R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Compare un nuovo mondo immaginario e misterioso nella musica delle Nite Bjuti. Minwi appartiene alla storia dell’evocazione spiritica, alla comunicazione oracolare, alla possessione sciamanica. È una botola segreta che accede verso un passaggio sonoro sfuggente alle comuni tassonomie, dove spiritual jazz, memoria diasporica – in questo caso caraibica – improvvisazione radicale e tensione politica convergono in un’unica congettura dinamica. Nite Bjuti non lavora dentro il linguaggio della contaminazione — parola spesso abusata — ma all’interno di una pratica di metamorfosi continua, agendo come un’orchestra del tempo perduto, capace di convocare presenze, genealogie e immaginare futuri possibili. Questo trio tutto al femminile non cerca di sedurre l’ascoltatore ma piuttosto lo inizia. Minwi è il secondo lavoro dopo l’omonimo Nite Bjuti (2023) – leggi qui – ma in questo caso l’album si muove come una liturgia notturna – il titolo in lingua creola significa infatti mezzanotte – proiettando l’ascoltatore al cospetto di una seduta di channeling con tre sacerdotesse che parlano agli spettri.

L’album sembra custodire una memoria antica e, nello stesso gesto espressivo, indicare qualcosa in più che è ancora oggetto in divenire. Il suo sound è intricato e debordante ma non si riduce a qualcosa di gratuitamente caotico. Piuttosto lo descriverei come una trama mobile di pulsazioni elettro-acustiche che si animano nell’ombra, con bassi tellurici, ampi spazi di silenzi e vocalità che salgono come invocazioni e poi si frantumano in sussurri. Qui il gergo sedimentato del jazz viene non solo smontato e ricomposto con un’attitudine che ha qualcosa di nobile e irriducibile, ma richiama – e forse questo è tra gli elementi più importanti – la fedeltà all’idea del rischio e della liberazione come necessità estetica. Non si pensi ad una traduzione musicale troppo cerebrale, al contrario, Minwi respira carne, desiderio, ferite, echi degli antenati come se ogni improvvisazione portasse dentro una biografia emotiva. Ecco, parliamo di questi antenati. Soprattutto le ultime generazioni di jazzisti – penso, come primo impulso, ad Immanuel Wilkins, vedi qui – sembrano coinvolti in questo recupero non tanto e non solo per riallacciarsi alle loro antiche tradizioni culturali ma per cercare veri e propri legami di sangue, quel genotipo originario sradicato dalle terre naturali ed importato a forza nelle Americhe. Non vedo, però, in queste rivendicazioni d’orgoglio, alcun motivo di rimostranza e di contrapposizione. Emerge bensì un tentativo più inclito rispetto ad un inutile perdono che spinge verso l’acquisizione di sentimenti e pensieri migliori. Gli agatodemoni che possiedono le tre musiciste di Nite Bjuti – ricordo che queste sono Val Jeanty alla batteria e suoni elettronici, Mimi Jones al contrabbasso e Candice Hoyes alla voce principale – suggeriscono loro, infatti, di superare la grettezza, l’aggressività gratuita e i desideri di sopraffazione verso il prossimo, non dimenticando che il mondo femminile nero, dalla deportazione in poi, è stato quello da sempre più segregato e che ha dovuto patire il maggior carico di sofferenza. Il fascino di Minwi consiste in una musica che non segue una direzione logica ma si sviluppa egualmente in modo euristico, per tentativi, deviazioni, illuminazioni improvvise, laddove ogni brano è sempre una singolare scoperta. L’album evoca immagini che sfiorano le oleografie africane ma queste non fanno parte di un esotismo illustrativo, sono invece apparizioni mentali, memorie sonore che si attivano per allusioni e simbolismi. Qui agisce una sensibilità acutamente femminile, ancestrale, non folklorica, che sa risalire alle fonti per abbeverarsene. Nite Bjuti sembra avere un terzo occhio – abbondantemente citato nei testi una facoltà di vedere la musica come pratica visionaria.

Per questo le composizioni paiono talvolta provenire da un altrove, come se il trio intercettasse invisibili particelle-onda fantasmiche. Siamo al cospetto di una bellezza ruvida, fatta di colori agri, timbri abrasivi, dissonanze graffianti. Eppure dalla materia aspra emerge spesso un senso di appagato abbandono, una dolcezza inattesa. E in effetti questo è il paradosso più riuscito dell’album che riesce ad essere severo e accogliente, inquieto e consolatorio. La musica non indulge nel lamento ma sa trasformare la vulnerabilità in un desiderio di forza collettiva. Minwi riesce quindi a sottrarsi tanto al revivalismo quanto all’afro-futurismo di maniera. Non reinterpreta le radici, non promette utopie, ma pratica possibilità. In questo senso ribalta anche molta retorica sulle musiche afro-diasporiche – identità, tradizione, avanguardia – restituendo la dovuta complessità e lo specifico peso storico. La dimensione ritmica, poi, merita un discorso a parte. Le percussioni più che avere un ruolo d’accompagnamento, sono la vera architettura edificante dell’album. Supportano il peso delle tradizioni ritualistiche con i loro moti di danze spesso disarticolate ma la precisione di Val Jeanty appare capace di rendere geometrico perfino l’istinto più atavico e ferace. Il basso, d’altro canto, pulsa con una fisicità arcana e primordiale, mentre la voce di Candice, autentica Pizia sotto possessione apollinea, ha qualcosa di quasi scultoreo nel suo fraseggio, a tratti liturgico e a volte terrigno. A supportare il trio, intervengono due musiciste come Nicole Mitchell al flauto – leggi qui – e Milena Casado alla tromba – vedi qui.

