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CINEMA

Ezio Bosso. Le cose che restano – di Giorgio Verdelli (Italia 2021)

C I N E M A


Articolo di Silvia Folatti

Diavolo di un Bosso. Te lo ritrovi dove meno te lo aspetti e con l’energia decuplicata da quella fame di vita e musica che lo divorava e alimentava insieme, una curiosità insaziabile e multiforme. Tu lo amavi già senza saperlo, per esempio quando avevi visto “Io non ho paura” di Salvatores ed eri rimasta ammaliata dalle musiche originali che guarda caso erano proprio sue, lo sapevate? Sapevate che Ezio Bosso nasce come contrabbassista di grande talento e tecnica e solo dopo l’insorgere della malattia degenerativa, sapendo cosa lo aspetta, si reinventa direttore d’orchestra e pianista, conquistando pubblico, critica e colleghi del calibro di Geoff Westley, il quale ne parla in maniera entusiasta e con una stima incondizionata? Sapevate che Ezio ha collaborato con attori come Silvio Orlando e ha perfino prestato la sua arte a un pezzo rap sulla camorra, “Il cappotto di legno”, il cui video andato in onda su MTV quando uscì fece il pieno di visualizzazioni e che contava la partecipazione di Saviano? Una ne faceva e mille ne pensava, il dolce, vulcanico, poliedrico, eccentrico e autoironico musicista e compositore. Sì, perché anche e soprattutto questo era il nostro, un fine, originale compositore che addirittura “ricomponeva” le sinfonie dei grandi del passato suonandole in maniera assolutamente inedita e sorprendente, come “Al chiaro di luna” di Beethoven che interpretava con una lentezza mai sperimentata prima per farne gustare ogni minimo dettaglio e prolungarne l’emozione e l’incanto.

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Oasis Knebworth 1996 – di Jake Scott (Gran Bretagna, 2021)

C I N E M A


Articolo di Silvia Folatti

Non è un film sugli Oasis e sulle vicende turbolente dei fratelli Gallagher. È un docufilm su quel grande rito collettivo che noi tutti ricordiamo bene e che ci manca da morire: il concerto, non in teatro o all’aperto seduti col distanziamento ma quello col bagno di folla, il sudore, gli spintoni, la fatica ma insieme la magia, l’adrenalina, la passione, il piacere puro e la gioia assoluta di condividere all’unisono un’emozione, un sogno, un’armonia fugace e proprio per questo perfetta. Sul palco ragazzi o ex ragazzi come noi che per scommessa, cocciutaggine, ribellione e un pizzico di fortuna ce l’hanno fatta ma che senza il vero talento, coltivato con coraggio e convinzione suonerebbero ancora in qualche club indie rock di Manchester e dintorni.
Ma loro no, negli anni ’90 in pochissimo tempo sono assurti da band promettente a gruppo cult più acclamato del Regno Unito e non solo, polverizzando il successo e oscurando il prestigio di altre band consolidate e adorate da schiere di adolescenti e giovani amanti del Brit-pop.

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Per Lucio – di Pietro Marcello (Italia, 2021)

C I N E M A


Articolo di Silvia Folatti

– Se non avessi fatto il musicista cosa avresti fatto?
– Non lo so, un lavoro qualunque… L’imbianchino.
– Perché?
– Perché amo i colori. Soprattutto il bianco.
Lucio è così (i due amici che lo ricordano nel film ne parlano al presente perché è come se lui fosse ancora lì con loro: una volta Gianni Morandi disse che si aspettava di vederlo rispuntare da un momento all’altro dicendo di essere stato in Sud America): quando pensi che dica la verità ti spiazza e non sai se ti ha svelato un segreto o ti ha preso bonariamente in giro fin dall’inizio. Il film di Pietro Marcello è un viaggio a ritroso nel tempo che narra la vicenda umana e artistica di Lucio Dalla e un pezzo di Storia del nostro paese, con le trasformazioni fisiche, sociali e culturali dal dopoguerra in poi che si snodano sotto i nostri occhi grazie a un prezioso lavoro di ricostruzione di materiali di archivio, anche inediti, sapientemente modulati in accordo con le canzoni di Lucio e la sua storia personale e pubblica.

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Extraliscio – Punk da balera – di Elisabetta Sgarbi (Italia, 2021)‎

C I N E M A


Articolo di Silvia Folatti

Ma che strano film è questo, che in due ore sfata un pregiudizio lungo una vita e ti fa immergere in un mondo che non avresti mai pensato neanche di sfiorare, che eri convinta avessi rifiutato con cognizione di causa e a cui, ammettiamolo, guardavi con un certo snobismo e tanta presunzione… Un film che ti spiazza fin dalla prima scena, perché sembra l’inizio di un film di Kusturica dal ritmo già trascinante e l’atmosfera un po’ gitana e poi prosegue con citazioni di Kubrick (il bancone del bar in cui si alternano vari fantasmi a cui la voce narrante Ermanno Cavazzoni comincia a chiedere l’immancabile e misterioso cocktail), Wes Anderson, nei colori accesi soprattutto quando i componenti della band si raccontano, Fellini (le nebbie, le atmosfere oniriche), Jarmusch (i fantasmi, le allucinazioni, i contorni sfumati, la poesia), Kaurismaki e i suoi personaggi improbabili e stralunati.

