R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Nonostante la ormai frequente violabilità tecnologica di tutto ciò che concerne la Luna, l’astro di Artemide non perde la fascinazione notturna della sua luminosità o quell’alone di mistero che ne richiama il mito, il sogno e l’eros. Evidentemente anche Elina Duni e Rob Luft avvertono questa seduzione, tanto è vero che dedicano più o meno direttamente questo loro ultimo album ECM Reaching for the Moon, opera dalle tonalità scure e vellutate, alle atmosfere notturne. Il loro colloquio intimo e poetico si confronta con l’essenza del mondo femminino, da sempre rappresento dalla Luna e dai suoi cicli astronomici. A distanza di circa due anni dall’ultimo lavoro della Duni, A Time to Remember (2023) – leggi qui – e dal lavoro solista di Luft Dahab Days ( 2023) – vedi qui – i due musicisti, in una sorta di aristocratica solitudine, impiegano il loro linguaggio alloglotto per girare mezzo mondo in musica, con brani che provengono da diversi continenti in una visone trans-temporale, accomunati dallo stesso tenore confessionale. Si tratta quindi di un lavoro di sintesi tra linguaggi e tradizioni eterogenee condotto secondo un fine ordito architettonico, in cui ogni elemento sembra calibrato per contribuire a un equilibrio complessivo di rara coerenza.

Reaching for the Moon chiede di essere attraversato con spirito quieto e silenzioso per poter accedere alla sua dimensione più profonda, dato che Elina Duni e Rob Luft costruiscono un universo sonoro delicato, fatto di sospiri, sospensioni e carezze armoniche. La cantante – Off Topic se ne occupa da tempo – si distingue per una qualità timbrica attraente, sobria e controllata, con un’emissione vocale quasi austera, priva di eccessi espressivi ma capace di sostenere una notevole profondità interpretativa. Luft le cammina accanto, o forse intorno, con una scrittura chitarristica che richiama in parte Bill Frisell e costruisce un accompagnamento fatto di una minutaglia di suoni che sembra vaporizzarsi in linee sottili, quasi impalpabili, con microvariazioni dinamiche, armonie sospese ed arpeggiate in sintesi puntuali che evitano di diventare ridondanti. Entrambi gli Autori, come del resto la loro storia artistica sembra suggerire, si confermano capaci di evocare evanescenti mondi interiori senza cedere ad alcuna enfasi interpretativa. E in effetti il loro album è un lavoro introspettivo, forse il loro più intimo, che nella sua pacatezza riesce a trovare una forza sorprendente. In questo intreccio di voce e chitarra si avverte qualcosa di arcaico, evocato dalle domande irrisolte che si sono poste gli esseri umani fin nel passato più lontano per interrogarsi sul mistero del Cosmo e dei suoi astri. Le atmosfere sommesse, a richiamare costantemente la notte, non sono cupe, piuttosto rimandano a quella luce soffusa che trasforma la percezione della realtà in qualcosa di vagamente magico. Questo spazio elegiaco diventa il luogo in cui accendere la poesia con testi – originali o reinterpretati a seconda dei casi – che alludono a una dimensione fluttuante tra la simbologia lunare e la presenza materica della musica in tutte le sue forme, soprattutto tradizionali. L’intero lavoro è immerso in una sorta di caligine elettro-acustica, una dimensione sonora ovattata che attenua i contrasti e privilegia le sfumature. I brani, siano essi originali o reinterpretazioni, convergono non tanto verso una sequenza di episodi ma in direzione di un continuum atmosferico, tanto è vero che l’omogeneità espressiva sembra essere tra le costanti più in evidenza in questo ultimo lavoro. Ma non è certo da trascurare la sensazione di diffusa serenità che Reaching for the Moon distribuisce a piene mani tra i suoi pensierosi momenti di musica.

L’album inizia appunto con la traccia eponima, scritta nel 1930 da Irving Berlin. È la chitarra di Luft ad insaporire il paesaggio sonoro con qualche accordo d’invito per la voce della Duni che in realtà non s’allontana di molto dal mood di una versione che resta forse maggiormente nella memoria dei jazzofili, cioè quella della Fitzgerald del 1958. La cantante albanese scansiona le sillabe delle parole quasi una per una con note soffuse ma precise, senza sfaccettature, contando sulla propria perfetta intonazione. Esaurito il testo, ella percorre la melodia improvvisando un lento vocalese che scivola sulle corde della chitarra elettrica del suo partner. Cammina Cammina è un brano di Pino Daniele, tratto dal suo primo lavoro Terra Mia del 1977. Anche in questo caso la Duni resta nelle immediate vicinanze del clima originario della canzone, mantenendo una scansione ritmica simile. La dizione napoletana sembra ottima, la chitarra viene sovraincisa per dilatare lo struggente amarcord del vicchiariello protagonista, calato in una solitudine senza rimedio. Quando venne pubblicata questa canzone Daniele aveva solo ventidue anni, riuscendo però ad immedesimarsi in un personaggio molto più anziano, omaggiando in questo brano estremamente melodico la tradizione della sua città e collocandola tra l’altro in un album ricordato per la sua apertura al rock-blues americano. Les Berceaux è un lieder composto nel 1879 da Gabriel Faurè in Si bemolle minore con il testo di R.F. Prudhomme. La forma musicale è quella di una ninna-nanna – berceuse, infatti – molto simile alla barcarola d’origine italiana, adagiata su un ritmo ternario, generalmente di 6/8, con un andamento dondolante che ricorda il lento movimento d’una culla o il rollio dell’acqua. Il plumbeo melodiare del cantato s’adatta al tono un po’ cupo del brano. Voce e chitarra diventano una cosa sola e si fondono l’un l’altra con una certa solennità. Ani More Nuse è un traditional di provenienza kosovara, testimonianza di una viva e verace cultura popolare illirico-balcanica. Su questa musica sono stati probabilmente stesi versi differenti ed in tempi successivi “…Giovane sposa, dal collo così fragile. Vuoi perle? Vuoi denaro? / Non voglio perle né denaro, voglio un giovane con un porta-sigarette, che indossi scarpe nere e che sembri un gentiluomo…”. La Duni qui aggiunge un tamburo per sottolineare l’incombenza ritmica del brano. L’accompagnamento chitarristico è essenziale e molto armonico, in più Luft imposta un assolo elettrico pulito che porta con sé una certa scossa dinamica.

