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Franca Masu – Cordemar (WMusic, 2021)

R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il primo contatto che ho avuto con la musica di Franca Masu è avvenuto qualche anno fa, in un negozio di dischi milanese dove notai un cd dalla grafica invitante intitolato Hoy Como Ayer (“Oggi come Ieri”). La musica che si proponeva dalla superficie cangiante del disco era centrata su brani famosi di importanti autori sudamericani, da Gardel a Piazzolla, offerti in tono così affascinante e convincente a tal punto da indurmi a credere che la cantante potesse essere un’artista argentina. Poi, colpevolmente distratto dalle esuberanti proposte musicali di questi ultimi anni, mi sono perso le più recenti tracce della Masu fino ad oggi, quando ho incrociato questo nuovo lavoro Cordemar, la sua settima uscita discografica in assoluto. La cantante di Alghero si propone qui non solo come esecutrice ma anche come co-autrice in cinque brani – su dieci – cantati in catalano, data la storia delle origini della sua città natale. Gli altri cinque pezzi sono accurate rivisitazioni di ballate tradizionali e composizioni di affermati autori italiani e internazionali come Bruno Lauzi, Roberto Carlos, Astor Piazzolla e Joan Manuel Serrat. Mediterraneità a piene mani, quindi, raccontata da un canto pulito, potente ed espresso con perfetta intonazione vocale che mi ha ricordato, nella morbidezza dei suoi caratteri medio-acuti, molte sfumature della voce di Mina. La musica proposta in Cordemar artiglia dolcemente l’attenzione sistemandosi nella struttura della forma-canzone, sorretta abilmente da un gruppo di musicisti la cui impronta oscilla tra fraseggi jazzistici e screziature pop, mantenendo però viva la tradizione isolana che sa di solitudini, esotismi, profumi pungenti di macchia e odori di salsedine. La band che accompagna la Masu è molto nutrita e composta da Luca Falomi alle chitarre, Sade Mangiaracina al pianoforte, Salvatore Maltana al contrabbasso, Fausto Beccalossi alla fisarmonica, Massimo Russino alla batteria, Max de Aloe in un intervento all’armonica cromatica e un trio d’archi costituito da Laura Sillitti al violino, Daniele Guerci alla viola e Simone Cricenti al violoncello.

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Kælan Mikla – Undir köldum norðumljósum (Artoffact Records, 2021)

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Recensione di Francesca Marchesini

Era tutto buio e non si udiva nemmeno un rumore; persino le ombre scure sotto la luna piena sembravano gravide di silenzio e mistero.

(Bram Stoker, 1897)

Tremate, tremate, le streghe (islandesi) son tornate! A distanza di tre anni dall’uscita dell’album Nótt eftir nótt, la band darkwave tutta al femminile Kælan Mikla presenta al pubblico il suo nuovo LP, un lavoro in studio che porta a danzare su melodie al synth nelle fredde notti scandinave. Laufey Soffía Þórsdóttir (voce), Sólveig Matthildur Kristjánsdóttir (synth, seconda voce) e Margrét Rósa Dóru-Harrysdóttir (basso) evocano per una quarta volta lo spirito di quella “donna del gelo” che dal 2013 si è impossessata delle liriche ispirate al mondo della letteratura gotica; il sound di Undir köldum norðumljósum è manifesto di un vero rinascimento post-punk, ispirato a Joy Division e Christian Death, già elogiato dal frontman dei The Cure, Robert Smith, e che, a differenza della scena revival britannica, ha il pregio di non rimanere troppo ancorato alla tradizione e di non temere le contaminazioni (che si tratti di passata new wave o electro contemporanea).

