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CINEMA

Per Lucio – di Pietro Marcello (Italia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Silvia Folatti

– Se non avessi fatto il musicista cosa avresti fatto?
– Non lo so, un lavoro qualunque… L’imbianchino.
– Perché?
– Perché amo i colori. Soprattutto il bianco.
Lucio è così (i due amici che lo ricordano nel film ne parlano al presente perché è come se lui fosse ancora lì con loro: una volta Gianni Morandi disse che si aspettava di vederlo rispuntare da un momento all’altro dicendo di essere stato in Sud America): quando pensi che dica la verità ti spiazza e non sai se ti ha svelato un segreto o ti ha preso bonariamente in giro fin dall’inizio. Il film di Pietro Marcello è un viaggio a ritroso nel tempo che narra la vicenda umana e artistica di Lucio Dalla e un pezzo di Storia del nostro paese, con le trasformazioni fisiche, sociali e culturali dal dopoguerra in poi che si snodano sotto i nostri occhi grazie a un prezioso lavoro di ricostruzione di materiali di archivio, anche inediti, sapientemente modulati in accordo con le canzoni di Lucio e la sua storia personale e pubblica.

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Extraliscio – Punk da balera – di Elisabetta Sgarbi (Italia, 2021)‎

C I N E M A


Articolo di Silvia Folatti

Ma che strano film è questo, che in due ore sfata un pregiudizio lungo una vita e ti fa immergere in un mondo che non avresti mai pensato neanche di sfiorare, che eri convinta avessi rifiutato con cognizione di causa e a cui, ammettiamolo, guardavi con un certo snobismo e tanta presunzione… Un film che ti spiazza fin dalla prima scena, perché sembra l’inizio di un film di Kusturica dal ritmo già trascinante e l’atmosfera un po’ gitana e poi prosegue con citazioni di Kubrick (il bancone del bar in cui si alternano vari fantasmi a cui la voce narrante Ermanno Cavazzoni comincia a chiedere l’immancabile e misterioso cocktail), Wes Anderson, nei colori accesi soprattutto quando i componenti della band si raccontano, Fellini (le nebbie, le atmosfere oniriche), Jarmusch (i fantasmi, le allucinazioni, i contorni sfumati, la poesia), Kaurismaki e i suoi personaggi improbabili e stralunati.

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L’incredibile storia dell’isola delle rose – di Sydney Sibilia (Italia, 2020)‎

C I N E M A


Articolo di Francesca Marchesini

«C’era una volta un ingegnere bolognese che non riusciva a sottostare alle costrizioni della vita. Un giorno, il nostro eroe, decise che voleva essere libero; chiese in prestito una barca al suo amico, figlio di un costruttore navale, e salpò navigando lontano dalle coste romagnole per fondare un suo mondo senza regole in mezzo al mare.»
Raccontando la trama dell’ultimo film scritto e diretto da Sidney Sibilia, risulta istintivo adottare la formula della fiaba. La storia di un uomo che in nome della libertà e dell’amore decide di costituire una nazione indipendente assume i toni del racconto incantato… e poco importa se la storia narrata sul grande  – o meglio piccolo (la distribuzione del film è un’esclusiva Netflix) – schermo non rispecchia del tutto la realtà dei fatti. Il buon esito di questo quarto lungometraggio del regista salernitano, reduce dalla trilogia Smetto quando voglio, sta proprio nell’essere riuscito a ricordare cosa significa sognare e lottare per i propri desideri.

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1917 – di Sam Mendes (Gran Bretagna, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Cosa abbiamo in comune io e Sam Mendes? Alcune cose, per esempio io scrivo di un film girato da lui, cosa credo rilevante per me ma non per lui, ma abbiamo anche in comune anche i racconti della Grande Guerra fatti dai nostri nonni. Gran bella storia quella raccontata nel film 1917, che Mendes ha avuto in eredità dal nonno Alfred, impegnato sul fronte delle Fiandre. Due giovani caporali britannici Schofield (George MacKay) e Blake (Dean-Charles Chapman), vengono incaricati di portare un messaggio, alla prima linea del fronte, che ordina al battaglione Devon di rinunciare ad un attacco già programmato contro i tedeschi, poiché è pronta per loro un’imboscata da parte dell’esercito nemico.

