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ECM Records

Sinikka Langeland – Wolf Rune (ECM Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Esiste un legame profondo tra la musica dell’artista norvegese Sinikka Langeland, la tradizione mitologica dei paesi dell’estremo nord e il paesaggio assolutamente unico di quei luoghi. Così come un aquilone ha bisogno di aria per sospendersi nel vento, così il canto e lo strumento della Langeland ha bisogno di spazi, di cieli freddi e tersi dove la sua voce e la sua musica possano avere tutta l’eco necessario per farsi mito, per raccontare la Storia di un antico rapporto tra umanità e forze misteriose del cosmo. Lo strumento suonato dalla Langeland, il Kantele, appartiene alla famiglia delle cetre, cioè di strumenti a corda con cassa di risonanza. Un salterio baltico, quindi, di origine finlandese. Il suo suono cristallino, quasi glaciale, rimanda alle favole nordiche che narrano di regine delle nevi, di creature boschive che come spiriti protettori preservano il segreto arcano della Natura. Nonostante le composizioni di questo disco, Wolf Rune, siano siglate col nome della Langeland, attraverso di esse viene recuperato il Runesang, il canto tradizionale finlandese le cui rime sono state raccolte nel Kalevala, un’antologia voluminosa di poemi e canzoni assemblata nella prima metà dell’800 che viene considerata un vero e proprio poema epico a tutti gli effetti. Questi canti e queste poesie si sono trasmesse oralmente, com’è avvenuto per tutto l’epos europeo, dall’antica Grecia alla tradizione celtica. Come accade nei racconti del Mito, gli argomenti narrano dei rapporti all’interno degli esseri umani e in seconda misura tra gli Uomini e gli spiriti di Natura, siano essi vere e proprie divinità o creature ultraterrene abitatrici delle acque e delle foreste.

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Vijay Iyer – Uneasy (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Mette quasi soggezione parlare di Vijai Iyer. Laureato in matematica e fisica alla Yale, insegnante ad Harvard, ha condotto e pubblicato studi sulla psicologia cognitiva che riguardano nello specifico la capacità psico-fisica di comprendere e reagire ai vari linguaggi musicali. Insignito nel 2013 del prestigioso premio “Mc Arthur Genius Grant” che come suggerisce la denominazione non è un riconoscimento dato a chicchessia, Iyer è arrivato, con questo Uneasy, al ventiquattresimo disco da titolare, più una quarantina e passa di collaborazioni, partiture e composizioni sinfoniche di stampo classico ed elettronico eseguite anche da altri musicisti e orchestre sparse nel mondo. Dulcis in fundo, Iyer è un pianista jazz di eccezionale levatura e qui non temo di esagerare affermando che ci si trova di fronte a un vero e proprio genio. Nato ad Albany da genitori indiani di etnia dravidica Tamil, Vijai ha cinquant’anni e ha trascorso una vita piena di soddisfazioni professionali colma di premi e riconoscimenti internazionali. Però, in base alla legge dell’ambivalenza che caratterizza l’esistenza umana, una stella che brilla finisce per essere oggetto d’invidia, un disvalore ahimè molto diffuso soprattutto tra quelli che vivono come una dolorosa frustrazione il successo degli altri. Quindi il nostro ha dovuto subire una certa malevolenza non solo da una parte anche importante della critica musicale statunitense ma soprattutto da diversi gruppi di suoi colleghi musicisti. Le accuse? La non conoscenza della tradizione nera americana, l’essere un musicista freddo ed eccessivamente “matematico”, come se il suo corso di studi avesse potuto condizionarlo rigidamente nel suo approccio creativo ed esecutivo. Nessuna di queste critiche rancorose può definirsi azzeccata.

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Nik Bärtsch – Entendre (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Abituati da tempo ai suoi “moduli” numerati e siglati al posto dei normali titoli di ogni brano, ci troviamo oggi di fronte alle stesse crittografie sfogliando le tracce dell’ultimo lavoro di Nik Bärtsch per piano solo. Il compositore svizzero aveva già editato un album di questo tipo nel 2002, quell’Hishiryo in cui accanto al piano s’intravedeva saltuariamente qualche elemento percussivo ad arrotondare il clima melodico – ritmico del suo strumento. In questa nuova produzione Entendre, Bärtsch utilizza solo il suo piano ed eventualmente qualche rumore aggiunto prodotto dal pianoforte stesso, colpendone le corde o la cassa armonica con un moto della mano. Alcuni moduli, come il 5 ed il 13, sono già stati pubblicati in precedenza su Hishiryo, in forme differenti, ma tutti questi brani tranne l’ultimo Deja-vu Vienne, erano già stati incisi con i suoi gruppi Mobile e Ronin. In questo frangente Bärtsch si lascia andare alla composizione in assoluta solitudine, confermando le sue doti minimaliste ma non facendo mai mancare certi influssi classici mescolati all’improvvisazione che pare essere elemento imprescindibile della musica contemporanea. In questo disco non c’è jazz, almeno se intendiamo con quel termine l’insieme dei canoni stilistici che abbiamo imparato a conoscere, con le opportune sfumature e i vari distinguo, da un secolo a questa parte. Siamo piuttosto vicini, e questa non è certo una novità per Bärtsch, all’essenzialità sonora di Steve Reich, forse a certe suggestioni di Philipp Glass, talora a qualche onda melodica alla Terry Riley e alla provocazione, ma in tono più timido, dei silenzi di John Cage.

