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Petter Eldh

Gard Nilssen Acoustic Unity – Elastic Wave (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

La provenienza geografica norvegese non tragga in inganno l’ascoltatore. Occorre dimenticare le coordinate già conosciute in riferimento al discusso “suono scandinavo”, anche se immagino che le suggestioni dell’etichetta ECM, per certi versi portatrice di questa modalità espressiva sbrigativamente chiamata jazz nordico, non aiutino a fare chiarezza. Innanzitutto la formazione, che vede un trio pianoless in questa uscita Elastic Wave, centrato sul titolare Gard Nilssen alla batteria e percussioni, André Roligheten ai sassofoni ed al clarinetto e Petter Eldh al contrabbasso – quest’ultimo già nel recente lavoro di Kit Downes, di cui potrete ritrovare la recensione qui. La Gard Nilssen Acoustic Unity così composta non è una formazione esordiente, avendo già pubblicato tre album, due per la Clean Feed – Firehouse (2015) e il Live in Europe (2017) – e uno per Grappa (!!) Musikkforlag, To Whom Who Buys a Record nel 2019. Bisogna dire che più che un disco incentrato sul batterista Nilssen, Elastic Wave pare una vetrina di lusso per il fiatista Roligheten che nonostante non abbia ancora quarant’anni, più o meno come Nilssen, vanta un ruolino di marcia di collaborazioni ed uscite discografiche di tutto rispetto. L’eclettico sassofonista propone un suono che veleggia tra le parti di un James Brandon Lewis con più nordico distacco e qualcosa che fa sbandare la mia memoria tra Roland Kirk – forse sono rimasto suggestionato dal fatto che anche Roligheten alle volte suona due strumenti contemporaneamente – e il profilo di Eric Dolphy. Ma non trascurerei nemmeno, in alcuni brani, l’impronta del gigante Sonny Rollins. Di Petter Eldh conosciamo già le qualità, espresse nell’ultima uscita discografica accanto a Kit Downes. E dell’ottimo batterista, nonché personaggio chiave di questa Acoustic Unity, cosa dobbiamo dire? A suo incontestabile favore va il merito di concentrarsi sulle numerose frammentazioni ritmiche che impone ai brani del trio, focalizzandosi sull’aspetto tecnico ed espressivo e tralasciando di mettersi troppo in vetrina, sentendosi responsabile della struttura portante che regge le dinamiche del gruppo. Le composizioni dei brani sono distribuite a tutti e tre i musicisti, anche se Nilssen e Roligheten ne sono i maggiori responsabili. Allora, niente mood propriamente nordico in questo disco, ma si evidenzia l’allineamento ad un jazz orientato per lo più in chiave filo-americana. I tre autori non tentano nemmeno un lavoro di parziale cosmesi, rinunciando completamente alle malinconiche atmosfere ECM che conosciamo a riguardo, calandosi a capofitto negli schemi triadici classici sax – basso – batteria con qualche escursione nel free, peraltro mai molto insistita.

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Punkt.Vrt.Plastik – Zurich Concert (Intakt Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Tra i tanti dischi che ricevo dal mio amico e “istigatore a delinquere”, James Cook, ho scelto di scrivere di questo magnifico Zurich Concert dei Punkt.Vrt.Plastik. pubblicato dall’etichetta Intakt Records. Mi ha colpito, ad un primo ascolto, la qualità dell’improvvisazione sperimentale, lenta, non forzata, non estrema, ma raffinata (voce del verbo raffinare), dove gli accordi e le note del pianoforte di Kaja Draskler, sembrano essere una materia in via di levigazione e di consunzione, come accade alla materia scultorea in Alberto Giacometti. Ma poi c’è anche un motivo per così dire esterno alla musica ovvero le appassionate note del grande pianista Alexander Hawkins che ne accompagnano la sua uscita, note illuminanti di chi del piano ha fatto un laboratorio di esperienze e di ricerche senza fine. È fuori discussione che anche in questo concerto zurighese, il protagonista quasi assoluto sia il piano e, se dobbiamo accennare ad una chiave di lettura per accostarsi a questo lavoro, potremmo dire che si tratti della “ripetizione” e della variazione sul tema. In tutti i brani è presente una costante, una piccola frase musicale che viene ripetuta, leggermente modificata, distorta, torturata e infine trasformata, dalla incredibile bravura di Kaja Draskler e dei suoi sodali, ovvero Petter Eldh al contrabbasso e Christian Lillinger alla batteria.

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Kit Downes, Petter Eldh, James Maddren – Vermillion (ECM Records, 2022)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

L’impressione primaria, ascoltando Vermillion di Kit Downes, terzo lavoro per ECM, è quella che si può provare osservando ad occhio nudo un cielo stellato. Tra i silenzi, le distanze siderali, gli ammassi di polvere cosmica e le luminescenze planetarie che appaiono nella volta celeste, pare di avvertire in sottofondo questo strano soundtrack ora appena accennato ora più denso che è la caratteristica del trio Downes, Eldh & Maddren, rispettivamente piano, contrabbasso e batteria. Sembrerebbe a tutti gli effetti un normale trio jazz come ce ne sono a migliaia. Ma parlare appunto di jazz, in questo caso, è quasi un arbitrio. Siamo di fronte ad una modalità contemporanea d’interpretazione di una musica tonale e acustica, senza interventi elettronici, limitatamente sperimentale, tuttavia lontana anni luce da quello che siamo abituati ad ascoltare nelle normali formazioni triadiche. Kit Downes proviene da un’educazione musicale mista, tra influenze classiche, jazz, sinfoniche e cameristiche. I suoi due precedenti album per ECM, Dreamlife of Debris del 2019 ma soprattutto Obsidian del 2017 che lo impegnò su un organo da chiesa a canne, sono, se vogliamo, ancora più proiettati verso una dimensione d’avanguardia rispetto a Vermillion, cosicché quest’ultima prova resta tutt’altro che ostica all’ascolto, immersa in un clima tranquillo e meditativo. Il principio di questa musica è un àpeiron, un indefinito principio di armonie insolite, seminascoste, sempre oscillanti tra spezzoni di melodie e imprevedibili rallentamenti in cui è il dialogo continuo tra i tre strumenti a costruirne lo sviluppo. Come spesso succede nel trio moderno, le gerarchie tra strumenti vengono bypassate in favore di un amalgama che pare costruirsi via via, seguendo probabilmente più da vicino l’improvvisazione che non la scrittura. Una raccolta di ballad, dunque? Anche qui siamo fuori strada. Il tono generale alle volte pare quasi trasognato ma in realtà si tratta di un senso di abbandono ad una certa sensazione d’infinito, lasciandosi trasportare da un sentimento dispersivo, un vagabondaggio per un’ignota Via Lattea interiore, in completa assenza gravitazionale. Oltre al pianista Kit Downers – che rivendica ispirazione dal suo compatriota John Taylor, scomparso nel 2015 – troviamo in questo trio lo svedese Petter Eldh al contrabbasso – che proviene dal trio di Django Bates – e il britannico James Maddren alla batteria, amico di vecchia data dello stesso Downers. In realtà i tre musicisti già avevano pubblicato insieme come gruppo sotto il nome di Enemy nel 2018. Tutte le tracce dell’album sono composte fifty fifty tra Downers ed Eldh, tranne l’ultimo brano che è una rivisitazione – o meglio una completa destrutturazione – di un famoso “hit” di Jimi Hendrix, quel Castles are made of Sands apparso in Axis: bold as Love del 1967.

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