune madrepatria argentina, ma anche per un profondo radicamento nella cultura popolare di quel paese e non solo. Entrambi, Maradona e Saluzzi ci raccontano anche della loro terra natia senza bisogno di parole. Ricorda a questo proposito il musicista argentino: “…Non abbiamo ricevuto alcuna informazione tramite la radio o attraverso gli album, e non c’erano conoscenze di musica accademica o di musica sinfonica o concerti formali, quando ero molto giovane, comunque mio padre è stato in grado di trasmettermi un’educazione musicale…” Ed io aggiungerei inoltre un racconto della malinconia senza bisogno di parole. Forse anche il grande calciatore argentino non ci ha parlato solo di gioie sportive, anche se non ce ne siamo accorti.

Ph. Juan Hitters

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Elina Duni – Lost Ships (ECM Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

“Eclettismo” è un termine che si riferisce alla capacità di gestire atteggiamenti, dinamiche comportamentali, pensieri e azioni che provengono da diverse ispirazioni e che vengono armonizzate verso un medesimo obiettivo. La finalità di un musicista è appunto quella di assemblare musica anche quando questa può avere varie influenze differenti, talora apparentemente poco compatibili tra loro. Elina Duni riesce dunque ad essere eclettica e a comporre tra loro frammenti diversi in un’unità attendibile come questo Lost Ships, dove ad esempio ballate tradizionali salentine (Bella ci dormi), gloriosi standard jazzistici come I’m fool to want you (scritta da Frank Sinatra e dedicata all’attrice Ava Gardner), classici come The wayfaring stranger (dell’ombroso Johnny Cash) e sempreverdi francesi come Hier encore (Charles Aznavour) coabitano senza sgomitare, rivisitati con opportuna leggerezza e rispetto e arrangiati con tutta la dovuta grazia possibile. Altro segno di eterogeneità della Duni è la sua capacità di esprimere il canto in diverse lingue e di risultare sempre attendibile anche quando, oltre all’albanese, sua lingua madre, utilizza l’italiano, l’inglese ed il francese adattando la sua voce leggermente scura ai diversi idiomi nazionali e regionali.

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Keith Jarrett – Budapest Concert (ECM Records, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Keith Jarrett: piano.
Qualche giorno fa ho ricevuto un messaggio da James Cook, esploratore e navigatore, che sulla plancia di Off Topic Magazine, tiene sempre fermo lo sguardo all’orizzonte. Il messaggio era laconico: “Te la senti?” Io ho risposto un po’ incoscientemente di sì, anche se sapevo che il veliero che James aveva scrutato all’orizzonte era davvero un pezzo da novanta. Ma ho considerato fosse un dovere morale, se non proprio un “imperativo categorico”, scrivere qualcosa dell’Ammiraglio Jarrett Keith da Allentown (Pennsylvania). E allora cimentiamoci nella difficile impresa di raccontare il non-raccontabile, di descrivere l’indescrivibile. Il Budapest Concert, registrato nel 2016 per l’etichetta ECM, nella “Béla Bartók National Concert Hall” di Budapest, è una sorta di ritorno a casa (ricordiamo che la famiglia Jarrett è di lontane origini ungheresi), ma soprattutto una “suite” di una metamorfosi globalizzante dove jazz, musica colta, folk, blues e classica confluiscono in qualcosa che è molto di più, delle più o meno consuete ibridazioni e/o contaminazioni, qui siamo molto oltre. 

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John Scofield, Steve Swallow, Bill Stewart – Swallow Tales (ECM, 2020)

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Recensione di Mario Grella

In un pomeriggio del marzo 2019, in uno studio di New York, John Scofield decide di celebrare il suo amico e mentore Steve Swallow, notissimo bassista e compositore che ha suonato con Carla Bley, Jimmy Giuffre, João Gilberto, Benny Goodman, Chick Corea, Gary Burton, Jack DeJohnette, Pat Metheny, così tanto per citare. John Scofield nutre una profonda ammirazione per Swallow, in particolare per la sua capacità di improvvisare con moderazione, se così possiamo dire.

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Avishai Cohen – Big Vicious (ECM, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Avishai Cohen è un trombettista israeliano che vive negli Stati Uniti e Big Vicious è il nome del gruppo che ha formato, circa sei anni fa, composto da Uri Ramirez alla chitarra, Yonatan Albalak alla chitarra e basso, Aviv Cohen alla batteria, Ziv Ravitz alle percussioni e all’elettronica. Un gruppo esposto ai venti di tante influenze diverse: elettronica, ambient, psichedelica, ma anche groove e persino pop music. Per ammissione dello stesso Cohen non è stato facile far convivere tanti spunti e tante diverse personalità. Per avere un’idea del disco basta incominciare l’ascolto da Fractals, basata su una cosiddetta “scala indiana” per chitarra e che porta in realtà, con sé ritmi e sonorità che spaziano dalla psichedelia ai soliloqui trombettistici del jazz “freddo”.

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