R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Ho un grande rammarico per aver – quasi – ignorato fino ad oggi il chitarrista Rob Luft. Quel quasi si riferisce al fatto che egli mi si era palesato con gli ultimi album di Elina Duni e devo dire a mio parziale discapito che me ne ero comunque accorto, tanto che avevo speso per lui qualche parola d’ammirazione. Ma dato che a Off Topic siamo quotidianamente stimolati – ed è comunque un piacevole sobbarcamento – da nuove proposte e continui aggiornamenti discografici, mi trovo ora a rincorrere questo artista e a riascoltare, in ritardo, i suoi due precedenti lavori da titolare, cioè Riser del 2017 e Life is a Dancer del 2020. Questo per poter parlare con miglior cognizione di causa del terzo lavoro del trentenne britannico Luft, Dahab Days. Il Dahab è una regione situata nella penisola del Sinai, affacciata sul Mar Rosso e ne avevamo fatto cenno a proposito della recensione dell’ultimo disco di Elina Duni – potete leggerla qui. Luft viene comunemente definito un chitarrista jazz e non ho dubbio alcuno che lo sia. Tuttavia questo appellativo gli va stretto e ce ne accorgiamo in modo evidente durante l’ascolto del suo ultimo album. Nonostante Dahab Days si dimostri abbastanza continuativo con l’ipotesi di lavoro dei suoi dischi precedenti, ho la sensazione che l’Autore si stia parzialmente staccando dall’immagine classica del jazzista, almeno per quello che riguarda le opere a lui titolate. Tant’è che chi volesse percepirlo come un puro chitarrista jazz, farebbe meglio ad ascoltarlo in coppia con il sassofonista Dave O’Higgins in Pluto, un buon album uscito l’anno scorso.

In realtà il piano emotivo del musicista inglese è attraversato continuamente da correnti ambigue e diversificate che si aprono su paesaggi ariosi di derivazione medio-orientale, su trasversali esuberanze rock e sopra dimensioni cameristico-acustiche che discendono da chissà quale galassia lontana. Talora si passa da atmosfere che portano echi di Pat Metheny o di Brian Eno oppure ancora di McLaughlin, quando non pescano dagli artigianali de-costruzionismi modali di gruppi tedeschi come gli Agitation Free. E c’è anche il jazz, certo, a sprazzi, con la forma di una veloce scala improvvisata o sotto le spoglie di un assolo di sax out of tune. Ma nonostante questo florilegio esperienziale, Luft cammina sul filo con estrema sicurezza. Ci accorgiamo che in lui c’è qualcosa di differente, una qualità che molti dei suoi colleghi non possiedono, cioè quella sicurezza di sé e quella evidente personalità che sono sempre espressione di un talento puro. La sua musica – non ho pudori a sottoscriverlo – riesce a procurare una serenità che sconfina in un autentico disvelamento di Bellezza e questo risultato viene raggiunto in modo naturale, senza fasulli poetismi, ma con una costante, pensosa leggerezza di fondo. La Vita, direbbe qualcuno, va avanti “…a colpi d’Amore”, nonostante o forse proprio per la presenza dell’Odio, l’eterno antagonista. Ma di quest’ultimo sentimento, in questo album, proprio non v’è traccia. Ci sono però, eccome, le suggestioni del Sinai e del Mar Rosso che come immagini impresse nella mente suggeriscono melodie miniaturizzate all’interno di schemi strutturali più ampi, a cavallo tra un genere e l’altro, immersi in questo e in altro stile. Bisogna dire che la realizzazione di un album a tali livelli è stata resa possibile anche dai musicisti che hanno compartecipato a questo precipitato alchemico. Con Luft alla chitarra troviamo Joe Wright al sax tenore, Joe Webb al piano e all’organo Hammond, Tom McCredie al basso e Corrie Dick alla batteria e percussioni. In più vi sono le ospitate di Alice Zawadzki alla voce e al violino, Byron Wallen alla tromba e Steve Buckley al sax contralto e al flautino. In più è presente il quartetto d’archi Amika con i violini di Simmy Singh e Laura Senior, la viola di Lucy Nolan e il violoncello di Peggy Nolan.
