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ECM Records

Marcin Wasilewski Trio – En attendant (ECM Records, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Occorre pensare ad un paziente lavoro di cesello per comprendere a fondo il nuovo album del Marcin Wasilewski Trio, En attendant. Perché quando si ricercano equilibri alchemici di questa levatura, pesi e contrappesi misurati al milligrammo e relazioni armoniose tra strumenti e musicisti, non si può fare a meno di pensare al grande lavoro preparatorio che si organizza, in questi casi, dietro le quinte. Nonostante questo nuovo disco sembri quasi nato fortuitamente con il trio che aspettava di registrare Arctic Riff (uscito nel 2020) insieme al sassofonista Joe Lovano, è stato proprio un ritardo nel volo del musicista americano che ha messo Wasilewski e compagni nell’occasione di provare una nuova esperienza d’insieme. Ma non si creda che En attendant possa nascere dal nulla o in una generica attitudine all’improvvisazione. Questo complesso di idee, estemporanee e non, tocca invece vette di altezze tali da fugare ogni dubbio sulla bontà della sua preparazione. L’ultima opera di Wasilewski – settima uscita per ECM ma solo la quinta del trio come gruppo a sé, è frutto di una pacata e riflessiva germinazione artistica, un vero e proprio colloquio fatto di sussurri e di verbi acustici tra il pianoforte di Wasilewski, il contrabbasso di Slawomir Kurkievicz e la batteria di Michal Miskievicz. Ci sono tre brani – In Motion part I, II e III – frutto di completa improvvisazione del trio ma ci sono anche rivisitazioni sia di brani classici e jazz – Bach e Carla Bley – nonché una traccia attribuita al solo leader e persino un ritratto di un famoso brano rock dei Doors. La storia di questo trio polacco è quasi completamente legata al destino del trombettista Tomasz Stanko – scomparso nel 2018 – un vero e proprio nume tutelare del jazz polacco e non solo. Fu lui, infatti, a far approdare il Wasilewski trio in ECM.

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Michael Mantler – Coda Orchestra Suites (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Approcciare un disco come questo richiede una sorta di preparazione preventiva, senza la quale si rischia di non avere accesso al linguaggio complesso di Michael Mantler. L’autore, noto compositore, trombettista, sulla piazza dagli anni ’60, utilizza un contesto tutt’altro che immediato per la sua musica. Anche se la sua origine artistica è inquadrabile nel mondo del jazz, le sue continue aperture verso altri pianeti – note le sue collaborazioni con Robert Wyatt, Jack Bruce, Marianne Faithfull, Peter Blegvad – e verso i mondi paralleli del free-jazz e della musica orchestrale, ne fanno un colto personaggio di assoluta grandezza, il cui avvicinamento richiede la conoscenza della sua sintassi raffinata per superare l’apparente scontrosità della musica. Ha idee peculiari, Mantler, che si basano sul concetto dell’evoluzione continua di una composizione. A lui piace iniziare una cosa nuova da dove aveva appena terminato non girando pagina ma impostando nuovi capitoli in calce. Così ha fatto nella rivisitazione di The Jazz Composer Orchestra del ’68 riproponendolo nel suo Update del 2014, naturalmente modificandone non tanto la struttura di base quanto la vernice estetica, come se avesse dovuto ricomporre gli stessi brani 45 anni dopo. L’aspetto curioso è che questo suo tipo di riscrittura pare sia grosso modo una specie di atteggiamento abitudinario, tanto che in questo ultimo lavoro, Coda, Mantler va a ripescare una serie di incisioni a lui particolarmente care nel periodo che va dal 1975 al 2010, riproponendole con una grossa orchestra di 27 elementi più il direttore Christoph Chec. Tra gli orchestrali, oltre allo stesso compositore naturalmente alla tromba, vi sono alcuni suoi fidati collaboratori come il chitarrista Bjarne Roupè, Maximilian Kanzler al vibrafono e David Helbock al piano. Oltre agli ottoni l’orchestra si completa con sedici archi, tra violini, viole, violoncelli e contrabbassi.

