L I V E – R E P O R T


Articolo di Claudia Losini,

Un artista, o una band, ha tre possibilità, quando si approccia a un live avendo una carriera trentennale alle spalle: può scegliere di fare i nuovi successi, se ha un disco pubblicato da poco, e qualche chicca dal passato; può decidere di amalgamare vecchie hit e novità in un equilibrato bilanciamento; può decidere di andare in modalità full Amarcord e suonare le canzoni che il pubblico si aspetta, e qualche nuova hit. I Placebo al Sonic Park, nella cornice della Palazzina di Caccia di Stupinigi, hanno optato per l’opzione 1.

Bisogna innanzitutto dire che se eri un fan dei Placebo agli inizi del 2000, dovevi incrociare le dita e sperare che Brian Molko e soci terminassero quantomeno il live, e non se ne andassero dopo 15 minuti dal palco (come successe a Milano) o che riuscissero a suonare decentemente. La stessa cosa che succedeva anche coi Red Hot Chili Peppers, per fare un paragone. Gli inizi ’00 sono stati un periodo arduo, per i fan della musica. Fortunatamente sono passati 20 anni, siamo tutti diventati adulti, e le possibilità che un live dei Placebo sia anche bello da sentire sono diventate altissime. Difatti così è stato.

photo credits Matteo Bosonetto per Fondazione Reverse

L’unica pecca, se vogliamo, è stata proprio la scelta della scaletta, che ha privilegiato brani nuovi e pezzi vecchi ma “meno” conosciuti come Infra-red. Le uniche hit d’annata del gruppo suonate dal vivo in questa data sono state infatti Slave to the wage, se vogliamo includerla anche Song to say goodbye e Running up that hill, brano di chiusura del live e una delle più belle cover mai realizzate di Kate Bush. Ho apprezzato la cover di Shout, con cui hanno aperto la sezione di bis, e anche il fatto che abbiano volutamente scelto di dare spazio ai dischi post 2008, se vogliamo così dire: For what it’s worth è un pezzo che ha molto tiro suonato dal vivo, così come Beautiful James. Ma mi sono dovuta trovare d’accordo con una ragazza che, a un certo punto, ha urlato “Sì, ma adesso fatene una che conosciamo”. Suppongo intendesse che conosciamo anche noi fan di vecchia data, che vi hanno amato agli inizi e poi perso di vista: ritroviamoci, urliamo insieme Pure Morning, per favore. Purtroppo, non è andata così, e la differenza tra i fan di vecchia e nuova generazione forse si è sentita un po’ troppo.

Ma, più della musica, quello che mi ha colpito ieri sera dei Placebo sono state le dichiarazioni, anche molto forti, di Brian Molko sul palco. Una esplicitamente contro il nostro governo: un grido di vaffanculo e di protesta che non penso di aver sentito da nessuna band italiana, almeno fino a ora, ma che è necessario. Perché ci tiene a rivendicare i diritti di tutte le persone, e, prima di cantare The bitter end, ha preso un minuto per salutare le persone non-binary e trans presenti al concerto, dicendo “because we are not just like you, we are you”. Dove quel “we are you” ha un peso e un significato importantissimi, Molko è sempre stato dichiaratamente bisessuale e mai gli è importato di sembrare “uomo o donna”. Per me Molko nella sua -ai tempi chiamata- “ambiguità”, (ricordate il video di Pure Morning del 1998?) è sempre stato espressione di libertà, e di eterea bellezza, e stendardo di una identità fluida in anni in cui l’omosessualità era ancora demonizzata dall’aids e in tv passavano soltanto corpi maschili o femminili stereotipati in una perfezione inarrivabile.

E il fatto che lui su un palco in Italia, Paese dove un mese fa a Padova sono stati tolti diritti a famiglie omogenitoriali, dove la discriminazione di identità e orientamento sessuali sono non solo appoggiate, ma promosse dal governo, dove ancora si cronometra una palpata a una minorenne(!!) per dire che non c’è stata violenza, dove le persone trans e non-binary vengono pestate e offese quotidianamente, ecco, sentire dichiarare che “we have to protect our trans children”, è qualcosa che ti smuove dentro. I Placebo hanno basato la loro carriera sul parlare di identità e orientamento nelle loro canzoni, per creare una realtà più inclusiva; quindi, voi pensate che il pubblico sia necessariamente d’accordo con questo pensiero: invece no. Accanto a me ben 3 persone, all’urlo contro l’attuale governo italiano, si sono indignate e hanno protestato, due se ne sono andate. Per dirvi che siamo tutti in una bolla, ma quando ci sono gruppi che prendono trasversalmente più bolle, il risultato non è mai scontato. Urlare e difendere i diritti di tutte le persone dovrebbe essere una prerogativa di tutti, soprattutto di tutti gli artisti che hanno un palco e una cassa di risonanza. Soprattutto in Italia. Soprattutto oggi, anno domini 2023 (e non 1998).

photo credits Matteo Bosonetto per Fondazione Reverse


Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere