R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Per alcuni musicisti l’aspetto ritmico non costituisce solo una componente del linguaggio musicale ma ne diventa addirittura la forma primaria. Richard Spaven, batterista londinese con solida gavetta alle spalle, non usa il suo strumento per accompagnare un’idea già compiuta, ma sembra al contrario concepire l’idea stessa a partire dal movimento, dalla pulsazione, dalla frizione fra accenti e silenzi. Si trova probabilmente in questa forma d’inversione concettuale la ragione per cui la sua musica, pur muovendosi dentro coordinate riconoscibili — jazz, soul, elettronica, hip hop, nu jazz, drum and bass — conserva una fisionomia difficilmente assimilabile a una sola di esse. Light of Day, ottavo album di Spaven, arriva così non tanto come una nuova tappa discografica, quanto come la sintesi di un percorso nel quale molti batteristi, anche lontani dall’ambito jazzistico, hanno da tempo progressivamente smesso di essere soltanto strumentisti di sostegno per diventare molto più partecipi all’architettura generale delle composizioni. Il dubbio, in operazioni di assemblaggio come questa operata da Spaven, nasce dalla considerazione di abitare un territorio scivoloso di per sé, nel quale la contaminazione può facilmente trasformarsi in contrapposizione e il desiderio di oltrepassare i confini rischia di intrappolarsi in una limitante forma di enciclopedismo sonoro.

Spaven evita questo trabocchetto perché non pone semplicemente i diversi generi uno accanto all’altro ma li lascia convivere, li fa interagire, li sottopone a una continua osmosi. Il risultato è un sistema di contrasti nel quale morbidezza e precisione, cerebralità e sensualità, materia elettronica e gesto acustico finiscono lentamente per fondersi ed appartenere così uno all’altro, avvinghiati in un unico organismo. Potremmo azzardarci a definire, quella di Spaven, una musica implosiva, non perché rinunci all’energia, ma perché tende a concentrarla nel proprio nucleo ritmico. Il movimento non procede necessariamente verso l’esplosione ma spesso si ripiega su se stesso, accumula tensione, modifica impercettibilmente il proprio baricentro e ricomincia da un’altra angolazione. In questa prospettiva Spaven è una sorta di mefistofelico artefice che non ha bisogno di esibire il proprio dominio tecnico. Gli basta insinuare una variazione, spostare un accento, sottrarre una battuta, lasciare che un suono compaia qualche istante prima o dopo ciò che l’ascoltatore si aspetterebbe. L’Autore britannico possiede un drumming fantasioso – anche se onestamente non so fin dove arrivi la pura componente acustica – fitto di dettagli e di deviazioni, nel quale le raffinate prodezze ritmiche e i giochi strumentali diventano parte di una stessa trama. La batteria non sovrasta il resto della formazione ma stabilisce invece un campo gravitazionale nel quale pianoforte, sintetizzatori, basso, chitarra, fiati, archi e tastiere possono assumere funzioni sempre diverse. È come se il batterista avesse compreso che, nella musica contemporanea, la leadership non consiste necessariamente nell’occupare il centro, ma nel facilitare la relazione fra tutti gli elementi che la circondano. Ed è proprio qui che entra in gioco Oli Rockberger, il principale co-autore di questo album insieme allo stesso Spaven. Il suo pianoforte e le tastiere non rappresentano un semplice contrappunto armonico alla batteria del leader ma sono parte integrante di tutto il processo compositivo. La sua interazione, ovviamente insieme ai contributi del resto della band, restituisce l’impressione di una formazione nella quale le gerarchie abituali vengono continuamente ridiscusse. Ne deriva un gruppo multidimensionale, capace di trasformare una figura ritmica in superficie armonico-melodica e tutto questo in materia atmosferica. La formazione al fianco di Spaven alla batteria, è composta dal già citato Oli Rockberger al pianoforte e tastiere, Stuart McCallum alla chitarra elettrica, Petter Eldh al basso elettrico (leggi qui), Yves Fernandez al basso e chitarra elettrica, Graeme Blevins al flauto, James Copus al flicorno, Verneri Pohjola e Nils Petter Molvær alla tromba – leggi rispettivamente qui e quiOli Savill alle percussioni, John Metcalf agli archi, e Wildchild alla voce. Light of Day ha la capacità di essere contemporaneo senza assumere la contemporaneità come semplice posa estetica. Spaven conosce perfettamente la tradizione del jazz, ma frequenta altrettanto bene il mondo dei club londinesi, il linguaggio dei breakbeat, la cultura hip hop, l’elettronica e quella particolare sensibilità europea che ha imparato a considerare nella sua lunga esperienza accanto a musicisti come Gregory Porter, Bill Laurance, Alfa Mist, The Cinematic Orchestra, Flying Lotus e Loyle Carner, tra gli altri. Competenza che gli ha permesso di attraversare territori diversi senza perdere la propria riconoscibilità.

