R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Dopo un primo lavoro d’esordio pubblicato nel 2023 – Sparks, vedi qui – la poliedrica  violinista e compositrice Ludovica Burtone, friulana ma residente a New York ormai da diversi anni, si riaffaccia alla discografia con il suo nuovo album Migration Tales. Della precedente formazione che l’aveva accompagnata resta solamente la pianista spagnola Marta Sanchez, mentre l’affianca ora un insieme di strumentisti del tutto nuovo. Al flicorno troviamo un’altra artista spagnola, Milena Casado, al sax tenore l’argentina Julieta Eugenio, lo statunitense Tyrone Allen II al contrabbasso mentre alla batteria si sistema il sudcoreano Kim Jong-kuk. Mi sarei aspettato delle direttive musicali conformi a quelle presenti nel precedente Sparks e in effetti questa previsione si è dimostrata vera, anche se solo in parte. Sicuramente questo è un album, come il precedente esordio, che trascende i confini stilistici e al netto degli interventi vocali della stessa Autrice – questa credo che sia una novità a tutti gli effetti – le influenze classiche sono sempre presenti, pur se leggermente meno in evidenza, così come i ritmi latineggianti che ricordo un po’ più tangibili nell’esperienza di Sparks.

Comunque non viene meno la forte componente melodica in questo Migration Tales e inoltre mi sembra di notare l’accentuarsi di un particolare orientamento avant-garde condotto però senza particolari eccessi, soprattutto nei due brani che rispettivamente aprono e chiudono l’album. La Burtone non tradisce la sua anima avventurosa e del resto questo album è dedicato proprio alle donne immigrate nella città di New York e alla naturale sensazione di essere “sospese tra due mondi ”, come l’Autrice stessa ci racconta. Perdere e riacquisire il senso d’identità, ricollocarsi in un clima sociale diverso, intrecciare nuove relazioni senza dimenticare chi si è e da dove si proviene. Reinventarsi, proprio come lei stessa canta all’inizio di In The Last Sun, “…nell’ultimo sole mi inventerò…”. Migration Tales non è solo un omaggio all’esperienza dell’immigrazione, ma un dialogo sonoro che esplora l’individualità e il senso di appartenenza attraverso le sfumature di un lavoro raffinato e profondo, intriso di sensibilità artistica e spirito di ricerca. Il violino della Burtone si muove con grazia e audacia, alternando momenti lirici, alcuni veramente notevoli, a incursioni più sperimentali forse meno brillanti. La tessitura sonora si arricchisce delle calde sfumature del flicorno di Casado e della voce accogliente del sax della Eugenio che non sfigura nel paragone con Melissa Aldana, attiva nel precedente Sparks. Per il resto non posso che riconfermare la nitida bellezza del pianoforte della Sanchez e sottolineare il lavoro di sostegno operato dalla ritmica della coppia Allen II e Jong-kuk. La struttura dei brani non segue schemi predefiniti, ma si sviluppa organicamente, come a voler riflettere la natura fluida e imprevedibile del viaggio interiore e geografico di un migrante alle prese con il proprio naturale e comprensibile disagio. Si trascorre così da passaggi di struggente introspezione come in The Name a momenti di puro slancio collettivo, in cui il gruppo si propone in dialoghi sonori più vivaci e avvolgenti. La presenza della voce della Burtone in alcuni brani aggiunge una dimensione ulteriore, trasformando la musica in una narrazione espressiva più intima e compartecipata.

L’album si apre con Sono Parole, brano che germoglia letteralmente da un humus composto da una matrice indistricabile di suoni sovrapposti e da qualche voce di sottofondo. Un malinconico tema ripetuto portato dal violino con fiati di contrappunto è tutto quello che può servire, al momento, come abbrivio al vero e proprio contenuto dell’opera. The Name colpisce positivamente per l’iniziale dondolio del pianoforte su due accordi in maggiore con una nona aggiunta, un efficace pendolarismo accordale su cui il violino costruisce una nostalgica linea melodica, ripresa poi dalla voce della stessa Autrice. Tutti gli strumenti arrangiano la composizione creando quasi un clima crepuscolare fino al momento in cui parte l’eccellente improvvisazione della Burtone, poche note indicative e cariche di affettività che precedono un efficace e sentito assolo di sax. Anche qui, nel caso della Eugenio, le note vengono trattate con parsimonia, il fraseggio non diventa convulso ma si fa vibrante di una timbrica pastosa e calda. L’ultima parte del brano riprende il motivo iniziale del violino con il flicorno che completa la scenografia, insieme alle ultime note a finire del contrabbasso. Una traccia notevole, dalla melodia struggente e rifinita con un arrangiamento all’altezza.

In the Last Sun, a cui ho poco sopra accennato, si presenta, dopo l’annuncio vocale della Burtone, come una sorta di ballad costruita su ritmiche vaporosamente latine. La voce del flicorno conduce il tema, sostituita successivamente dal violino e dal sax che lavora inizialmente in sottofondo. Anche qui predomina il tema della nostalgia e della riflessione, mantenuto ben vivo anche dall’assolo che segue della Casado, sostanziato da una ritmica ben avvertibile, soprattutto dall’esuberante lavoro sui piatti da parte di Kim e dalla sua batteria. Quando la responsabilità dell’assolo ricade sotto le dita della pianista Sanchez confermo di non essermi sbagliato nel restare giustamente colpito dal suo pianismo, che pare sempre tentato da una surrettizia forma be-bop occhieggiante sotto una vernice di classicismo. Is This Rage è un brano lacerante che si sporge maggiormente verso l’avanguardia. Vuoi per una mia personale idiosincrasia verso i suoni lasciati troppo liberi ma anche, in questo caso, per il collage un po’ fosco delle sonorità, a tratti poco comprensibili, ho perso le iniziali coordinate di questo brano, evidentemente a causa di un mio personale limite di tolleranza. Coordinate che ritornano parzialmente nella seconda parte, dove sembra comparire un poco più di ordine strumentale. A tutto questo segue la superba versione di un brano di Egberto Gismondi, Agua e Vinho, tratto dall’omonimo album del 1972. Un violino in solitudine accoglie inizialmente l’incipit del brano improvvisando una serie di note vivaldiane da cui prendono origine i due accordi per pianoforte che sostengono la melodia tematica. La Burtone canta il tema con levità e vi appoggia poi un assolo veramente ben fatto, anche in questo caso costruito con poche note ma molto significative, sostenute da un contrabbasso e un pianoforte che ne accentuano la matericità e la dolente malinconia. Squisito anche l’assolo della Sanchez coi suoi rubati che precede il finale e la ripresa della melodia portante. Outside my Window gioca su un inizio classicheggiante, con un veloce e continuo arpeggio di pianoforte ed un arrangiamento cameristico di largo respiro. Il tema, molto dolce a rimbalzare tra violino e fiati, acquista via via più sostanza e continua a giocarsi tra violino, flicorno e sax con un vicendevole scambio di testimone tra questi tre strumenti. Il contrabbasso sollecitato dall’archetto annuncia la chiusura del brano e si passa così all’ultimo momento dell’album, Our Voices. Anche qui si lancia uno sguardo verso l’avanguardia ma di fronte ad altri momenti come alcuni tra quelli già ascoltati, l’impressione che lascia è quella di un esercizio un po’ poco convincente.

Solo dopo diversi ascolti si possono svelare le sfumature più affascinanti di Migration Tales che non sempre sembrano emergere spontaneamente dall’album. La ragione sta nella particolare e sofisticata dimensione degli arrangiamenti, nei ruoli dei due fiati che tendono costantemente a mantenersi entro certi limiti senza desideri prevaricanti e nella funzione del pianoforte, spesso la vera ossatura armonica dei brani. La Burtone conferma non solo di essere una compositrice di ottimo livello, ma ribadisce il ruolo prettamente melodico del suo violino, anche quando lo strumento tende a volte ad incrinarsi in sfumature più avanguardiste, genericamente meno apprezzabili rispetto ad altre più lineari.

Tracklist:
01. Sono Parole (2:58)
02. The Name (6:16)
03. In the Last Sun (7:31)
04. Is This Rage (5:41)
05. Água e Vinho (6:36)
06. Outside My Window (6:02)
07. Our Voices (4:18)

Photo 2 © Stephen Want

Una risposta a “Ludovica Burtone – Migration Tales (Endectomorph, 2025)”

  1. […] di almeno trent’anni più giovani, tra cui la pianista spagnola Marta Sánchez – leggi qui – il contrabbassista Luke Stewart  – vedi qui e qui – e il batterista Russell […]

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