R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Musica dal profondo Nord. Touch of Time rappresenta la prima volta di questo duo costituito dal norvegese trombettista cinquantacinquenne Arve Henriksen e dall’olandese pianista quarantasettenne Harmen Fraanje. Henriksen è uno dei musicisti più citati in Off Topic, anche se in effetti ci siamo occupati direttamente di lui solo in occasione della partecipazione ad Uma Elmo (2021) – leggi qui – con Jakob Bro alla chitarra e Jorge Rossy alla batteria. Il suo tratto personale nella gestione dello strumento non sta tanto nell’ottenere il caratteristico suono squillante, quanto nel far udire anche il soffio prodotto dal fiato, a volte quasi un mormorio appena percepibile. Lo stile così creato è diventato un riferimento esplicito per altri trombettisti, soprattutto nordici, pensando a Verneri Pohjola e a Jakob Sorensen, ad esempio – vedi qui e qui. Certamente anche Henriksen, a sua volta, deve qualcosa allo statunitense Jon Hassell, pure se il suono di quest’ultimo era infarcito di effetti elettronici che il musicista norvegese utilizza con un po’ più di discrezione. Infatti Henriksen ha una collocazione ideale più acustica, alle volte sembra immettere nella sua tromba nuances che ricordano il suono di un flauto o strumenti esotici come il duduk, addolcendone la sonorità complessiva e arricchendo il tutto di sfumature timbriche dai sapori medio-orientali. L’impressione è che l’artista norvegese abbia de-strutturato il suono della tromba, andando a cogliere non tanto la tipica impronta sonora penetrante dello strumento, ma ponendo più attenzione all’energia che la produce, cioè il respiro. Un ànemos proveniente non solo dai polmoni ma dall’interiorità psichica del musicista che crea note umbratili fluttuanti nell’aria ed un senso rarefatto di distensione. Fraanje è un bravissimo pianista, dall’impronta piuttosto classica – la possiamo avvertire non solo in questo album ma ad esempio nel bell’Avalonia del 2021, uscito a nome di Harmen Fraanje Trio – che ben si adatta alle asciuttezze di Henriksen, offrendo all’equilibrio dei brani un tono intimo e cameristico che si confà apertamente alle intenzioni progettuali dell’album. Un parallelo con un altro pianista, questa volta non nordico ma armeno come Tigran Hamasayan, viene spontaneo soprattutto nei momenti più modali delle composizioni, tenendo presente che anche quest’ultimo musicista ha suonato con Henriksen in Atmospheres del 2016.

Ma qual è il clima che si respira in Touch of Time? L’album è ricco di penombre crepuscolari ma non lo definirei un’opera notturna né apertamente malinconica, anche se indubbiamente, in qualche frangente, la sensazione di fondo sembra sfiorare lo spleen. Riesce comunque a filtrare attraverso le nuvole una luce diffusa, qualche raggio di sole tramontino che attraversa la notte incombente. La musica, già scarna di per sé per l’essenziale presenza di due soli strumenti, a volte si fa dolente e misteriosa o sembra provenire da lontano, i cambiamenti umorali sono cauti e si muovono su fondali moderatamente minimalisti. L’enfasi è centrata sulla bellezza, talora struggente, delle melodie ma anche sulle delicate invenzioni armoniche del piano. I due Autori coabitano un giardino delle meraviglie in cui i suoni, per lo più diradati, talora si addensano in temporanei grumi di colore senza allontanarsi però da una dimensione realistica di fondo. Più che sognare, in questo album, si riflette su sé stessi e ci si avventura interiormente fin dove si può arrivare e magari anche oltre, come in una meditazione che richieda una coscienza desta per giungere nelle zone di confine, quelle più ricche di risposte.

