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CINEMA

Elvis – di Baz Luhrmann (USA, 2022)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Per ragioni anagrafiche, lo ricordo imbolsito, Elvis Aaron Presley, se non proprio gonfio, sempre sudato, rinchiuso in quella gabbia dorata che fu per lui l’Intercontinental Hotel di Las Vegas. Lo ricordo nelle fotografie sgranate che comparivano sui quotidiani e da qualche filmato del telegiornale. Ricordo bene anche quando morì a Memphis, il 16 agosto del 1977; avevo sostenuto da poco gli esami di maturità e ho ancora davanti agli occhi il paginone centrale del quotidiano La Repubblica che lo ricordava. Il magnifico film di Baz Luhrmann, in corsa per l’Oscar e in questi giorni nelle sale cinematografiche, mette anche in luce una storia parallela, spesso ignorata, quella del procuratore di Elvis, lo spietato “colonnello” Tom Parker. Una storia senza la quale sarebbe difficile spiegarsi tante cose dell’inventore del rock’n roll. La vita di Elvis, in fondo, è stata molto lineare, anche se ha seguito la prevedibile parabola comune a molte star della musica o del cinema (adesso anche del calcio), parabole fatte di esordi in sordina, fulminanti successi, finali disperati. Il film di Baz Luhrmann è analitico e poetico, circostanziato e simbolico.

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Nostalgia – di Mario Martone (Italia, 2022)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Nel 1983 il grande regista russo Andrej Tarkovskij diresse un film-capolavoro intitolato Nostalghia che raccontava del soggiorno del poeta Adrej Gorčakov nel nostro paese, per scrivere una biografia sul compositore del XVIII secolo, Adreij Sosnovskij. Nessun apparente legame, se non nel titolo, con il magnifico film di Mario Martone, Nostalgia tratto dall’omonimo romanzo di Ermanno Rea (edito nel 2016). Eppure io non sono del tutto convinto che Mario Martone, coltissimo regista cinematografico, ma soprattutto teatrale (e vale la pena ricordarlo), non abbia avuto questo “pensiero proibito”.
Felice (un grande Pierfrancesco Favino), torna a Napoli dopo aver vissuto quarant’anni tra Libano ed Egitto ed essere diventato un imprenditore di successo e ci torna per ritrovare la vecchia madre e per dar alimento alla propria memoria (eviterei di usare “le proprie radici”, espressione ormai svuotata di senso dal logorio dell’uso). Qui le “madeleine” proustiane sanno di “friarielli”, e Combray è Napoli, ma i processi mentali sono ovviamente i medesimi, con il piccolo particolare che non c’è Charles Swann, ma Oreste Spasiano (bravo Tommaso Ragno), camorrista del Rione Sanità (quello della commedia di Eduardo De Filippo, trasposto in film dallo stesso Martone nel 2019).

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Finale a sorpresa – di Mariano Cohn e Gastón Duprat (Spagna, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Finale a sorpresa di Mariano Cohn e Gastón Duprat è un metafilm, un film su di un film. A Lola Cuevas, regista eccentrica interpretata da Penelope Cruz, viene affidata la regia di un film che un miliardario, un po’ megalomane, decide di produrre per essere ricordato dai posteri. La regista scrittura allora due grandi attori, Felix Rivero (interpretato da Antonio Banderas), cliché dell’attore frivolo, con una autostima traboccante e Ivan Torres (interpretato da Oscar Martinez), prototipo dell’attore “impegnato” che considera la professione un po’ come una missione. Prima dell’inizio delle riprese, la regista sottopone i due attori ad una serie di prove di lettura del copione, di recitazione, caratteriali ed anche psicologiche, dalle quali emerge subito un evidente spirito di competizione tra i due, competizione che si trasforma in un finale comico-drammatico, dopo la morte quasi accidentale di Ivan Torres.

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Parigi, 13arr. – di Jacques Audiard (Francia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Raccontare cinematograficamente una città, utilizzando il bianco e nero, è spesso necessario, soprattutto quando la vicenda raccontata è cruda come la realtà urbana e poetica come una storia d’amore. Pare che Jacques Audiard sia rimasto favorevolmente impressionato dal cristallino bianco e nero di Roma di Alfonso Cuaron, dove, guarda caso, anche lì il film era ambientato in un quartiere di una grande città. Ma il rapporto del b/n con il cinema anche in epoca del colore, non è comunque una novità, basti pensare a Manhattan di Woody Allen del 1979 o a Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders del 1987, tanto per fare due nomi da storia del cinema. Ed è la città ad essere raccontata in Les Olympiades (titolo originale), nome con cui è conosciuta una parte del 13° arrondissement parigino, ma che il distributore italiano ha voluto, chissà poi perché, chiamare con il numero dell’intero distretto parigino. Il tredicesimo, non è proprio banlieu, diciamo che è una periferia parigina dignitosamente squallida, ma dello squallore urbano comune nelle grandi aree metropolitane e piuttosto lontana dalla banlieu violenta e truce, vista in La Haine di Kassovitz del 1995.