Primo brano, Be Water, my Friend. Parte un arpeggio di chitarra acustica reiterato in una lunga introduzione modale, con suoni aggiunti di quello che sembra essere un effetto di chitarra elettrica o comunque applicato ad uno strumento cordofono. Un sommesso commento di batteria accompagna il tutto fino ad una momentanea sosta silenziosa, dove appare il violino della Zawadzki. Da qui in poi è il piano che riprende l’arpeggio iniziale, sostituendosi alla chitarra acustica e facendo entrare in scena il basso e una batteria moderatamente più solida. La chitarra nordica di Luft fraseggia luminosa e tagliente come una lama. Il brano si chiude con il ritorno del violino e della chitarra acustica in un commento di misurata essenzialità. Dahab Days è il pezzo che intitola l’album. L’introduzione è fuorviante, con un tema moderato e di buona intenzione melodica gestito prevalentemente dal sax, da una sapiente batteria e dall’intervento degli archi di Amika. Ma dopo un piccolo stacco atraumatico, appare un gradevole tema suonato con grazia dove la partecipazione della chitarra acustica s’inserisce via via in un mid-tempo gioioso e rasserenante. La musica fluisce con grande naturalezza ed interviene un piano con un insolito assolo in scala eolica che rivela assonanze asiatiche e momenti più jazzati in brevi percorsi fuori tonalità. Quando sopraggiunge la chitarra di Luft viene posizionata la classica ciliegina, con un assolo alla Mclaughlin per poi tornare alla leggerezza del tema iniziale. Il brano è costruito in una complessità tale che pur tuttavia, alla fine, appare solo con una forma agile e spontanea. Veramente notevole!

Daylight Saving Time si presenta come un momento progressive tutto stacchi con chitarra elettrica ed organo che dominano la scena. Il sax stabilizza l’andamento melodico, poi la chitarra di Luft scorre sempre cantando come un torrente di montagna, questa volta sostenuta dal calore dell’Hammond. Da rimarcare il notevolissimo contributo di Dick alla batteria, uno tra i più inventivi drummers che abbia ascoltato in questi ultimi tempi. Verso metà brano ci si ricorda del jazz con un lungo dialogo fra Luft e Webb all’organo e una splendida ritmica basso-batteria che sostiene i due. Ma si tratta di un jazz dallo stampo fortemente melodico e con armonie tonali così ben inserite l’una nell’altra come non se ne ascoltano spesso. Il sax resta l’elemento più imprevedibile, concedendosi qualche scampolo un po’ più anarchico, diventando un occasionale e piacevole guastatore del succitato equilibrio melodico. L’intervento del piano torna a cullare il brano con un paio di accordi dal gusto ambient, poi il sax rientra in gioco, questa volta più conforme allo spirito complessivo. Qualità totale molto alta e gradevolezza alle stelle. Proseguiamo con Dreamworld, breve frammento misurato con effetti di chitarra, archi di Amika tra echi e suoni crepuscolari. Bliss Out ha un aspetto precoce da brano soft-rock ma viene subito elevato ai piani angelici con l’apporto della voce della Zawadzki. Una new age strutturata con classe o un brano jazz sapientemente mascherato? Direi entrambe le cose, se fosse possibile un incastro di questo tipo. Eppure il sax e la tromba ci parlano di una dimensione che si riprende la consapevolezza jazz, pur fuori da tutti i luoghi comuni e comunque senza declinare l’invito melodico in cui i due fiati sono coinvolti. Film è una riproposizione di un brano di Aphex Twin – alias Richard David James – tratto dall’album Come to Daddy del 1997 e pare continuare grosso modo sulla stessa precedente linea espressiva. Però c’è un’amabile invenzione del sax che isola un frammento della struttura elettronica originale riallineandola