C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Odissea di Christopher Nolan è certamente un bel film, ma… Ecco per una volta incominciamo dalla congiunzione avversativa, poiché cercare di trasporre in film un poema epico, comporta non già un rischio generico, ma un quasi certo snaturamento dell’opera. Non nascondo la mia diffidenza verso film tratti da opere letterarie, a maggior ragione se poetiche. Non vorrei ricorrere ancora una volta alla famosa osservazione di André Bazin, ma il cinema credo non sia un mezzo adatto a raccontare al passato remoto e ancora meno a cercare di raccontare l’antichità classica: non ha le doti tecniche per farlo, i suoi mezzi sono tutto il contrario di narrazioni che richiedono precipuamente la lingua scritta e la parola. Le immagini hanno necessariamente un taglio cinematografico, tendono alla spettacolarizzazione e non alla narrazione, i suoni sono elettronici, il ritmo non potrà mai essere quello della scrittura, gli interpreti per quanto truccati non hanno la fisiognomica dei nostri millenari antenati: dentature troppo perfette, troppe mascelle volitive, troppi sguardi in tralice, troppe mossette da attori. E direi che ci si può fermare qui.

Premesso tutto ciò, credo che il film di Christopher Nolan avrebbe potuto essere ancora peggio e invece se la cava più che dignitosamente nel corpo a corpo con uno dei più grandi testi dell’epica. Non starò qui a riassumervi l’Odissea che immagino conosciate tutti o almeno ne abbiate ancora contezza dai ricordi scolastici, ma certamente il poema epico di Omero ha la capacità di affascinare ancora “alla grande”, come si dice oggi, e non ci sono guerre stellari o catastrofi di universi che possano reggere dignitosamente il confronto. Il viaggio di Ulisse, eponimo stesso di tutti i viaggi e di tutti i ritorni, avvinghia lo spettatore come pochi altri e le vicende note e meno note sono di un tale fascino che l’unica cosa che si possa mettere in discussione è come siano state tradotte in immagini e naturalmente qualcosa è riuscito, qualcosa meno. L’impianto generale della narrazione, in particolare da dove ha inizio, e cioè il Palazzo di Itaca dove Penelope tesse la sua infinita tela, è ricostruito in maniera plausibile, così come il perenne banchetto dei Proci ha una sua dignitosa verosimiglianza storica, come le imbarcazioni e le varie fasi del viaggio stesso sono raccontate in maniera realisticamente plausibile.

Le sequenze che attengono alle vicissitudini di Ulisse sono molto diverse tra loro. Ulisse che resiste al canto delle sirene è certamente una delle scene visivamente più riuscite, mentre l’incontro con un Polifemo-Elephant Man, mi sembra un po’ traballante per la ricerca di un realismo non necessario in un’opera epica e mi fa immalinconire pensando alla geniale soluzione adottata da Bob Wilson, nella mai dimenticata Odissey, vista a teatro molti anni fa. Il Cavallo di Troia giacente sulla spiaggia, assomiglia più ad una installazione della Design Week milanese che non al regalo al veleno dei greci ai troiani; contemporaneamente mi sovviene il ricordo malinconico degli incomparabili cavalli de La Montagna di Sale di Mimmo Paladino, ma si sa, non si può avere tutto… Un capitolo a sé sono le battaglie, per esempio la presa di Troia, dove prevale troppo il ritmo cinematografico a scapito di una realistica cronaca visiva di una battaglia di più di tremila anni fa.

Sugli interpreti, come è facile immaginare, alcuni hanno centrato appieno il personaggio, altri meno: Penelope (Anne Hataway) rimane nella norma, anche se continuo facilmente ad immaginarmela in un grattacielo di New York o in un atelier di Parigi, più che non nell’austero palazzo di Itaca, Telemaco un po’ troppo perfettino con la sua faccia da College, il porcaro cieco Eumeo piuttosto credibile, Antinoo puntualmente antipatico come è giusto che sia per un usurpatore, Circe prevedibile e stereotipata, Agamennone un po’ troppo supereroe. E Ulisse-Matt Damon? Beh è evidente che si tratti di un marine prestato all’epica greca, (ma era già successo dopo aver visto il gladiatore-Russell Crowe) ed era prevedibile che il cliché restasse un po’ quello, benché da un regista inglese fosse lecito aspettarsi una caratterizzazione un po’ meno machista. Insomma le tre ore del film vanno via che è un piacere e se proprio non ve la sentite di rimettere mano ai tomoni scolastici, potete andarlo a vedere ma senza farvi troppe illusioni…








Rispondi