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C.Gibbs – Tales from the Terramar (Eastern Spurs Recordings, 2021)

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Recensione di Arianna Mancini

“Racconti dal Terramar/ Svegliato con i corvi che si nutrono dal palmo della mano nella mia veranda/ Indosso il mio abito nero e navigo lungo la punta delle dita di Dio”. È l’incipit della title track che apre il nuovo album di Christian Gibbs, aka C.Gibbs, per questa sua nuova pubblicazione. Sin dalle prime righe di testo si ha già il sentore di aver a che fare con del materiale istrionico dotato di un certo spessore e con un personaggio che non può passare inosservato.
Il nostro “cantastorie” del Terramar nasce a San Diego, al momento di intraprendere una formazione accademica segue un percorso inverso a quello di innumerevoli musicisti europei, che si trasferiscono negli Stati Uniti, e studia musica all’Imperial College di Londra. Versatile polistrumentista e compositore, il suo curriculum musicale lo vede impegnato su più fronti con varie formazioni appartenenti a generi diversi, dagli albori new wave londinesi al suo trasferimento a New York dove fonda ad inizio anni ‘90 il trio post-punk Morning Glories. I primi anni duemila lo vedono come autore e alla guida dei Lucinda Black Bear, band folk rock con venature psichedeliche dal songwriting accurato e dagli arrangiamenti raffinati, che nella formazione include anche un duetto d’archi. Motherwell Johnston, dalle tinte graffianti rock-blues, He Arrived by Helicopter,con spazi sonori più strumentali tesi alla sperimentazione con ampio impiego di synth, e gli album pubblicati a suo nome, sono altre espressioni del suo spirito vulcanico. Si esibisce anche come musicista di sessione collaborando, fra i tanti, con la realtà dell’industrial rock d’avanguardia di Foetus e in tour con  Dave Vanian and the Phantom Chords. Inoltre, dopo il suo battesimo nel mondo delle major con Atlantic Records, fonda la sua casa discografica, la Eastern Spurs Recordings, che tutt’ora dirige.

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Marcin Wasilewski Trio – En attendant (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Occorre pensare ad un paziente lavoro di cesello per comprendere a fondo il nuovo album del Marcin Wasilewski Trio, En attendant. Perché quando si ricercano equilibri alchemici di questa levatura, pesi e contrappesi misurati al milligrammo e relazioni armoniose tra strumenti e musicisti, non si può fare a meno di pensare al grande lavoro preparatorio che si organizza, in questi casi, dietro le quinte. Nonostante questo nuovo disco sembri quasi nato fortuitamente con il trio che aspettava di registrare Arctic Riff (uscito nel 2020) insieme al sassofonista Joe Lovano, è stato proprio un ritardo nel volo del musicista americano che ha messo Wasilewski e compagni nell’occasione di provare una nuova esperienza d’insieme. Ma non si creda che En attendant possa nascere dal nulla o in una generica attitudine all’improvvisazione. Questo complesso di idee, estemporanee e non, tocca invece vette di altezze tali da fugare ogni dubbio sulla bontà della sua preparazione. L’ultima opera di Wasilewski – settima uscita per ECM ma solo la quinta del trio come gruppo a sé, è frutto di una pacata e riflessiva germinazione artistica, un vero e proprio colloquio fatto di sussurri e di verbi acustici tra il pianoforte di Wasilewski, il contrabbasso di Slawomir Kurkievicz e la batteria di Michal Miskievicz. Ci sono tre brani – In Motion part I, II e III – frutto di completa improvvisazione del trio ma ci sono anche rivisitazioni sia di brani classici e jazz – Bach e Carla Bley – nonché una traccia attribuita al solo leader e persino un ritratto di un famoso brano rock dei Doors. La storia di questo trio polacco è quasi completamente legata al destino del trombettista Tomasz Stanko – scomparso nel 2018 – un vero e proprio nume tutelare del jazz polacco e non solo. Fu lui, infatti, a far approdare il Wasilewski trio in ECM.