Dopo la prima, caratteristica manciata di secondi silenziosi che precedono l’inizio di ogni album targato ECM, appaiono le note di Melancholia. La musica dei due strumenti si annoda attorno ad un bordone elettronico come i due serpenti del caduceo ermetico, appena dopo un breve approccio solistico di Henriksen. Si lavora su un’armonia modale dagli intensi connotati orientaleggianti, con il soffio sfuggente della tromba e il piano che richiama passaggi al limite dell’unica tonalità di base. C’è qualcosa che mi ricorda la musica di Gurdjeff, un sentire di lontananze nebbiose, la riflessione solipsistica di una meditazione davanti allo specchio, come per ritrovare la pienezza di un’identità perduta. The Beauty of Sundays è un brano di Fraanje. Bastano poche, intense note di piano a introdurre l’atmosfera sospesa e quasi piena di stupore che fa riferimento al titolo suggestivo, con la tromba più flautata che mai che cerca d’interpretare la dimensione introvertita di un ricordo. Forse la ricerca, nelle pieghe della memoria, di qualche domenica vissuta nell’infanzia. Redream si prende tempi lunghi per distendersi in tutto il suo lento sviluppo. Non c’è fretta alcuna, in questa musica. Il piano introduce accordi raccolti su loro stessi, giocati sull’alternanza di tonalità maggiori e minori. La melodia condotta dalla tromba scorre mesta e lineare. Il piano cerca di introdurre qualche coordinata più veloce prima d’intraprendere un percorso di piena improvvisazione, su un rumore elettronico un po’ sordo che prende fiato in sottofondo. I due strumenti si stratificano delicatamente uno sull’altro, le linee curve melodiche si integrano vicendevolmente e sembrano raccontare una storia ripescata da qualche angolo di trasognata rimembranza.

The Dark Light porta con sé un alone misterioso, con la tromba che viene raddoppiata dall’innesto elettronico – forse seguendo un intervallo di terza maggiore – che si perde poi nel silenzio, sostituita dall’incedere pianistico disteso a mezzo tra influenze classiche e suggestioni di Hamasayan. Ci si trova in quella twilight zone in cui l’ultimo barbaglio di luce tiene ancora distante l’oscurità notturna e giunge il momento di farsi domande, quindi What All This Is… L’atmosfera si rischiara, gli accordi sembrano adagiarsi sulle tonalità in maggiore. Si sente che il brano è opera di Fraanje, viene suonato prevalentemente ma non esclusivamente dal piano e si sviluppa per lo più su un apparente giro armonico tra I-VI-IV, ovviamente con qualche opportuna variante. La mano destra spinge all’angolo la tonalità di base – Sol maggiore – mentre l’intervento di Hendriksen, con le sue morbide volute flautate, mantiene sereno il clima promosso da questo brano. Mirror Images s’annuncia con momenti d’inquietudine e di velata tensione. Si presenta con un bordone elettronico e una serie di accordi oscuri che creano architetture insolite. I riflessi allo specchio sono tremolanti, cupi d’incertezza. L’eterotopia di queste immagini sembra quasi invitare a superare la soglia misteriosa che separa la realtà dalla sua speculare riproduzione. Segue la title-track Touch of Time, splendido brano firmato Fraanje. L’assolo di piano è tra le cose migliori di questo album, pieno di appunti puramente jazz e frammentazioni d’impostazione classica. La tromba partecipa alla creazione, attraverso il suo melodico intervento, di un’ipostasi di serenità con colori che virano verso un azzurro-cielo. Winter Haze è un frammento minimale di qualche nota di piano sul solito drone che fa da conduttore, francamente una parentesi a sé che non mi sembra carica di un senso proprio. Maggior inquietudine con Red and Black ma qualità che sale decisamente con una linea di piano molto contemporanea che resta solitaria fino a oltre metà brano, dopodiché interviene Hendriksen che non tradisce l’andamento intenzionale del pianoforte e si propone col suo solito soffio etereo, accompagnando il tutto in un brano che nel suo complesso sembra avvicinarsi di più a Schoenberg. Chiude Passing on the Past, un brano che recupera i connotati fin qui dimostrati, estremamente melodici e tonali e con la tromba che ci porta, grazie alle sue sonorità, nella dolcezza della propria dimensione estetica.

Una musica enigmatica e quasi sussurrata come questa, con la sua cubatura timbrica – una tromba che sembra essere spesso altro da sé, strade melodiche sempre interessanti e confluenti in una scorrevole struttura d’insieme – ha bisogno di un minimo di paziente attenzione perché la comprensione della sua bellezza cresca in modo direttamente proporzionale agli ascolti. Henriksen e Fraanje sono due musicisti aristocratici che attraverso un’opera piena di lirismo hanno dunque realizzato un esaustivo viaggio interiore e non solo, come ci si aspetterebbe, una pura e semplice esperienza musicale.

Tracklist:
01. Melancholia (4:01)
02. The Beauty of Sundays (3:28)
03. Redream (8:47)
04. The Dark Light (4:00)
05. What All This Is (3:52)
06. Mirror Images (2:49)
07. Touch of Time (3:17)
08. Winter Haze (1:12)
09. Red and Black (2:38)
10. Passing on the Past (4:13)

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