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Andrew Cyrille Quartet – The News (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Non sapevo esattamente cosa aspettarmi dall’ultima fatica di Andrew Cyrille. L’anziano batterista, votato da sempre a una dimensione sperimentale, non è mai finito nella lista dei miei preferiti, nonostante l’onore raccolto sul campo dopo dieci anni di collaborazione con Cecil Taylor, una quindicina di lavori pubblicati a suo nome e una vasta serie di partecipazioni a opere di Carla Bley, Anthony Braxton, Oliver Lake e molti altri ancora. Dal 2016 scocca però la scintilla, anche se tardiva. L’uscita con ECM dello splendido Declaration of musical indipendence spariglia tutte le mie convinzioni. Quel lavoro presentato graficamente in livrea rossa accende finalmente una passione rimasta latente grazie anche all’apporto di artisti stilosi come Bill Frisell, in grado di apportare una scossa energetica e melodica al cerebralismo a volte eccessivo di Cyrille. Due anni dopo, sempre per ECM, esce anche Lebroba che si può leggere come opera in un certo senso parallela a Declaration, anche se qui c’è la tromba di W. Leo Smith a lavorare negli spazi cercando equilibri insoliti con la chitarra di Frisell. Questo nuovo lavoro The news offre buone notizie per chi, come me, ha benedetto la svolta più recente di Cyrille. Tenendo buona la formazione di Declaration con l’unica sostituzione di Richard Teitelbaum con David Virelles al piano e alle tastiere, The news vede inoltre, accanto al morbidissimo drumming di Cyrille, l’ombra benevola di Bill Frisell alla chitarra e il fidato Ben Street al contrabbasso. The news non ha l’energia ctonia di Declaration, questo è bene chiarirlo da subito. La timbrica strumentale, maggiormente per quel che riguarda la chitarra di Frisell, si è qui molto addolcita. La batteria lavora soprattutto sui piatti, con qualche raro battere sulla pelle dei tamburi mentre il piano e il contrabbasso partecipano attivamente alla creazione di una forma musicale delicatamente astratta.

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Stephan Micus – Winter’s End (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Sono convinto che il mondo, oggi, sia così ricco di musica come forse non lo è mai stato in passato. Vi sono talmente tanti musicisti in giro, veri o presunti che spesso diventa difficile selezionare gli ascolti, rischiando così di perdere di vista piccole mirabilia, degne di uno spazio acconcio ad una corretta e attenta valutazione. La storia di Stephan Micus da Stoccarda mi ha sempre affascinato, se ripenso ai suoi inizi. Tra gli ultimi hippy tedeschi proiettati alla scoperta del Marocco e dell’India, Micus esordì nel 1976 con Arhaic concerts, un discreto lavoro a seguito di quella Kosmische Musik che aveva precedentemente affascinato mezza Europa la cui cometa però stava ormai eclissandosi. Invece di perdersi negli astrusi meandri compositivi che inguaiarono molti suoi illustri colleghi, Micus cominciò a dedicarsi allo studio di strumenti musicali acustici che provenivano da diverse parti del mondo, cercando di assemblarli tra loro per trovare una possibile quadra espressiva, mescolando, provando, testando il tutto con strumenti più occidentali e altre volte con la propria voce, approfittando delle tecniche d’incisione multi traccia. Così diventò un autentico “one man band” di lusso e la sua originale qualità compositiva fu notata da Manfred Eicher che lo affiliò alla sua etichetta ECM alla fine dei ‘70 editandogli oltre una ventina di dischi di cui, questo Winter’s End, è buon ultimo.