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Jojo Rabbit – di Taika Waititi (Germania, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Per una volta cominciamo dalla colonna sonora. Può un film sul nazismo incominciare con “I want to hold your hand” dei Beatles, comprendere in sé Tom Waits e chiudersi con “Helden”, ovvero la versione tedesca di “Heros” di David Bowie? Sì, può, ma il regista deve essere in odore di genialità e il neozelandese Taika Waititi lo è. “Jojo Rabbit”, tratto dal romanzo “Caging Skies” della scrittrice belga-neozelandese Christine Leunens, racconta in maniera grottesca ed ironica la storia di  Jojo Bletzer, un ragazzino di dieci anni, appartenente alla “Gioventù hitleriana”, che ha la “facoltà”di parlare direttamente con Hitler, come il  Calvin di Bill Watterson parla col la sua tigre Hobbes.

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Sorry we missed you – di Ken Loach (Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Vedere un film di Ken Loach è una sorta di rito. I suoi film hanno, quasi esclusivamente, un solo soggetto: il proletariato urbano inglese. Non stupitevi troppo se uso questo termine “marxiano” (e marxista), Ken Loach resta profondamente marxista, nelle tematiche, nelle poetiche, probabilmente anche nelle aspirazioni. È questa la sua cifra stilistica. Sorry, we missed you è uguale a tutti gli altri suoi film, solo che non ci sono più le miniere del Galles e le “Colliery Bands”, le grandi manifatture, i pubs, ma al loro posto ci sono i lavoratori atipici dei nostri giorni, un corriere con il suo furgone, sua moglie assistente domiciliare e i loro figli con qualche problematica.

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La dea fortuna – di Ferzan Ozpetek (Italia, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Quando vedo Stefano Accorsi a me viene la malinconia; Stefano Accorsi mi sembra un primo cugino di Fabio Volo e un parente alla lontana di Fabio Fazio (personaggi che a loro volta mi mettono molta malinconia, se mi passate la digressione). Posso anche precisare di che malinconia si tratta. È la malinconia per il grande cinema italiano, quello di De Sica, di Rossellini, di Pasolini, di Fellini, di Leone, di Rosi, di Ferreri, di Bertolucci, dei fratelli Taviani, di Scola, di Olmi, di Sorrentino e di pochi altri. E così divento malinconico perché, da allora, il grande cinema italiano è diventato il cinema italiano e basta.

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Parasite – di Bong Joon-ho (Corea del sud, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Scomodando nientemeno che Lao Tse, potremmo ricordare che “L’anello più debole della catena è anche il più forte, perché spezza la catena”. Questa potrebbe essere la chiave di lettura con cui etichettare uno dei pochi film-capolavoro di questa stagione invernale, Parasite del coreano Bong Joo-Ho, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Molti, e intrecciati tra loro, i livelli di lettura del film: il dualismo mondo di sopra-mondo, il dramma psicologico, ma anche la scelta estetico-rappresentativa. Un’opera cinematografica complessa ed articolata tanto da riuscire difficile, se non impossibile, definire il film come “thriller”, “dramma piscologico” o altro.

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La Belle Époque – di Nicolas Bedos (Francia, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Diciamolo subito l’odore della Madeleine proustiana è un modello irraggiungibile e Nicola Bedos, regista de La Belle Époque, ce la mette tutta per trovare una formula che possa portare a termine l’operazione memoria e in parte ci riesce con un’idea originale anche se è un po’ artificiosa. La macchina del tempo si chiama “Time Traveller” ed è una agenzia specializzata nella ricostruzione di ambienti e soprattutto di epoche passate, dove facoltosi “viaggiatori” si fanno proiettare per saziare la loro nostalgia, anzi forse la loro voglia di nostalgia.

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