C I N E M A
Articolo di Mario Grella
Non so se l’utilizzo, da parte di Andrea Pallaoro, regista di The Echo Chamber, di un’inedita sceneggiatura di Bernardo Bertolucci del 2018, trascritta da Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi, possa essere considerata un’astuzia oppure un rischio. Guardando il film direi che oltre a confermare che si tratta di un rischio, per la precisione un rischio che si è trasformato in una soporifera certezza. Il risultato è un film inconsistente, inutilmente cupo e noiosissimo. Forse Andrea Pallaoro si era un po’ illuso che si potesse girare un intero film in un appartamento senza essere Bernardo Bertolucci: ebbene non si può. La trama vede un Leo (Luca Marinelli), una sorta di produttore musicale che vive a Londra dove si trova a collaborare con Ava (Susan Sarandon) cantante ritirata dalle scene, ma che lui convince a rimettersi in gioco per un ultimo e assai poco convincente album.

Nella sua vita solitaria fa irruzione Anna (Alicia Vikander) infermiera a domicilio che tenta di curargli un feroce mal di schiena e con la quale finisce, del tutto prevedibilmente, ad instaurare un rapporto sessual-sentimentale oltre che una dipendenza tossica dai farmaci che assume smodatamente. Il poveretto, che non esce mai dall’appartamento londinese, alla prima occasione trova il modo di schiantarsi con l’auto e finire paralizzato ma, così sembra, consolato dall’eterno amore di Anna. L’operazione di riscrittura di una sceneggiatura, per di più di una sceneggiatura di un mostro sacro del cinema mondiale, avrebbe necessitato, probabilmente “riscrittori” meno presuntuosi, meno convinti, forse, che in fondo fosse cosa possibile ricreare atmosfere, esistenze in dialogo tra loro come accade nei film di Bernardo Bertolucci.

Così non è stato e dispiace aver gettato alle ortiche la possibilità di utilizzare una sceneggiatura inedita di Bertolucci, lasciando con l’amaro in bocca gli spettatori, almeno quelli meno transigenti.
A margine non si può proprio non commentare l’imperizia o la sciatteria tecnica di regista e scenografi che ricostruiscono a Roma un improbabilissimo appartamento londinese che di londinese non ha nulla, nemmeno la vista dalla finestra che affaccia su un porticato tipicamente italiano, arredato coi tipici lampioni stradali della città eterna. Siamo al limite del ridicolo, non si capisce cosa avrebbe dovuto vincere al Festival del cinema di Venezia un film come questo…






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