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Tower Jazz Composers Orchestra – Tower Jazz Composers Orchestra (Over studio records, 2019)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Quasi mai incomincio ad ascoltare un disco dalla prima traccia. E’ un abitudine un po’ surrealista o teosofica se vogliamo. Mi piace affidare “ a sua maestà il caso”, come lo chiamava André Breton, la prima impressione di un disco o di un libro (dove apro una pagina a caso e incomincio a leggere). Così ho fatto dopo aver ricevuto da Eleonora Sole Travagli Tower Jazz Composer Orchestra, album d’esordio dell’omonimo gruppo. E così, appena ricevute le tracce sonore,  via mail,  ho “cliccato” su “Il Maestro, la Voce e la Grancassa”, per il semplice motivo che il titolo mi incuriosiva, con quei suoi echi vagamente collodiani o da “Giornalino di Gianburrasca”. E la sorpresa è stata davvero grande.

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Leonard Cohen – Thanks For The Dance (Columbia Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Letizia Grassi

Quando esce l’album di un grande artista di solito è accompagnato da un non so che di riverenziale. Ma, se l’album in questione rappresenta una raccolta delle ultime registrazioni di Leonard Cohen, beh, non rimane che sedersi e, in rispettoso silenzio, lasciarsi invadere dalla poeticità della sua musica.
Ebbene, a distanza di tre anni dalla morte del grande artista, ecco spuntare Thanks For The Dance. L’album, curato dal figlio Adam Cohen, rappresenta una prosecuzione di You Want It Darker, uscito nel 2016, qualche settimana prima della scomparsa di Leonard. E, infatti, Thanks For The Dance ha proprio tutte le caratteristiche di un congedo, quello dell’artista canadese che, serenamente accettando la fine della sua vita, compone i suoi ultimi versi.

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Ivano Fossati e Mina – Mina Fossati (Sony Music, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Andrea Furlan

C’è ancora speranza in questa terra civilizzata soprattutto dai poeti”. L’inizio è d’impatto, di quelli che fanno subito presa: l’ardente ballata L’infinito di stelle fissa le coordinate di Mina Fossati, l’album di duetti in compagnia di Mina che segna il ritorno di Ivano Fossati otto anni dopo l’annuncio a sorpresa del suo ritiro dalle scene. Le sole note del pianoforte accompagnano la voce di Fossati, “la pioggia è passata e una nuova luce si muove per me”, poi, con discrezione, si fa avanti l’orchestra d’archi e sottolinea l’ingresso della voce di Mina; il brano è toccante, l’intensità dell’interpretazione dei due artisti suscita grande emozione, il testo è nitido, preciso, “vedi che parole semplici, piccola fiamma che risplendi nell’infinito di stelle […] tutto ha un senso, c’è bellezza”.

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En Declin – A Possible Human Drift Scenario (My Kingdom Music, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Giovanni Carfì

Una pausa obbligata, necessaria per ricrearsi e per delineare nuove sonorità e una nuova identità. Dieci tracce, per dieci anni di assenza/resistenza e perseveranza verso il proprio sentire.

En Declin nascono nel 1996, pubblicano ben presto un demo, seguito da un Ep e dal disco Trama nel 2005 e Domino/Consequence qualche anno dopo, per poi sparire indebitamente dalla scena. Si sa che spesso le cose nascono, cambiano e si trasformano, e così si trovano a far fronte a defezioni interne che inizialmente minano la band, ma è talmente forte la voglia di andare avanti e di non lasciar spegnere la candela accesa con i precedenti lavori, che prendono una decisione dura, ma matura, ovvero di proseguire lo stesso in tre; Andrea Aschi (chitarra), Maurizio Tavani (voce), Marco Campioni (batteria e programmazioni).