L’inizio di Out of the Quiet chiarisce immediatamente le intenzioni. Un disegno pianistico reiterato stabilisce una sorta di cellula originaria, mentre gli altri strumenti entrano gradualmente, senza precipitazione. La chitarra di McCallum amplia lo spazio e la tromba di Verneri Pohjola arriva quando il brano sembra aver già trovato il proprio equilibrio, modificandone invece la prospettiva. È una delle caratteristiche più curiose dell’album, dove gli strumenti non sembrano entrare per aggiungere informazioni, ma per cambiare il significato in corsa di ciò che si sta ascoltando. E quando Pohjola affiora dal tessuto sonoro, si manifesta la disarmante bellezza degli interventi di tromba, capaci di introdurre una componente umana e quasi contemplativa dentro un organismo costruito con precisione geometrica. Distant Signal procede lungo una direttrice più rarefatta. Nils Petter Molvær non cerca il protagonismo da solista, la sua tromba sembra piuttosto provenire da una distanza indefinita, emergendo e scomparendo tra gli accordi di piano e il synth, per addentrarsi poi all’interno del disegno ritmico e strumentale. Qui Spaven dimostra quanto sappia governare il panorama dello spazio sonoro. Il basso di Yves Fernandez offre consistenza alla parte inferiore dello spettro, mentre Rockberger lavora sulle frequenze superiori con una sensibilità che rende l’intero brano sospeso fra jazz europeo, ambient music e memoria nordica. Non una citazione bensì una forma di suggestione, qualcosa che appartiene alla temperatura emotiva più che alla grammatica strettamente musicale.

Con Finders cambia il passo. Preceduto dalla sovrapposizione del flicorno di James Copus – che si immetterà anche più tardi durante il parlato – l’intervento di Wildchild introduce l’hip hop in maniera esplicita, ma non produce quella frattura che sarebbe stato facile attendersi. Al contrario, il rap sembra rivelare una componente già presente nell’identità di Spaven perché il suo modo di trattare la pulsazione possiede da sempre qualcosa che appartiene alla cultura del beat. La collaborazione, apparentemente eccentrica, acquista così una naturalezza quasi inevitabile. È uno dei momenti nei quali emerge con maggiore evidenza la natura delle personalità promiscue che abitano questo progetto: musicisti provenienti da territori differenti, ma accomunati dalla disponibilità a mettere in discussione le proprie coordinate. Poi arriva Let Me Say It for You, e qui l’album raggiunge uno dei suoi vertici. James Copus, con il flicorno, introduce una voce morbida e penetrante che galleggia sopra una costruzione ritmica di grande intensità. La trama armonica sembra distendersi nell’aria mentre Spaven mantiene sotto la superficie la sua pulsazione incessante. Il brano possiede una forza particolare, è jazz contemporaneo nel senso più fertile dell’espressione, quello nel quale non c’è celebrazione della tradizione ma un suo rispettoso, graduale e relativo superamento. La title track, Light of Day, apre invece una finestra inattesa. La chitarra acustica di Stuart McCallum e il flauto di Graeme Blevins introducono una dimensione quasi arcaica, che viene progressivamente ampliata dagli archi di John Metcalfe. Le sonorità sembrano evocare un paesaggio lontano, senza peraltro rischiare di trasformarsi in cartolina etnica. La composizione cresce lentamente, come se la luce evocata dal titolo non fosse soltanto quella del giorno, ma una forma di rivelazione. Un residuo di dolcezza pervade il brano, sfiorando persino qualche atmosfera progressive. In Fine Line, Spaven torna a confrontarsi più direttamente con la propria storia ritmica. Le figure spezzate, le irregolarità metriche e la melodia affidata al flauto di Blevins convivono senza che nulla venga messo in primo piano. È musica che pretende un ascolto attento e ravvicinato. Al primo passaggio, infatti, si coglie il disegno generale e a quelli successivi emergono particolari prima invisibili. Le strutture sovrapposte nascondono infatti melodie cromatiche, piccoli slittamenti armonici e deviazioni metriche che contribuiscono a rendere il brano più profondo di quanto la sua apparente immediatezza lasci supporre. Bunny Bread tende ad abbassare la temperatura e dimostra di essere un’evoluzione del nu jazz. È probabilmente il momento più raccolto del disco, quasi un’interruzione contemplativa all’interno di un percorso dominato dal movimento. Eppure proprio qui la chitarra elettrica di McCallum, soprattutto nella parte conclusiva, dimostra quanto Spaven sappia affidarsi ai propri interlocutori. La batteria non reclama attenzione su di sé ma crea le condizioni perché gli altri possano esporsi. Si sconfina nel lounge ma anche nella pittura gouache, con strumenti musicali al posto dei pennelli. Tilt porta invece una sensuale fisicità al centro della musica. Le figure ritmiche assumono una fisionomia più materica, mentre il flauto di Blevins attraversa il brano con una leggerezza quasi danzante. Il basso di Yves Fernandez e le percussioni di Oli Savill rafforzano una pulsazione che sembra continuamente sul punto di cambiare direzione. È un brano nel quale la complessità non viene percepita come un peso perché il piacere dell’ascolto nasce proprio dalla sensazione che tutto possa sporgersi ed inclinarsi senza perdere l’equilibrio. E infine Magnolia, costruita come una conclusione ampia, a strati sovrapposti, quasi cinematografica. La chitarra di McCallum introduce una vena bluesy dove gli archi di John Metcalfe ampliano progressivamente la prospettiva e Spaven mantiene sotto tutto questo un controllo ritmico discreto ma presente. Il brano sembra raccogliere le diverse anime dell’album e ricondurle a una dimensione comune, più leggera, quasi pop.