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Vincent Lê Quang – Everlasting (La Buissonne, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Si racconta che il sassofonista francese Vincent Lê Quang, quand’era adolescente, rimase colpito dalla visione del film “Bird” che narrava la vita e la musica di Charlie Parker. Non so se questo sia vero ma di sicuro quella pellicola deve aver contribuito, in qualche modo, ad innescare il suo interesse per lo studio del sax. Tuttavia, a giudicare almeno da questo suo primo disco da titolare, pare avere poche cose in comune con Parker. Un sassofono suonato quasi con la stessa delicatezza di un flauto ci trasporta in una dimensione di eterea, intima profondità, lontano anni luce dalle intransigenti, nervose velocità di Bird. La meditazione che sta alla base di questo Everlasting parte dal conflitto presente in ogni essere umano nel cercare di realizzarsi e di proiettare le proprie speranze in un futuro che si vorrebbe eterno e immutabile. Davanti alla prova evidente, invece, di come la realtà sia impermanente e mutevole, questo desiderio recondito di eternità resta nascosto in un angolo della coscienza e quasi ci si vergogna di esibirlo, come fosse un capriccio infantile… Sublimando questa pulsione, Lê Quang va alla ricerca delle tracce nascoste, dei segni lasciati da un’eternità di carattere divino, seguendo un percorso fatto di memorie, di segni ambigui, spesso misteriosi ed onirici con cui la Realtà alle volte ama mescolarsi. Un’ermeneutica che attraverso gli impulsi sonori e l’ordine armonico cerca di interpretare la vita nel suo senso più profondo. Un altro illuso alla ricerca del significato dell’esistenza? Di certo, quello che so è che ogni Parsifal che si metta in cerca del Sacro Graal, che lo trovi oppure no, mostra di sé il suo lato migliore, le più luminose qualità che possiede, vivendo fino in fondo l’intensa epopea della propria vita.

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Sinikka Langeland – Wolf Rune (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Esiste un legame profondo tra la musica dell’artista norvegese Sinikka Langeland, la tradizione mitologica dei paesi dell’estremo nord e il paesaggio assolutamente unico di quei luoghi. Così come un aquilone ha bisogno di aria per sospendersi nel vento, così il canto e lo strumento della Langeland ha bisogno di spazi, di cieli freddi e tersi dove la sua voce e la sua musica possano avere tutta l’eco necessario per farsi mito, per raccontare la Storia di un antico rapporto tra umanità e forze misteriose del cosmo. Lo strumento suonato dalla Langeland, il Kantele, appartiene alla famiglia delle cetre, cioè di strumenti a corda con cassa di risonanza. Un salterio baltico, quindi, di origine finlandese. Il suo suono cristallino, quasi glaciale, rimanda alle favole nordiche che narrano di regine delle nevi, di creature boschive che come spiriti protettori preservano il segreto arcano della Natura. Nonostante le composizioni di questo disco, Wolf Rune, siano siglate col nome della Langeland, attraverso di esse viene recuperato il Runesang, il canto tradizionale finlandese le cui rime sono state raccolte nel Kalevala, un’antologia voluminosa di poemi e canzoni assemblata nella prima metà dell’800 che viene considerata un vero e proprio poema epico a tutti gli effetti. Questi canti e queste poesie si sono trasmesse oralmente, com’è avvenuto per tutto l’epos europeo, dall’antica Grecia alla tradizione celtica. Come accade nei racconti del Mito, gli argomenti narrano dei rapporti all’interno degli esseri umani e in seconda misura tra gli Uomini e gli spiriti di Natura, siano essi vere e proprie divinità o creature ultraterrene abitatrici delle acque e delle foreste.

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Vijay Iyer – Uneasy (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Mette quasi soggezione parlare di Vijai Iyer. Laureato in matematica e fisica alla Yale, insegnante ad Harvard, ha condotto e pubblicato studi sulla psicologia cognitiva che riguardano nello specifico la capacità psico-fisica di comprendere e reagire ai vari linguaggi musicali. Insignito nel 2013 del prestigioso premio “Mc Arthur Genius Grant” che come suggerisce la denominazione non è un riconoscimento dato a chicchessia, Iyer è arrivato, con questo Uneasy, al ventiquattresimo disco da titolare, più una quarantina e passa di collaborazioni, partiture e composizioni sinfoniche di stampo classico ed elettronico eseguite anche da altri musicisti e orchestre sparse nel mondo. Dulcis in fundo, Iyer è un pianista jazz di eccezionale levatura e qui non temo di esagerare affermando che ci si trova di fronte a un vero e proprio genio. Nato ad Albany da genitori indiani di etnia dravidica Tamil, Vijai ha cinquant’anni e ha trascorso una vita piena di soddisfazioni professionali colma di premi e riconoscimenti internazionali. Però, in base alla legge dell’ambivalenza che caratterizza l’esistenza umana, una stella che brilla finisce per essere oggetto d’invidia, un disvalore ahimè molto diffuso soprattutto tra quelli che vivono come una dolorosa frustrazione il successo degli altri. Quindi il nostro ha dovuto subire una certa malevolenza non solo da una parte anche importante della critica musicale statunitense ma soprattutto da diversi gruppi di suoi colleghi musicisti. Le accuse? La non conoscenza della tradizione nera americana, l’essere un musicista freddo ed eccessivamente “matematico”, come se il suo corso di studi avesse potuto condizionarlo rigidamente nel suo approccio creativo ed esecutivo. Nessuna di queste critiche rancorose può definirsi azzeccata.

