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CINEMA

1917 – di Sam Mendes (Gran Bretagna, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Cosa abbiamo in comune io e Sam Mendes? Alcune cose, per esempio io scrivo di un film girato da lui, cosa credo rilevante per me ma non per lui, ma abbiamo anche in comune anche i racconti della Grande Guerra fatti dai nostri nonni. Gran bella storia quella raccontata nel film 1917, che Mendes ha avuto in eredità dal nonno Alfred, impegnato sul fronte delle Fiandre. Due giovani caporali britannici Schofield (George MacKay) e Blake (Dean-Charles Chapman), vengono incaricati di portare un messaggio, alla prima linea del fronte, che ordina al battaglione Devon di rinunciare ad un attacco già programmato contro i tedeschi, poiché è pronta per loro un’imboscata da parte dell’esercito nemico.

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Jojo Rabbit – di Taika Waititi (Germania, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Per una volta cominciamo dalla colonna sonora. Può un film sul nazismo incominciare con “I want to hold your hand” dei Beatles, comprendere in sé Tom Waits e chiudersi con “Helden”, ovvero la versione tedesca di “Heros” di David Bowie? Sì, può, ma il regista deve essere in odore di genialità e il neozelandese Taika Waititi lo è. “Jojo Rabbit”, tratto dal romanzo “Caging Skies” della scrittrice belga-neozelandese Christine Leunens, racconta in maniera grottesca ed ironica la storia di  Jojo Bletzer, un ragazzino di dieci anni, appartenente alla “Gioventù hitleriana”, che ha la “facoltà”di parlare direttamente con Hitler, come il  Calvin di Bill Watterson parla col la sua tigre Hobbes.

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Sorry we missed you – di Ken Loach (Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Vedere un film di Ken Loach è una sorta di rito. I suoi film hanno, quasi esclusivamente, un solo soggetto: il proletariato urbano inglese. Non stupitevi troppo se uso questo termine “marxiano” (e marxista), Ken Loach resta profondamente marxista, nelle tematiche, nelle poetiche, probabilmente anche nelle aspirazioni. È questa la sua cifra stilistica. Sorry, we missed you è uguale a tutti gli altri suoi film, solo che non ci sono più le miniere del Galles e le “Colliery Bands”, le grandi manifatture, i pubs, ma al loro posto ci sono i lavoratori atipici dei nostri giorni, un corriere con il suo furgone, sua moglie assistente domiciliare e i loro figli con qualche problematica.

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La dea fortuna – di Ferzan Ozpetek (Italia, 2019)‎

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Articolo di Mario Grella

Quando vedo Stefano Accorsi a me viene la malinconia; Stefano Accorsi mi sembra un primo cugino di Fabio Volo e un parente alla lontana di Fabio Fazio (personaggi che a loro volta mi mettono molta malinconia, se mi passate la digressione). Posso anche precisare di che malinconia si tratta. È la malinconia per il grande cinema italiano, quello di De Sica, di Rossellini, di Pasolini, di Fellini, di Leone, di Rosi, di Ferreri, di Bertolucci, dei fratelli Taviani, di Scola, di Olmi, di Sorrentino e di pochi altri. E così divento malinconico perché, da allora, il grande cinema italiano è diventato il cinema italiano e basta.

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Parasite – di Bong Joon-ho (Corea del sud, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Scomodando nientemeno che Lao Tse, potremmo ricordare che “L’anello più debole della catena è anche il più forte, perché spezza la catena”. Questa potrebbe essere la chiave di lettura con cui etichettare uno dei pochi film-capolavoro di questa stagione invernale, Parasite del coreano Bong Joo-Ho, vincitore della Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Molti, e intrecciati tra loro, i livelli di lettura del film: il dualismo mondo di sopra-mondo, il dramma psicologico, ma anche la scelta estetico-rappresentativa. Un’opera cinematografica complessa ed articolata tanto da riuscire difficile, se non impossibile, definire il film come “thriller”, “dramma piscologico” o altro.

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La Belle Époque – di Nicolas Bedos (Francia, 2019)‎

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Articolo di Mario Grella

Diciamolo subito l’odore della Madeleine proustiana è un modello irraggiungibile e Nicola Bedos, regista de La Belle Époque, ce la mette tutta per trovare una formula che possa portare a termine l’operazione memoria e in parte ci riesce con un’idea originale anche se è un po’ artificiosa. La macchina del tempo si chiama “Time Traveller” ed è una agenzia specializzata nella ricostruzione di ambienti e soprattutto di epoche passate, dove facoltosi “viaggiatori” si fanno proiettare per saziare la loro nostalgia, anzi forse la loro voglia di nostalgia.

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Un giorno di pioggia a New York – di Woody Allen (Usa, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Non c’è niente di più poetico di “Un giorno di pioggia a New York”, ma c’è anche qualcosa di molto, molto malinconico come il fantasma di Woody Allen.
Gatsby è un giovane newyorkese, intellettuale e tormentato (poteva essere altrimenti?) e Ashleigh è una texana, sua collega di studi, che scrive per il giornale dell’Università. Li unisce un legame sentimentale non del tutto risolto, ma questo è irrilevante, come sono del tutto irrilevanti le altre storie che si intrecciano: quella di un regista impegnato e semi alcolizzato al quale Ashleigh chiede un intervista per il giornale, motivo per il quale Ashleigh e Gatsby decidono di passare un weekend a New York.

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L’ufficiale e la spia – di Roman Polanski (Usa, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Evidentemente, il distributore italiano di “J’accuse” ha pensato che il pubblico italiano fosse troppo ignorante per capire che il titolo in francese del film, facesse riferimento agli sviluppi di una delle più famose vicende della storia moderna, “l’Affaire Dreyfus”, e al celeberrimo atto di accusa di uno dei più importanti scrittori francese dell’Ottocento, Emile Zola. E così ha pensato bene di trasformare un titolo, che non avrebbe avuto bisogno di nessuna spiegazione, in un patetico “L’ufficiale e la spia”.

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Joker – di Todd Phillips (Usa, 2019)‎

C I N E M A


Articolo di Mario Grella

Che i clown non fossero tutto quel pozzo di allegria che invece sembrano essere era cosa risaputa; spesso il clown lascia trasparire quel velo di malinconia che lo rende più vero, più vicino a noi. Ma che i clown potessero diventare tanto cattivi e tanto motivati nella loro cattiveria, lo si scopre solo vedendo Joker di Todd Phillips. Del resto anche il nemico giurato di Batman non era uno stinco di santo, ma a Todd Phillips riesce anche l’impossibile, cioè far diventare Joker un personaggio, non solo realistico, ma quasi reale.  

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