Foolish Flame è invece una composizione di questi due artisti. Entra primariamente la chitarra acustica con un prologo dalle inflessioni country-jazz a cui segue la morbida voce della Duni che raggiunge tonalità più chiare. In certi angoli della canzone mi sembra di sentire uno stile vocale che ricorda Patrica Barber ma con molta più convinzione e un po’ di potenza sonora in più. Leily Lullaby è una composizione della cantante iraniana Mahsa Vahdat ed è uno dei brani forti dell’album. Proviene da The Sun Will Rise, (2016), un coraggioso lavoro dell’artista persiana interamente eseguito a cappella. In questo caso ricompare un accompagnamento di tamburo a seguito della voce accorata della Duni che non si risparmia in melismi, mentre la chitarra profila un controcanto a sottolineare l’armonia modale del brano. Con Zambaku i Prizrenit, la cantante torna alla sua terra, interpretando un brano di un grande compositore ed intellettuale albanese, Ahil Koci. Lo stesso Koci è anche co-ideatore di un festival di canzoni popolari che porta l’identico nome del brano tenuto annualmente appunto a Prizren, in Kosovo. L’interpretazione della Duni è molto partecipata, qui la sua voce spazia da timbri assai bassi fino a toccare note ben più acute. Il tono emotivo è a mezza strada tra la malinconia e la speranza ma possiamo, soprattutto in brani come questo, apprezzarne ancora una volta l’intonazione eccellente. Ora tocca ad un piccolo medley tra due brani, Yumeij’s Theme del compositore giapponese Shigeru Umebayashi – attivissimo come autore di colonne sonore – e Sleep Safe and Warm del polacco Krzysztof Komeda, pianista jazz che fu in vita molto apprezzato a livello internazionale e che in questo caso realizzò il succitato brano come parte della colonna sonora del film Rosemary’s Baby di R. Polanski. Può essere interessante notare come queste due melodie s’innestino in modo naturale nel clima generale proposto da Duni-Luft. Magnolia è una composizione del duo, cantata in francese. Ma non spicca in modo particolare dal resto della sequenza dei brani, forse per una certa omogeneità delle tracce che tendono un poco ad assimilarsi l’una all’altra. Your Arms è un’ulteriore composizione firmata Duni-Luft, la cui struttura melodica e soprattutto armonica smuove un po’ le acque evitando il pericolo di un’incombente stagnazione. Questa volta il merito va soprattutto alla chitarra sovraincisa che struttura una solida impalcatura sonora nella quale la voce della Duni si muove con l’abituale levità. Si chiude con un’epica rivisitazione di un brano di Ornette Coleman, Lonely Woman, traccia iniziale dell’iconico album The Shape of Jazz to Come (1959). I due esecutori riescono a trasformare la linea melodica originariamente tesa tra fiati dissonanti in una canzone con precisa struttura e riconoscibilità. Una specie di lamentazione, immersa tra gli accordi crepuscolari della chitarra, con qualche effetto elettronico ed animata dalla limpidissima vocalità della cantante che nell’ultima parte rinforza l’assetto ritmico a colpi di tamburo.

Elina Duni e Rob Luft non cercano tanto di rappresentare la notte ma di renderla in un certo qual modo abitabile, creando uno spazio di risonanza in cui l’esperienza individuale si possa dilatare fino ad intercettare una memoria più ampia, quasi archetipica. L’unità del lavoro, infatti, non deriva da un’omologazione dei materiali, bensì da una precisa etica di suono sottrattivo, alleggerito, lasciando che ogni elemento trovi il proprio peso specifico all’interno di un equilibrio tra due fonti melodico-armoniche, la voce lunare della Duni e la chitarra dinamicamente quieta di Luft. Ne consegue una musica che suggerisce traiettorie introvertite, invitando però l’ascoltatore ad una partecipazione attivamente meditativa. Questa scelta assume anche una valenza comparativa, riaffermando la possibilità di un linguaggio musicale comune alle tradizioni di Paesi lontani e diversi, dove il rispetto della Storia e l’apertura verso approcci stilistici moderni, emoziona senza semplificazioni eccessive o ricorsi a toni troppo enfatizzati. Così, nel suo parziale minimalismo, l’album rivela una densità concettuale e affettiva tutt’altro che esile, offrendosi come esperienza di confine non solo geografica.

Tracklist:
01. Reaching for the Moon (4:57)
02. Cammina Cammina (5:19)
03. Les Berceaux (2:58)
04. Ani More Nuse (3:14)
05. Foolish Flame (4:03)
06. Leili Lullaby (5:39)
07. Zambaku i Prizrenit (5:09)
08. Yumeji’s Theme & Sleep Safe and Warm (2:55)
09. Magnolia (2:54)
10. Your Arms (4:52)
11. Lonely Woman (4:48)

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