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Nik Bärtsch – Entendre (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Abituati da tempo ai suoi “moduli” numerati e siglati al posto dei normali titoli di ogni brano, ci troviamo oggi di fronte alle stesse crittografie sfogliando le tracce dell’ultimo lavoro di Nik Bärtsch per piano solo. Il compositore svizzero aveva già editato un album di questo tipo nel 2002, quell’Hishiryo in cui accanto al piano s’intravedeva saltuariamente qualche elemento percussivo ad arrotondare il clima melodico – ritmico del suo strumento. In questa nuova produzione Entendre, Bärtsch utilizza solo il suo piano ed eventualmente qualche rumore aggiunto prodotto dal pianoforte stesso, colpendone le corde o la cassa armonica con un moto della mano. Alcuni moduli, come il 5 ed il 13, sono già stati pubblicati in precedenza su Hishiryo, in forme differenti, ma tutti questi brani tranne l’ultimo Deja-vu Vienne, erano già stati incisi con i suoi gruppi Mobile e Ronin. In questo frangente Bärtsch si lascia andare alla composizione in assoluta solitudine, confermando le sue doti minimaliste ma non facendo mai mancare certi influssi classici mescolati all’improvvisazione che pare essere elemento imprescindibile della musica contemporanea. In questo disco non c’è jazz, almeno se intendiamo con quel termine l’insieme dei canoni stilistici che abbiamo imparato a conoscere, con le opportune sfumature e i vari distinguo, da un secolo a questa parte. Siamo piuttosto vicini, e questa non è certo una novità per Bärtsch, all’essenzialità sonora di Steve Reich, forse a certe suggestioni di Philipp Glass, talora a qualche onda melodica alla Terry Riley e alla provocazione, ma in tono più timido, dei silenzi di John Cage.

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Ferenc Snétberger, Keller Quartett – Hallgató (Ecm Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

C’è un grande chitarrista ungherese che incide dischi da circa trent’anni ma che resta conosciuto solo da un pubblico assai ristretto. Eppure questo musicista – si tratta di Ferenc Snétberger – transita attraverso i generi musicali con estrema scioltezza, ora cimentandosi con la musica classica, ora col jazz e la musica popolare brasiliana e flamenca. C’è poi anche un quartetto d’archi – il Keller Quartett – anch’esso ungherese e con una trentina d’anni di attività nel mondo della musica classica, che ha in comune con Snétberger l’attitudine alla curiosità e al desiderio di superare certi confini stilistici. Sono sempre più numerosi quei musicisti che, provenendo da mondi differenti, avvertono l’ambizione di confrontarsi con altre geografie artistiche, ma soprattutto desiderano misurarsi con se stessi, valutandosi nei generi più disparati. Gli esempi sono molti, da Friedrich Gulda a Keith Jarrett, da Nigel Kennedy a Chick Corea (ricevo, mentre scrivo, la notizia della sua morte – n.d.r.) e tanti altri ancora. Esistono poi etichette discografiche come ECM sempre pronte ad accogliere ibridazioni d’ogni tipo, purché, evidentemente, di alta qualità compositiva ed esecutiva. La molla che spinge certi artisti ad esporsi contemporaneamente su più fronti penso sia legata alla necessità di trovare nuovi spunti emozionali, di mettersi alla prova volteggiando senza rete, rischiando spesso qualcosa di proprio

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