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Flee – di Jonas Poher Rasmussem (Danimarca, Francia, Svezia, Norvegia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

In questi mesi, ma anche guardando ad un lasso di tempo più ampio, come gli ultimi due o tre anni, capita di imbattersi in film, concerti, libri, mostre, le cui tematiche ruotano attorno a grandi temi politici, ed uso “politico” naturalmente nella sua accezione più nobile. È evidente che attorno al filone delle migrazioni, della censura politica, delle ineguaglianze e dell’ecologia si stia concentrando la produzione culturale di mezzo mondo. Ma è altrettanto evidente, e gli ultimi fatti lo insegnano, che tutto questo non è ancora abbastanza per risvegliare le coscienze, tutte le coscienze. È in questa direzione che va il magnifico film d’animazione Flee diretto da Jonas Poher Rasmussen e candidato a tre Oscar (miglior animazione, miglior film straniero e miglior film), che racconta la storia di Amin Nawabi, giovane accademico danese, costretto a vivere con la presenza del terribile ricordo della sua fuga dall’Afghanistan, in preda alla guerra civile, dopo la ritirata dei russi che lo avevano invaso (tanto per cambiare).

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Belfast – di Kenneth Branagh (Gran Bretagna, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Nonostante i fatti cruenti che sconvolsero l’Irlanda del Nord, tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, i film sull’argomento sono relativamente pochi. Si potrebbero ricordare il bellissimo Nel nome del padre di Jim Sheridan del 1993 (che vinse l’Orso d’oro al Festival di Berlino), Le ceneri di Angelica di Alan Parker del 1999, Bloody Sunday di Paul Greengrass del 2002 e pochissimi altri. Eppure la vicenda dell’Ira e le gesta di Bobby Sands e dei suoi compagni di lotta, occuparono per anni le pagine dei giornali e dei telegiornali e furono il soggetto per centinaia di saggi e libri d’ogni sorta. È anche per questo che saluto con piacere l’uscita nelle sale di Belfast di Kenneth Branagh, indubbiamente un bel film che avrebbe potuto essere bellissimo e sarebbe bastato poco, magari una ricostruzione delle strade di Belfast meno algida e posticcia, magari un’immagine più “sporca”, magari un’accortezza maggiore per la colonna sonora che, benché composta da brani di Van Morrison, sembra un po’ monocorde e prevedibile (perché non pescare anche nell’enorme serbatoio della musica irlandese?).

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Ennio – di Giuseppe Tornatore (Italia, 2022)

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Articolo di Mario Grella

Quando si va al cinema, solitamente, si va per vedere “un” film. Non è così se si va a vedere Ennio, bellissimo film-documentario di Giuseppe Tornatore sulla vita, ma soprattutto sull’opera di Ennio Morricone. In questo caso si va a vedere non solo “un” film, ma una buona parte del cinema italiano dal dopoguerra ad oggi. Questo grazie alla straordinaria figura e, per una volta l’aggettivo non è usato a sproposito, di Ennio Morricone e della sua intensa collaborazione con buona parte dei grandi registi italiani e non solo. Il film di Tornatore indaga a fondo il rapporto tra regista ed autore della colonna sonora, e più in generale sul rapporto musica-film e lo fa attraverso la testimonianza appassionata ed approfondita del grande compositore romano. Morricone ricorda gli albori del suo rapporto con la musica, quando il padre lo costrinse allo studio della tromba che gli consentì di aiutare anche economicamente la famiglia. Dallo studio della tromba, ed in maniera inconsueta, Morricone, sotto l’egida di Goffredo Petrassi, ebbe accesso al corso di composizione del Conservatorio di Santa Cecilia a Roma. Ed è proprio l’intenso rapporto dialettico ed anche il conflitto ideale con Goffredo Petrassi a segnare nell’intimo tutta la sua carriera.

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È stata la mano di Dio – di Paolo Sorrentino (Italia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Non credo sia un caso che due dei più grandi registi italiani viventi, Mario Martone e Paolo Sorrentino, siano nati a Napoli (per la cronaca il terzo, Nanni Moretti, è nato a Roma). Aggiungiamoci che anche uno dei più grandi attori italiani, Toni Servillo, è nato a Napoli e potremmo cominciare ad avere un numero di dati che possono non essere del tutto casuali. Napoli è una città che esprime talenti ed è una città molto cinematografica messa in pericolo da due rischi: la tendenza alla retorica e quella al folklore. È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino, non è un film su Napoli, non è un film su Maradona e forse non è nemmeno solo un film su Paolo Sorrentino, è piuttosto un film sulla dialettica, se posso mutuare un termine hegeliano, e in particolare sulla dialettica della vita dove gioia e dolore (tesi e antitesi), dànno luogo alla consapevolezza (sintesi). E dove, meglio che a Napoli, questi accadimenti possono trovare picchi emozionali estremi nel bene e nel male? Città capace di grandi emozioni, di grandi entusiasmi, di grandi disincanti, di grandi tragedie e di grandi commedie.

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The French Dispatch – di Wes Andreson (USA, 2021)

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Se decidete di andare a vedere The French Dispatch è meglio che vi scordiate Maurizio Porro che come un disco rotto si ostina a non capire o a fingere di non capire che il cinema di Wes Anderson è “altro”. Qualcuno potrebbe anche affermare, a torto o a ragione, che non sia cinema e magari ha pure ragione, ma quello che è certo, è che non si può guardare questo film con il “Mereghetti” tra le mani (ma magari con il “Sadoul” sì), mentre si può guardarlo tranquillamente se si ama il “decor”, se si ama la “bande dessinée” (non per nulla è stato girato ad Angoulême capitale mondiale del fumetto), se si ama quel genere di cinema, che annovera tra le sue fila, gioielli come Delicatessen di Junette e Caro, Il favoloso mondo di Amelie, sempre di Junette ma anche film come Ombre e Nebbie di Woody Allen. È un cinema “pretestuoso” dove le storie, non sono importanti per ciò che raccontano, ma per come vengono raccontate.

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