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Brandee Younger – Somewhere Different (Impulse!, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Risulta molto chiaro, secondo le opinioni espresse dalla stessa Brandee Younger che questo suo ultimo album, Somewhere Different, dovrebbe essere accettato per quello che effettivamente è, un lavoro cioè di facile fruibilità, attorno a cui può essere superfluo affannarsi nel cercare significati troppo complicati. Un diretto invito, quindi, a godere nell’immediato della policromia che la musica stessa è in grado di offrire. La Younger, arpista newyorkese trentottenne, giunge così al quinto lavoro da titolare – è necessario però tener conto come Wax & Wane del 2010 e Prelude del 2011 siano EP e che Force Majeure dello scorso anno è un lavoro a quattro mani con il contrabbassista Dezron Douglas, oggi produttore di questo ultimo disco. Comunque sia Somewhere Different è l’esordio per un’etichetta storica come la Impulse! ed in un certo qual modo tutto questo rappresenta una sorta di consacrazione ufficiale dell’artista nell’olimpo dei jazzisti “che contano”. Rifacendosi ai sempiterni spiriti guida di Dorothty Ashby, soprattutto, e secondariamente di Alice Coltrane, la Younger porta il suono della sua arpa, leggero e a tratti morbidamente pigro come un pomeriggio estivo, ad arricchirsi di numerose e diversificate esperienze che oltre al jazz, includono il rock – soprattutto nell’assetto ritmico – l’ambient music, l’hip-hop, molto soul e un raffinato tocco di musica classica. Del resto l’artista in questione ha collaborato con jazzisti sopraffini come Pharoa Sanders, Jack DeJohnette, Charlie Haden, Ravi Coltrane, Makaya McCraven ma anche con altri musicisti provenienti da mondi diversi come John Legend, il rapper Drake, il songwriter ghanese Moses Sumney ecc…

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Michael Mantler – Coda Orchestra Suites (ECM Records, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Approcciare un disco come questo richiede una sorta di preparazione preventiva, senza la quale si rischia di non avere accesso al linguaggio complesso di Michael Mantler. L’autore, noto compositore, trombettista, sulla piazza dagli anni ’60, utilizza un contesto tutt’altro che immediato per la sua musica. Anche se la sua origine artistica è inquadrabile nel mondo del jazz, le sue continue aperture verso altri pianeti – note le sue collaborazioni con Robert Wyatt, Jack Bruce, Marianne Faithfull, Peter Blegvad – e verso i mondi paralleli del free-jazz e della musica orchestrale, ne fanno un colto personaggio di assoluta grandezza, il cui avvicinamento richiede la conoscenza della sua sintassi raffinata per superare l’apparente scontrosità della musica. Ha idee peculiari, Mantler, che si basano sul concetto dell’evoluzione continua di una composizione. A lui piace iniziare una cosa nuova da dove aveva appena terminato non girando pagina ma impostando nuovi capitoli in calce. Così ha fatto nella rivisitazione di The Jazz Composer Orchestra del ’68 riproponendolo nel suo Update del 2014, naturalmente modificandone non tanto la struttura di base quanto la vernice estetica, come se avesse dovuto ricomporre gli stessi brani 45 anni dopo. L’aspetto curioso è che questo suo tipo di riscrittura pare sia grosso modo una specie di atteggiamento abitudinario, tanto che in questo ultimo lavoro, Coda, Mantler va a ripescare una serie di incisioni a lui particolarmente care nel periodo che va dal 1975 al 2010, riproponendole con una grossa orchestra di 27 elementi più il direttore Christoph Chec. Tra gli orchestrali, oltre allo stesso compositore naturalmente alla tromba, vi sono alcuni suoi fidati collaboratori come il chitarrista Bjarne Roupè, Maximilian Kanzler al vibrafono e David Helbock al piano. Oltre agli ottoni l’orchestra si completa con sedici archi, tra violini, viole, violoncelli e contrabbassi.

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Nala Sinephro – Space 1.8 (Warp Records, 2021)

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Recensione di Mario Grella

Iniziamo con una confessione: ho sempre avuto un debole per i dischi (sì, insomma, una volta si chiamavano dischi, ed io continuo a chiamarli così), che al posto dei titoli contengono numeri o serie. Parte quindi con un piccolo vantaggio Space 1.8 dell’arpista Nala Sinephro. Ma appena fatta partire la prima traccia che si intitola Space 1, il vantaggio semantico-linguistico dei titoli, è davvero irrilevante di fronte alla straordinaria notazione musicale che ci risucchia (o ci fa sprofondare), in un mondo “altro”, fatto di risonanze profonde, create dall’arpa di Nala e dal circostante mondo vagamente elettronico-oriental-equatoriale, fatto di suoni da foresta pluviale; ricordiamo che Nala Sinephro è originaria della Martinica, ed è una cittadina belga che vive a Londra.

