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Claudia Losini

Bright Eyes – Down in the Weeds, Where the World Once Was (Dead Oceans, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Nel 2005 ascoltai per la prima volta I’m wide awake, it’s morning. Scoprii quel disco per caso, e mi innamorai della voce di Conor Oberst. Un colpo di fulmine. Non avevo mai ascoltato folk, ma quelle canzoni, tutte, a distanza di 15 anni ancora mi fanno bruciare gli occhi a causa delle lacrime trattenute. Questo perché Conor Oberst ha un dono particolare, che è quello di raccontare esperienze terribili, ma quasi come se fossero canzoni della buonanotte.

Down in the weeds, where the world once was per me si lega direttamente alla prima canzone di quel disco del 2005 At the bottom of everything: quando tocchi il fondo, devi trovare qualcosa che ti dia la forza di risalire. Per continuare e farsi forza. “I think about how much people need – what they need right now is to feel like there’s something to look forward to. We have to hold on. We have to hold on.”

Lucio Corsi @ Auditorium Horszowski, Monforte D’Alba (Cn), 01 agosto 2020

L I V E – R E P O R T


Articolo di Claudia Losini, immagini sonore di Flavio Amelotti

Quando per la prima volta ho sentito Frecciabianca di Lucio Corsi, con quel riff di chitarra psichedelica ad aprire la canzone, ho pensato “Finalmente non il solito cantautore”. Lucio Corsi, classe 1993, che ancora si domanda cosa farà da grande, e ancora non sa che grande lo sta già diventando.
Nella cornice suggestiva dell’anfiteatro Horszowski di Monforte d’Alba, Lucio si presenta sul palco seguito dalla sua band. Lui, come sempre, dall’elegante presenza d’altri tempi, indossando una camicia con volant e scarpe silver glitterate, i capelli lunghi sciolti. In effetti a primo acchito potrebbe sembrare un modello (e ricordiamo che ha anche sfilato sulla passerella di Gucci), o un glam rocker degli anni 70. E in effetti l’attitudine glam rock c’è, e si sente fin dal primo attacco.

Structure – Mindscore (Autoprodotto, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Stefano Giovannardi, già autore di numerosi progetti di cui vi abbiamo parlato in precedenza (due, Alex Cremonesi, Cesare Malfatti), stavolta propone un disco totalmente autoprodotto, sotto lo pseudonimo di Structure: sua la musica, i testi, le voci, gli strumenti e il mix.

Ph Giovanni Salinardi

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Le Marina – Libera (The Sound Of Everything, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

Libera, pubblicato per l’etichetta inglese The sound of everything è l’ep di esordio di Le Marina, compositrice e cantautrice toscana, che ha vissuto per 10 anni a Londra. La sua narrazione è secca e profonda: l’ep chiede all’ascoltatore di addentrarsi nell’animo dell’autrice, in un costante dialogo tra io e ego, alla scoperta di ogni sfaccettatura che compone la sua persona. Non ci sono fronzoli in questa produzione, non è una pillola per edulcorare la solitudine o perdersi in un sogno. È l’incontro con una realtà, con il disagio di sentirsi soli, con la depressione e l’ansia, raccontate attraverso l’unico modo possibile per esprimersi, la musica, per poter finalmente trovare quella sensazione di libertà.

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Populous – W (Wonderwheel Recordings, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

Un manifesto di libertà e un inno alla donna. W, come “Women”, fin dalla copertina, realizzata dall’artista queer berlinese Nicola Napoli, è un omaggio alla femminilità, espressa senza distinzioni e limiti di genere. Dentro, tutte le artiste che hanno influenzato la vita di Populous, da Grace Jones a Ru Paul, da Missy Elliot a Loredana Bertè. Ed è per questo che sceglie di collaborare con artiste e amiche per ogni brano dell’album: Sobrenadar, Kaleema, Sotomayor, Emmanuelle, Barda, Weste, Cuushe e le italiane M¥SS KETA, L I M, Matilde Davoli e Lucia Manca sono le sacerdotesse che ci accompagnano in un rito di iniziazione dove la donna si trasforma in una nuova divinità neopagana, in grado di guidare l’umanità nel futuro.

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Subsonica – Mentale Strumentale (Sony Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Il sovraffollamento dei social in questi 60 giorni di lockdown ha portato gli artisti a confrontarsi con all’annosa questione: pubblicare nuovo materiale o non pubblicare? A fronte dell’impossibilità, spesso, di potersi trovare in studio a registrare materiale nuovo, c’è chi si è riversato su IG con dirette quotidiane, c’è chi, come Nick Cave, ha dichiarato di “farsi da parte e usare questa opportunità e riflettere su quale esattamente sia la nostra funzione” (frase poi prontamente ritrattata con un live streaming di brani per 24 ore su YouTube), c’è chi invece, come i fratelli Gallagher, ha aperto i cassetti impolverati del materiale mai pubblicato.
Anche i Subsonica hanno colto questa occasione per rivangare materiale inedito e pubblicare un disco strumentale, scritto nel 2004, poco dopo la pubblicazione di “Controllo del livello di rombo”.

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Laura Marling – Song For Our Daughter (Partisan/Chrysalis, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Claudia Losini

La prima volta che ho sentito Laura Marling era nel disco dei Noah And The Whale, una band indie folk inglese, che nel 2008, con Peaceful, The World Lays Me Down mi aveva conquistata per le sue melodie scanzonate ma malinconiche. Nel 2008 pubblica anche il suo primo disco solista Alas I Cannot Swim, facendosi subito riconoscere per la delicatezza della sua voce e cominciando una carriera solista folk che la porta a vincere ben due premi nel 2011: l’NME come Best solo Artist e il Brit Award come British female solo artist. Poco conosciuta in Italia, dove il genere di certo non spopola, Laura Marling è al suo settimo disco.


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The Strokes – The New Abnormal (RCA, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Se guardiamo alla storia degli Strokes, ormai ventennale, possiamo definirla come una montagna russa, iniziata saltando in vetta nel 2001 con This is it, per poi precipitare nel dimenticatoio delle “band dei primi 2000”.
Il gruppo inglese ha effettivamente lasciato un segno importante nella musica di inizio millennio, e con ben due dischi, Room on Fire e First Impression of Earth, usciti nel 2003 e 2006, sono entrati di diritto nella classifica delle band più influenti del panorama musicale mondiale. Quella degli Strokes era una musica sporca, trascinata da un leader bello e dannato quanto basta per avere quel tono snob in ogni canzone che non fosse urlata. Erano i ricchi con il giubbotto di pelle, erano la New York bene che si spaccava di droghe e si circondava di ragazze bellissime.

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Four Tet – Sixteen Oceans (Text Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Claudia Losini

Kieran Hebden, in arte Four Tet, inaugura questo strano 2020 con un disco che fa capo a tutte le sue produzioni degli ultimi dieci anni. Sixteen Oceans è un richiamo alle melodie di There Is Love In You, disco del 2010 che l’aveva incoronato padrone di quella elettronica che si allontanava dal concetto di musica esclusiva per club, per arrivare dentro la propria
stanza e giocare con ritmi indiani, folktronici e intimi.

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