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L’incredibile storia dell’isola delle rose – di Sydney Sibilia (Italia, 2020)‎

C I N E M A


Articolo di Francesca Marchesini

«C’era una volta un ingegnere bolognese che non riusciva a sottostare alle costrizioni della vita. Un giorno, il nostro eroe, decise che voleva essere libero; chiese in prestito una barca al suo amico, figlio di un costruttore navale, e salpò navigando lontano dalle coste romagnole per fondare un suo mondo senza regole in mezzo al mare.»
Raccontando la trama dell’ultimo film scritto e diretto da Sidney Sibilia, risulta istintivo adottare la formula della fiaba. La storia di un uomo che in nome della libertà e dell’amore decide di costituire una nazione indipendente assume i toni del racconto incantato… e poco importa se la storia narrata sul grande  – o meglio piccolo (la distribuzione del film è un’esclusiva Netflix) – schermo non rispecchia del tutto la realtà dei fatti. Il buon esito di questo quarto lungometraggio del regista salernitano, reduce dalla trilogia Smetto quando voglio, sta proprio nell’essere riuscito a ricordare cosa significa sognare e lottare per i propri desideri.

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1917 – di Sam Mendes (Gran Bretagna, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Cosa abbiamo in comune io e Sam Mendes? Alcune cose, per esempio io scrivo di un film girato da lui, cosa credo rilevante per me ma non per lui, ma abbiamo anche in comune anche i racconti della Grande Guerra fatti dai nostri nonni. Gran bella storia quella raccontata nel film 1917, che Mendes ha avuto in eredità dal nonno Alfred, impegnato sul fronte delle Fiandre. Due giovani caporali britannici Schofield (George MacKay) e Blake (Dean-Charles Chapman), vengono incaricati di portare un messaggio, alla prima linea del fronte, che ordina al battaglione Devon di rinunciare ad un attacco già programmato contro i tedeschi, poiché è pronta per loro un’imboscata da parte dell’esercito nemico.

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Jojo Rabbit – di Taika Waititi (Germania, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Per una volta cominciamo dalla colonna sonora. Può un film sul nazismo incominciare con “I want to hold your hand” dei Beatles, comprendere in sé Tom Waits e chiudersi con “Helden”, ovvero la versione tedesca di “Heros” di David Bowie? Sì, può, ma il regista deve essere in odore di genialità e il neozelandese Taika Waititi lo è. “Jojo Rabbit”, tratto dal romanzo “Caging Skies” della scrittrice belga-neozelandese Christine Leunens, racconta in maniera grottesca ed ironica la storia di  Jojo Bletzer, un ragazzino di dieci anni, appartenente alla “Gioventù hitleriana”, che ha la “facoltà”di parlare direttamente con Hitler, come il  Calvin di Bill Watterson parla col la sua tigre Hobbes.

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Sorry we missed you – di Ken Loach (Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Vedere un film di Ken Loach è una sorta di rito. I suoi film hanno, quasi esclusivamente, un solo soggetto: il proletariato urbano inglese. Non stupitevi troppo se uso questo termine “marxiano” (e marxista), Ken Loach resta profondamente marxista, nelle tematiche, nelle poetiche, probabilmente anche nelle aspirazioni. È questa la sua cifra stilistica. Sorry, we missed you è uguale a tutti gli altri suoi film, solo che non ci sono più le miniere del Galles e le “Colliery Bands”, le grandi manifatture, i pubs, ma al loro posto ci sono i lavoratori atipici dei nostri giorni, un corriere con il suo furgone, sua moglie assistente domiciliare e i loro figli con qualche problematica.

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La dea fortuna – di Ferzan Ozpetek (Italia, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Quando vedo Stefano Accorsi a me viene la malinconia; Stefano Accorsi mi sembra un primo cugino di Fabio Volo e un parente alla lontana di Fabio Fazio (personaggi che a loro volta mi mettono molta malinconia, se mi passate la digressione). Posso anche precisare di che malinconia si tratta. È la malinconia per il grande cinema italiano, quello di De Sica, di Rossellini, di Pasolini, di Fellini, di Leone, di Rosi, di Ferreri, di Bertolucci, dei fratelli Taviani, di Scola, di Olmi, di Sorrentino e di pochi altri. E così divento malinconico perché, da allora, il grande cinema italiano è diventato il cinema italiano e basta.

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