Light of Day non dovrebbe essere definito come un album di contaminazione. La parola stessa, tra l’altro, d’incomparabile bruttezza, rischia di essere ormai troppo datata. Qui sarebbe più appropriato parlare di trasformazione. Spaven prende materiali diversi e li sottopone a una medesima logica ritmica, finché le differenze originarie non scompaiono ma acquistano un significato nuovo. Il jazz non viene addomesticato dall’elettronica, l’hip hop non viene semplicemente ospitato, il drum and bass non viene utilizzato come ornamento ma alfine si nota come ogni elemento incida sugli altri modificandoli. Sotto questa elaborata costruzione, permane comunque inaspettatamente un’insondabile malinconia, elementi di tonalità emotiva che affiorano nei momenti più quieti e soprattutto nel rapporto fra la batteria, così concreta e terrena, e le voci strumentali quando sembrano provenire da spazi lontani. I sacerdoti e le vestali della purezza dei generi, pronti a chiedersi se questo sia davvero jazz, o vera elettronica o reale hip hop, fanno parte di un mondo che Light of Day ha già superato. Questo album è jazz perché ne possiede l’istinto per l’interazione e l’improvvisazione, è elettronica perché ragiona per stratificazioni e suggestioni ambientali ed è infine anche hip hop perché non misconosce la realtà odierna. In poche parole è musica contemporanea perché il batterista britannico non costruisce un collage ma bensì un sistema nel quale il groove genera armonia, l’armonia produce spazio e lo spazio restituisce nuovo significato al groove. Per questo Light of Day appare come qualcosa di più di un riuscito esercizio di equilibrio. È impudente nella sua libertà, ma non arrogante, sofisticato ma non elitario, ricercato sì ma profondamente comunicativo. Richard Spaven sembra infatti proporre un novum organum del crossover: non una formula per mescolare generi, ma un metodo per farli maturare e crescere insieme.

Tracklist:
01. Out of the Quiet (5:37)
02. Distant Signal (4:03)
03. Finders (3:49)
04. Let Me Say it For You (4:07)
05. Light of Day (4:06)
06. Fine Line (5:27)
07. Bunny Bread (4:36)
08. Tilt (4:49)
09. Magnolia (4:42)

Photo © Dave Stapleton


Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.

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