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Ferenc Snétberger, Keller Quartett – Hallgató (Ecm Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è un grande chitarrista ungherese che incide dischi da circa trent’anni ma che resta conosciuto solo da un pubblico assai ristretto. Eppure questo musicista – si tratta di Ferenc Snétberger – transita attraverso i generi musicali con estrema scioltezza, ora cimentandosi con la musica classica, ora col jazz e la musica popolare brasiliana e flamenca. C’è poi anche un quartetto d’archi – il Keller Quartett – anch’esso ungherese e con una trentina d’anni di attività nel mondo della musica classica, che ha in comune con Snétberger l’attitudine alla curiosità e al desiderio di superare certi confini stilistici. Sono sempre più numerosi quei musicisti che, provenendo da mondi differenti, avvertono l’ambizione di confrontarsi con altre geografie artistiche, ma soprattutto desiderano misurarsi con se stessi, valutandosi nei generi più disparati. Gli esempi sono molti, da Friedrich Gulda a Keith Jarrett, da Nigel Kennedy a Chick Corea (ricevo, mentre scrivo, la notizia della sua morte – n.d.r.) e tanti altri ancora. Esistono poi etichette discografiche come ECM sempre pronte ad accogliere ibridazioni d’ogni tipo, purché, evidentemente, di alta qualità compositiva ed esecutiva. La molla che spinge certi artisti ad esporsi contemporaneamente su più fronti penso sia legata alla necessità di trovare nuovi spunti emozionali, di mettersi alla prova volteggiando senza rete, rischiando spesso qualcosa di proprio

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Jakob Bro, Arve Henriksen, Jorge Rossy – Uma Elmo (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

L’essenziale, ovvero “nulla di troppo”, come recitava un antico precetto delfico. Se metti assieme la chitarra di Jakob Bro, la tromba di Arve Henriksen e la misuratissima batteria di Jorge Rossy, otterrai la quintessenza di un delicato procedimento alchemico che sobbolle nell’alambicco creativo di questo Uma Elmo. È l’ultima uscita di Bro per ECM. Alle spalle una lunga esperienza con diversi artisti come Paul Motian, Thomasz Stanko e Lee Konitz – ai quali è dedicato un brano ciascuno di questa raccolta – Paul Bley, Bill Frisell, e molti altri. Una musica in cui l’aspetto ritmico è decisamente secondario e dove la batteria si trova a recitare la parte di uno strumento melodico e non solo percussivo. Una chitarra piena d’arpeggi che si libra in aria come una libellula e una tromba spesso sussurrata a interrogarsi sul mistero dell’esistenza. Si viaggia in territori profondi, sotto il limite della coscienza, in quella zona opaca che precede l’oscurità della psiche, là dove pochi escursionisti osano avventurarsi. Una specie di “Monte Analogo” la cui vetta è rovesciata e le nubi che la circondano lasciano solo intravedere ciò che si cerca d’immaginare. Non ci sono vere luci in questo viaggio interiore ma penombre, solo spiragli di luminescenze fugaci, fuochi fatui. 

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Shai Maestro – Human (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

A soli trentaquattro anni Shai Maestro arriva al suo sesto disco da titolare, il secondo con l’etichetta ECM. Dopo un luminoso esordio con l’Avishai Cohen Trio che l’ha tenuto a battesimo dal 2008 al 2011, il pianista e compositore israeliano ha spiccato il volo creandosi attorno un proprio gruppo e sentendosi ormai maturo per offrire un’immagine più completa del suo essere artista. Non saprei cosa propriamente intendere col termine di “esperienza religiosa” ma sono pronto a credere che una consapevolezza di questo tipo sia quanto di più pertinente possibile per ciò che riguarda questa ultimo progetto Human, presentato in compagnia con il batterista Ofri Nehemya, il contrabbasso di Jorge Roeder e l’apporto etereo del trombettista Philip Dizack. C’è tensione devozionale, in questo lavoro. Il tocco pianistico è uno scandaglio interiore che misura gli echi dell’anima e non credo sia sufficiente chiamare tutto questo semplicemente “lirismo”. C’è un obiettivo in questa musica ed è qualcosa di assoluto, un sentimento che nasce in solitudine e che tende a far levitare lo spirito verso l’alto in un tenace desiderio di trascendenza.