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Pietro Berselli – Evidentemente no (Dischi Sotterranei, 2021)

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Articolo di Cinzia D’Agostino

Pietro Berselli, giovane cantautore bresciano, ora adottato dalla bella Padova, si riconferma uno dei talenti più sorprendenti degli ultimi cinque anni. Ricordo con molto trasporto quel suo live in Latteria Molloy che apriva il concerto a Paolo Benvegnù, rammento il mio stupore nell’ascoltare qualcosa di finalmente differente, sincero ma contornato da sonorità post rock e pezzi recitati con una tensione spiazzante. Erano i tempi del suo esordio con Orfeo l’ha fatto apposta, lavoro impareggiabile, estremamente sensibile, teatrale, oscuro. Evidentemente no esce il 3 settembre 2021 per Dischi sotterranei e non è di certo il sequel del suo fratello maggiore, nato nel 2017. E per fortuna, aggiungerei. Fermo restando che Orfeo è un disco di una bellezza travolgente, la scelta di virare verso orizzonti più “leggeri” ma sempre mantenendo un alto livello musicale è sempre indice di evoluzione, di abbandonarsi ai propri stati d’animo creando una nicchia consolatoria, divertente e canzonatoria, seppur molto profonda.

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Eivind Aarset 4tet – Phantasmagoria, or A Different Kind of Journey (Jazzland Recordings, 2021)

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Recensione di Riccardo Talamazzi

Che tipo di strumento suona Eivind Aarset? Troppo facile rispondere che sia una chitarra. Facile e sbagliato, perché ciò che di solito emette suoni tra le mani del musicista norvegese è un animale ibrido tra il cordofono e l’elettronico. Tutto questo però almeno fino ad oggi. L’uscita di questo eccellente Phantasmagoria or a different kind of journey, infatti, dimostra un parziale cambiamento di rotta nelle sonorità volute da Aarset per ciò che riguarda l’utilizzo della sua chitarra che diventa uno strumento più riconoscibile nonostante le intense, montanti mareggiate elettroniche a cui viene sottoposto da due guastatori come Jan Bang e John Derek Bishop. Questi ultimi sono accreditati come ospiti, alla stregua del trombettista Arve Henriksen che appare in un paio di brani ma il nucleo centrale del quartetto di Aarset comprende, oltre allo stesso chitarrista, alcuni suoi vecchi amici come il bassista Auden Erlien e i due batteristi-percussionisti Erland Dhalen, che suona anche il vibrafono e Wetle Holte, quest’ultimo anche al mellotron e all’organo. Phantasmagoria è un lavoro un po’ spiazzante per i suoi continui rimandi a certo rock nordico-germanico dei ’70. Come in una spettrale successione d’immagini passano davanti ai nostri occhi gruppi come Can, Neu, Amon Duul, Agitation Free, Popol Vuh fino al riproposi di eidola come i Pink Floyd o addirittura come gli Hawkwind, tanto per non farci mancare nulla. E il jazz? Togliamoci subito il dente guasto: questo è un disco di “nuovo” rock. I jazzofili che hanno in mente il termine – orrendo – di ”avant-jazz” faranno meglio a cercare altrove. Piuttosto Aarset è un musicista contemporaneo che ha smarrito volontariamente le certezze direzionali del primo Electronique noire per portarsi in un mare aperto caratterizzato da ambigui riflessi lunari e luminescenze ipnagogiche. Siamo lontano anni luce dalla tradizione jazz ma assai più vicino al “…dove eravamo rimasti?” della fine dei ’70, quando rock ed elettronica si unirono in un matrimonio soddisfacente, pur di breve durata. Non si tratta però di una reminescenza vintage, anzi, ci troviamo di fronte ad un disco carico di elettricità, un temporale all’orizzonte che fa presagire sviluppi futuri imprevedibili pur con l’agitarsi di certi ricordi che rollano l’imbarcazione con un inquieto beccheggio.

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