L I V E – R E P O R T


Articolo di Claudia Losini, immagini sonore di Nat Cole

Il lunedì dopo il TOdays è il lunedì dell’anno. TOdays, non dovrebbe finire mai.

È sempre con quel pizzico di malinconia, che salutiamo la chiusura del festival che segna, inevitabilmente, la fine della stagione estiva e delle relative riflessioni, quest’anno ancor di più, sui “grandi eventi” e sui “festival italiani”. Sarà perché questo è il primo, vero anno di rientro dalla chiusura e dal covid, o forse perché le persone sono state più attente e hanno sviluppato una maggiore coscienza di esperienza rispetto al denaro investito per concerti, ma il 2023 è l’anno in cui tanti, tantissimi, si sono resi conto di quanto sia importante vivere bene l’esperienza di un live.
Anche io mi sono chiesta svariate volte perché ritorno, perché attendo trepidante tutto l’anno che arrivi la fine dell’estate, esattamente come attendo trepidante il suo inizio con il Primavera Sound. E quest’anno l’ho chiesto anche alle persone che erano presenti sotto palco: perché sei qui? A volte non ho dovuto chiedere, molto più spesso erano le persone stesse a esclamare il loro entusiasmo.
In un momento storico dove noi più che persone veniamo trattare come “atm da cui prelevare il più possibile” (come aveva commentato una persona), trovare un luogo dove ancora al primo posto si mette la persona e il benessere non è cosa facile.
E in questo il TOdays Festival, con i suoi pregi e i suoi, seppur piccoli, difetti, è da considerare come una eccellenza italiana.

A partire dalla line up: contemporanea, distintiva, con una forte anima e ricerca di altissimi standard. Che significa anche “non abbassare la qualità per fare sold out”, come mi è stato detto da una persona secondo la quale sarebbe d’uopo far scendere il livello e chiamare più band italiane, per richiamare un pubblico generalista, ma che ti assicura incassi facili.
Non è questa e non è mai stata questa la natura del festival torinese, che, al netto di headliner internazionali famosissimi come Wilco o Christine and the Queens, propone di fare quel lavoro di sforzo da parte del pubblico di scoperta, e di stupore.

Il maggior punto di forza è proprio questo: la quasi totalità del pubblico partecipa ogni anno, innamorandosi dell’atmosfera e del cartellone, e tornando l’anno successivo comprando i biglietti a scatola chiusa.
La cosa che mi sono sentita ripetere più spesso durante questi tre giorni è stata: “Ma questo posto è incredibile, si sta benissimo!” “Non ero mai venut*, non vedo l’ora di tornare.”


Si torna sulla fiducia, perché si sa che si sta bene e si possono vedere e sentire i live comodamente e, se capita, anche scambiare chiacchiere e foto con le band, che per prime si mescolano tra il pubblico. Tutte le persone alla loro prima edizione hanno dichiarato che torneranno, che si sono innamorate del posto, di quel “non so che”, che si respira nell’aria.
Quel “non so che” sono le persone, proprio così. Si può dire che il più grande risultato raggiunto dal TOdays sia stato quello di creare una community, e uso questo termine bruttino usato per indicare numeri virtuali per parlare di una comunità reale, composta da un pubblico fedele ed entusiasta, dove tutti i partecipanti sono accomunati da una forte passione, quella per la musica.

Pare scontato ma non è così, e si dovrebbe aprire un capitolo enorme su quel “pubblico generalista” che ti assicura i sold out, come si diceva più su, ma che spesso contribuisce a quei piccoli, grandi disastri che succedono nei cosiddetti “festival” estivi, dove più che una persona sei un numero, dove vai perché la band che suona è in trend su TikTok e manca tendenzialmente quella voglia di approfondimento prima di tutto da parte di chi partecipa, dove si va per moda, più che per passione.

Il TOdays chiede tanto al suo pubblico: fiducia prima di tutto, perché se io torno senza conoscere gli artisti mi devo fidare della scelta del direttore artistico; proattività, la line up offre gli spunti, sta a te approfondirli; e supporto, cosa in realtà che si dimostra essere conseguenza naturale di un generale benessere offerto dal festival.
In cambio si riceve una tre giorni di programmazione musicale d’accezione, in una situazione che ha una dimensione adatta a un pubblico medio, per vivere confortevolmente i live, potendo vedere da ogni punto ti trovi, e soprattutto sentire bene. Questi due punti sono stati molto discussi, in modo molto negativo, da chi ha avuto modo di partecipare alle rassegne estive, dove la poca lungimiranza di organizzatori che puntano tutto sul numero ha ridotto drasticamente la qualità dell’esperienza, contribuendo a far in modo che solo una bassissima percentuale dei 60/70 mila partecipanti tornerà per una prossima edizione.
Al TOdays si vede e si sente tutto benissimo. “È una cosa davvero rara in Italia questa” mi diceva una ragazza mentre parlavamo del fatto che lei aveva deciso di tornare proprio perché al TOdays si sta bene.