Il primo brano ad imporsi all’attenzione è Ode to Octavia, una lunga lamentazione che sboccia tra effetti elettronici e bacchette sui piatti della batteria. La voce della Hoyes striscia e piange, letteralmente come suggerisce il testo, tra asimmetrie sperimentali, l’archetto che strofina le corde del contrabbasso e le voci corali di sottofondo. Si entra così in questa dimensione catabasica avvolta in uno scenario rituale che ricorda quasi un’iniziazione ad una religione misterica. Roots Legacy si allunga su un testo che parte da una serie di sensazioni fisiche vissute come stimoli innescanti ricordi partecipati e o immaginati. Memorie che corrono all’indietro nel tempo in uno schema sonoro che tende a ripetersi più o meno per tutto l’album, tra percussioni, cori, impulsi di contrabbasso e ritmi scorbuticamente sincopati, mentre la voce dolente ed inquieta della Hoyes parla e canta, arrischiandosi in vocalizzi su quali però farebbe meglio, talora, a non insistere troppo.

In Blaxk Mermaids esordisce la tromba della Casado tra una fioritura percussiva ed elettronica, punteggiando con sonorità riverberanti il canto-parlato a raccontare il disperato bisogno di libertà provato da quegli schiavi tradotti in nave che scelsero di buttarsi nell’oceano invece di destinarsi ad una inevitabile schiavitù. Sirene nere, quindi, come suggerisce il titolo del brano, un’umanità che visse comunque libera i suoi ultimi momenti di vita. Chefchauen Blu vede ancora la Casado intrufolarsi occasionalmente all’inizio del pezzo con la sua tromba. Per il resto sarà solo il contrabbasso a tentare parzialmente l’unico tentativo armonico, mentre perfino le percussioni si fanno più rarefatte. La Hoyes gioca con la sua voce con singhiozzi, risolini ed impennate vocali soprattutto verso il finale ma il pezzo resta debole e musicalmente poco consistente. Piezoelectricity Girl è un gran titolo ed il brano cerca di recuperare un po’ più di musicalità, soprattutto per i giri ripetuti del contrabbasso che s’affacciano sul sempre ricco davanzale percussivo. Mentre il testo allude all’orgoglio della negritudine femminile, la voce solista si muove tra il canto ed una sorta di rilassato rap. Hijas è tra i brani più dolenti dell’intero album. È la storia di un tradimento non solo personale ma che tende a ripercuotersi a più livelli. Melodie infantili, cori che riecheggiano come lontane rimembranze a testimonianza dell’eclissi della speranza mentre il contrabbasso rammenda gli spezzoni del canto-parlato con un potente, cavernoso riff. Un trattato fenomenologico sulla violenza, non solo di genere. Burf Myself sottolinea ancor più l’aspetto tribale del momento. Un handclap continuo rimarca le declamazioni e i vocalizzi potenti della Hoyes. Choeback, grazie al supporto di una tastiera elettronica, è tra i brani più musicali dell’album ed anche il più suggestivo. Si parla di rinascere dopo aver attraversato il dolore, il canto raggiunge estensioni vocali e timbriche che ricordano la musica lirica e ispira sensazioni tattili e corporee di freschezza, quasi un benevolo incantesimo. Si chiude con Wombfire e con la seconda ospite di questo album, la flautista Nicole Mitchell. Più aumenta la componente strettamente melodica, come in questo caso e nel brano precedente, più le tracce si caricano di energia profonda, una forza che viene dal grembo materno indicato dal titolo e che rappresenta l’aspetto più potente e inesausto della Natura. Molto efficace il ruolo della Mitchell. Si può dire, senza togliere meriti a nessuno, che il suo apporto in questo brano è fondamentale nel regalare una forma di assoluta completezza.

Minwi agisce su un piano sottile che forse può sfuggire ad un ascolto superficiale. Non rappresenta una cultura, ma ne attiva i processi vitali, non enuncia quindi solo una logica d’appartenenza eppure la mette in condivisione come puro gesto partecipato. Ciò che emerge, allora, è una forma musicale che potremmo definire relazionale, una forma aperta in cui memoria e immaginazione non sono poli opposti, ma forze coesistenti che si alimentano reciprocamente. In questo quadro, l’improvvisazione non è più soltanto tecnica o linguaggio, ma diventa un modo di conoscere e abitare il mondo. Minwi rivela la sua natura più radicale che consiste nel rifiuto di ogni fissità, nella scelta di restare in uno stato di perenne trasformazione, dove anche l’ascoltatore è chiamato a ridefinire il proprio ruolo, passando da fruitore passivo a soggetto implicato. Il trio costruisce così un campo di esperienza in cui il tempo non è lineare ma stratificato, quasi circolare. Passato e futuro si compenetrano, mentre il presente diventa spazio rituale. Ciò che colpisce è l’idea, condivisa non solo dalle Nite Bjuti, che la creazione artistica possa anche essere un atto di cura e una pratica di resistenza sensibile.

Tracklist:
01. Ode to Octavia (3:55)
02. Roots Legacy (7:11)
03. Blaxk Mermaids (6:22)
04. Chefchauen Blu (5:02)
05. Piezoelectricity Girl (4:10)
06. Hijas (6:58)
07. Burf Myself (6:28)
08. Choeback (4:30)
09. Wombfire (6:00)

Photo Credit © Maciek Jasik

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