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Ghost Horse – Trojan (Auand, 2019)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Mi ha fatto molto piacere, ascoltando Trojan primo album del sestetto italo-americano Ghost Horse, composto da Dan Kinzelman al sax tenore e clarinetto basso, Filippo Vignato al trombone, Glauco Benedetti alla tuba e euphonium, Gabrio Baldacci alla chitarra, Joe Rhemer al basso, Stefano Tamborino alle percussioni, sapere che c’è ancora qualcuno che si ricordi degli indiani d’America.
Osservazione forse singolare, ma necessaria: gli indiani hanno rappresentato, almeno per quelli della mia generazione, uno dei primi simboli della resistenza al tentativo di una globalizzazione sfrenata e senza regole, tanto, mi sia consentito il ricordo personale, che la “radio libera” a cui collaboravo, nel remoto 1977, Kabouter, aveva nell’affiche proprio due indiani d’America che ricordano molto la foto di “Toro seduto”, elaborata dal geniale Evan Ross Murphy per la copertina dell’album.

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Nada – Materiale domestico (Woodworm, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Alessandro Berni

Se si potesse racchiudere in una immagine sintetica questa antologia atipica di Nada che va sotto il nome di Materiale Domestico, avrebbe senso scomodare l’espressione diario di lavoro e d’amore, quello che un tempo veniva spesso e volentieri incorniciato in un’espressione ariosa e invitante come “labour of love”, a enfatizzare l’aspetto affettivo, confidenziale, intimamente domestico di un prodotto artistico. Quello di cui la Malanima ci rende partecipi è dunque un suono più raccolto che per una buona parte di questo flashback rivolto all’epoca del parto, porta una Nada vicina all’ascoltatore se non addirittura “in braccio” allo stesso, nell’atto di porgergli una creatura poco dopo il momento dell’uscita dal grembo.

Nada, 2018, credits Claudia Pajewski

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Wime – LoOser (Junkfish World, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Elena Di Tommaso

LoOser è il primo EP di Wime, un progetto di Davide Veronesi uscito il mese scorso per Junkfish World label che, con poche tracce (appena 6), riesce a dipingere una realtà interiore piena di sfaccettature. È decisamente un album che si nutre di contrasti ma narrato con ineffabile dolcezza.
Ad un primo ascolto potrebbe sembrare un po’ caotico o irrazionale per via della pluralità di generi che caratterizzano i vari brani. Via via invece si comprende come questo aspetto instabile e incostante sia la chiave per comprendere “l’insieme”. Un movimento evocativo in continuo mutamento che tende a superare la classica visione bidimensionale per coinvolgere l’ascoltatore in un mondo molto più complesso, che mette a nudo ogni possibile sfumatura di sé.  Una sorta di “giungla dei sentimenti” (a cui allude la copertina dell’album).

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Charlie e la Fabbrica di Cioccolato @ La Fabbrica del Vapore, Milano fino al 31 gennaio 2020

T E A T R O


Articolo di Eleonora Montesanti 

Con molta curiosità ed entusiasmo abbiamo assistito alla Prima Assoluta del musical Charlie e la Fabbrica di Cioccolato, in scena per la prima volta in Italia alla Cattedrale della Fabbrica del Vapore di Milano, dove rimarrà per tutta la stagione teatrale 2019/2020.
Il musical, basato sul romanzo di Roald Dahl che ha già dato luce ad almeno due film eccezionali (quello con Gene Wilder e quello di Tim Burton), è adatto ad ogni età: altro non è che un mondo da scoprire attraverso un viaggio surreale, fra scenografie sorprendenti, effetti speciali e costumi meravigliosi.

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Francesco Venerucci – Tramas (Alfa Music, 2019)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Ho incominciato ad ascoltare il disco da “August 14 th”, per un semplice ed insondabile motivo: mi hanno sempre incuriosito i titoli dei brani jazz e mi hanno sempre suscitato domande senza risposte. Nella fattispecie il brano, molto gradevole, ma per le mie orecchie e la mia mente sempre sintonizzate su sperimentazioni ardite e ricerca, fin troppo “orecchiabile”, è dedicato alla tragedia del Ponte Morandi a Genova. Beh certo, nessuno vieta di dedicare un brano ad una tragedia. Ma è il meccanismo che mi sfugge: mi è chiaro il motivo per il quale si dedica la tesi di laurea a mamma e papà o a zio Nicola, ma cosa lega (o sleghi), un brano musicale ad un fatto di cronaca non lo so, forse solo il labile legame del periodo di concepimento del pezzo stesso.

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