Questa è una delle edizioni più riuscite del TOdays Festival, con un cartellone all’apparenza “poco rock” come mi è stato detto da qualche, poco aperto mentalmente, torinese. Il rock c’è stato, portato sul palco dai Wilco che sono tornati dopo molti anni a Torino, sempre a Spazio 211, con un live ineccepibile e una scaletta da lasciare senza fiato: sono una delle più grandi folk rock band del mondo, ed è stato magico. La follia l’ha portata invece Tim Harrington dei Les Savy Fav, con la sua barba arancione, con i suoi cambi d’abito direttamente sul palco, rimanendo anche in mutande, lasciandosi senza pietà nel pubblico che un po’ si è prestato, un po’ si è ritratto come fanno i bimbi davanti agli sconosciuti, ma tutti quanti hanno convenuto che sia stato qualcosa di divertente, scatenato, libero. Ci si è divertiti. Punto. Come con gli Sleaford Mods, che tornano dopo aver suonato al Parco Peccei nel 2019, nel “bigger stage” che loro stessi avevano ai tempi auspicato “tell your Friends, so the next time well play on a bigger stage!”. Anna Calvi è stata divina, una artista eccellente che sa suonare benissimo, anche se un po’ distaccata, ma questo è il suo bello. Ci si diverte soprattutto la domenica, da sempre il giorno dedicato alla scoperta: forse il più complesso da gestire per un organizzatore, perché è un azzardo inserire una intera giornata con band “meno conosciute”, ma di fatto è stata la giornata che ha riscosso più successo a livello di emozione, nonostante la pioggia. O forse anche grazie alla pioggia. I Porridge Radio sono giovani ma promettono benissimo, gli Ibibio Sound Machine con il loro afro funk sono riusciti a placare la pioggia e L’Imperatrice, con i loro cuori luminosi, hanno fatto innamorare tutto il pubblico, che ha ballato senza sosta per ore sotto la pioggia battente.

E poi è stato il momento di Red, Christine and the Queens, che ha portato sul palco del Todays il suo ultimo lavoro “Paranoia, Angels, true love”, un concept album anticipato da “Redcar les adorables étoiles”.
Un live che, quando lo raccontavo, le persone mi dicevano “Ma qui in Italia farà altro, ché la gente qui non capisce mica ste cose”.
Io do sempre fiducia alle persone, che infatti hanno compreso quello che più che un concerto è una performance teatrale, ispirata alla pièce “Angels in America” di Tony Kushner dove si parla, in modo tragico e ironico, di omosessualità, identità e temi esistenziali, insieme a pesanti riferimenti biblici come gli angeli, la colpa e la condanna.

Red, come il TOdays, chiede tanto al suo pubblico: chiede attenzione, chiede comprensione, chiede di aprire il proprio cuore. Non è solo un artista, sul palco assurge a simbolo, icona, metafora di un racconto personale, che diventa universale. Si parla di ricerca di identità, di voglia straziante di amare e di diventare se stessi, si fa attraverso le parole, la danza, la teatralità gestuale. Ma soprattutto attraverso il corpo: un corpo che da solo, a petto nudo, sul palco, acquista una potenza inaudita.
Raccontarlo non è semplice, deve essere visto e vissuto, con cuore aperto. È un urlo di orgoglio e di rivendicazione di sé, è un poema rock’n’roll, come il TOdays.

Si può migliorare? Certo, come in ogni situazione, nulla è mai perfetto. Quest’anno le lunghe code per la cassa e per il cibo hanno provocato qualche lamentela, e si potrebbero aggiungere probabilmente altre casse per snellire gli orari di punta (personalmente ho scelto di mangiare presto, oppure più tardi, consapevole del fatto che tante persone avrebbero mangiato proprio prima dell’headliner, e la mia esperienza sicuramente è ben diversa da altri, non ho fatto più di 5 minuti di coda per bere e mangiare, mai).
Una menzione di merito va anche a uno degli sponsor, Compagnia dei Caraibi, perché l’offerta alcolica è di alta qualità, altro aspetto da non sottovalutare oltre ai prezzi non esorbitanti: birre 6 euro, cocktail 7 euro. Possibilità di pagare con bancomat e uno stand dedicato ad acquisto con contanti e Satispay, per rispondere a quegli organizzatori che, nell’articolo del post, sostenevano che i token siano fondamentali per chi non “ha possibilità di pagare cashless”: la soluzione, come sempre, è molto semplice. Basta volerla. Acqua, ça va sans dire, gratuita con fontanelle da cui rifornirsi liberamente in area food. E tendoni e tavoli su cui rilassarsi (bisogna sottolinearlo? A quanto pare non è scontato quindi sì).
Oltre 10mila persone quest’anno sono venute da tutta Italia e dall’estero, oltre il 49% di presenze sono di fuori Torino, a confermare che questo non è un “piccolo festival cittadino”, ma una enorme possibilità internazionale, che va sostenuta in primis dalla città e dalla regione, perché è davvero quella perla rara che si va tanto a cercare, ma che spesso non si vede in quanto è sotto casa.

Quindi mi unisco al coro di persone che dicono “Non voglio che finisca mai questo TOdays” perché se finisce il TOdays, sarà un lunedì lungo tutta una vita.

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