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Joe Lovano Trio Tapestry – Garden of Expression (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Joe Lovano ricompone il Trio Tapestry, già collaudato nel 2019 con l’omonimo album e riproposto in uscita in questi giorni con Garden of expression, ulteriore scintillante prova del sassofonista italo-americano per l’etichetta ECM. Un trio di questa struttura, senza contrabbasso, è sempre un continuo banco di prova. Generalmente formazioni di questo tipo optano di preferenza per uno strumento sostitutivo, più frequentemente un organo che può vicariare l’assenza di note basse con una pedaliera o con la prima ottava e mezza della tastiera. La soluzione “bassless”, scelta in questo disco, indirizza l’atmosfera generale verso dimensioni più rarefatte, animate da pulsazioni dilatate e sognanti in cui grande importanza assumono gli strumenti di spalla al fiato solista. Essi, infatti, svincolati dall’obbligo ritmico, allargano la loro aura avvolgendo il sax con un’impalpabile nuvola di suoni. Importante, a questo punto, segnalare la consistenza di Marilyn Crispell al piano, che sembra quasi dimenticare il suo trascorso free e l’elegante appoggio percussivo di Carmen Castaldi, batterista di grande esperienza ed ex compagno di studi di Lovano alla Berklee School of Music di Boston. Tutti i brani godono di un’omogenea unità formale in cui il sax si fa quasi canto solitario, una vela in mare aperto, con i suoi compagni di viaggio come marinai che seguono discreti e attenti a non turbare il navigare riflessivo di Lovano. 

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Dino Saluzzi – Albores (ECM Records, 2020)

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Recensione di Mario Grella

Ci sono artisti che crescono e passano la vita identificandosi con lo strumento della loro arte. Succede più nella musica che nelle altre arti, poiché se la scrittura si fa sempre con lo stesso strumento (o quasi), nella musica lo strumento caratterizza maggiormente l’artista. Succede con Dino Saluzzi e il suo bandoneon. Sarebbe forse azzardato  estendere l’osservazione a chi artista non lo è, almeno non lo è in “stricto sensu”, come per esempio Maradona, tutt’uno col suo pallone ma si tratterebbe di un paragone nemmeno troppo forzato e, non solo per la comune madrepatria argentina, ma anche per un profondo radicamento nella cultura popolare di quel paese e non solo. Entrambi, Maradona e Saluzzi ci raccontano anche della loro terra natia senza bisogno di parole. Ricorda a questo proposito il musicista argentino: “…Non abbiamo ricevuto alcuna informazione tramite la radio o attraverso gli album, e non c’erano conoscenze di musica accademica o di musica sinfonica o concerti formali, quando ero molto giovane, comunque mio padre è stato in grado di trasmettermi un’educazione musicale…” Ed io aggiungerei inoltre un racconto della malinconia senza bisogno di parole. Forse anche il grande calciatore argentino non ci ha parlato solo di gioie sportive, anche se non ce ne siamo accorti.

Ph. Juan Hitters

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Elina Duni – Lost Ships (ECM Records, 2020)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

“Eclettismo” è un termine che si riferisce alla capacità di gestire atteggiamenti, dinamiche comportamentali, pensieri e azioni che provengono da diverse ispirazioni e che vengono armonizzate verso un medesimo obiettivo. La finalità di un musicista è appunto quella di assemblare musica anche quando questa può avere varie influenze differenti, talora apparentemente poco compatibili tra loro. Elina Duni riesce dunque ad essere eclettica e a comporre tra loro frammenti diversi in un’unità attendibile come questo Lost Ships, dove ad esempio ballate tradizionali salentine (Bella ci dormi), gloriosi standard jazzistici come I’m fool to want you (scritta da Frank Sinatra e dedicata all’attrice Ava Gardner), classici come The wayfaring stranger (dell’ombroso Johnny Cash) e sempreverdi francesi come Hier encore (Charles Aznavour) coabitano senza sgomitare, rivisitati con opportuna leggerezza e rispetto e arrangiati con tutta la dovuta grazia possibile. Altro segno di eterogeneità della Duni è la sua capacità di esprimere il canto in diverse lingue e di risultare sempre attendibile anche quando, oltre all’albanese, sua lingua madre, utilizza l’italiano, l’inglese ed il francese adattando la sua voce leggermente scura ai diversi idiomi nazionali e regionali.

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