su sei note di una scala misolidia e ottenendo una melodia di grande effetto. Il brano prosegue modificando volto e intenzione attraverso un progressivo incremento ritmico ma rimanendo preda di una vaga, piacevole sensazione malinconica. Poi il simpatico guastatore Wright innesta un sax un po’ rabbioso ma ha ragione lui, ci voleva una scossa per non illanguidire troppo il pezzo. Alla fine chitarra e sax concludono in parte all’unisono con un tema finale, bello quasi come quello iniziale. Gli strumenti si sovrappongono via via gli uni agli altri senza confondersi, con quell’ordine nell’arrangiamento che segna l’album fin dall’inizio. African Flower, tra tamburi battenti e percussioni diversificate, è una versione del brano di Duke Ellington e Billy Strayhorn, inserito in Money Jungle del 1962. Caratterizzato da una serie di intriganti intervalli melodici che sono la caratteristica del pezzo in sé, tutto viene ad arricchirsi con le chitarre di Luft che qui si sentono maggiormente a loro agio e che possono appoggiarsi all’Hammond e ad una ritmica più in linea con la contemporaneità. Ancora percussioni in apertura in Sunshine Music, dall’aria vagamente andina per virtù del flautino suonato da Buckley. Il brano porta con sé una grande gioia interiore con immagini di lucentezza e un basilare desiderio danzante, quasi una sineddoche di un Paradiso possibile. Una base pianistica su cui flauto e chitarra provano a rincorrersi in una specie di Arcadia afro-latina. Endless Summer lo leggo come un brano spensierato, spiritualizzato dal canto senza parole della Zawadzki e dall’intervento del quartetto Amika. Una certa poetica della rimembranza aleggia lungo queste note e si gioca sempre in casa di un sentire malinconico ma non troppo languido. L’apertura strumentale, permessa dagli archi, favorisce l’intervento della chitarra solista che strappa un poco il clima levigato fin qui proposto. Ancora il sax, questa volta meno provocatorio che s’accoda all’estetica melodica e agli ultimi vocalizzi della Zawadzki. L’ultimo brano è un traditional arabo, Lamma Bada Yatathanna, probabilmente un omaggio all’Egitto e al Dahab, a cui Luft deve, oltre al titolo del suo album, un periodo di vacanza colma d’ispirazione. Per evitare il rischio della solita stucchevole immagine di cammelli arrancanti nel deserto, c’è un bell’assolo di tromba dall’anima profondamente jazz e poi la chitarra dell’Autore che pur riprendendo certe scale tipiche del medio-oriente e perfino spagnoleggianti, le inserisce in schemi più moderni, chiudendo comunque in un piacevole e controllato clima dal sapore di spezie.
Una piccola meraviglia, questo album di Rob Luft. Così come lo sono anche i suoi due precedenti lavori nominati all’inizio di questa recensione. Smanioso nell’arte del racconto in musica, Luft ordina con fantasia ma anche con il rigore di arrangiamenti impeccabili i dieci brani proposti, sempre in ossequio ad una componente melodica di fondo che crea un universo morbido ma non eccessivamente sfuggente al controllo dei seri musicisti che lo hanno qui accompagnato. La sua chitarra, di un’autentica prosa cristallina, sfida il crossing over trasversale di Dahab Days rintuzzando le differenze, cucendo insieme le tensioni di vari stili realizzandone infine uno proprio, sospeso com’è tra esuberante allegria e sfuggenti malinconie.
Tracklist:
01. Be Water, My Friend (4:57)
02. Dahab Days (5:49)
03. Daylight Saving Time (7:29)
04. Dreamworld (1:54)
05. Bliss Out (3:29)
06. Flim (5:10)
07. African Flower (5:19)
08. Sunshine Music (3:18)
09. Endless Summer (7:03)
10. Lamma Bada Yatathanna (7:43)
Photo © Dave Stapleton





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