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Recensione

Kettle of Kites – Arrows (Autoproduzione, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

I Kettle of Kites tornano dopo quattro anni dal loro primo album e lo fanno con Arrows, un disco di nove brani che si incentra su suoni folk ma che non si limita alle strutture e alla forma canzone canonica del genere. In questi anni il gruppo ha cambiato formazione infatti sono rimasti Tom Stearn e Pietro Martinelli (rispettivamente voce e basso) e si sono aggiunti Marco Giongrandi e Riccardo Chiaberta (chitarra e batteria). Questi ragazzi inoltre vivono in città e paesi diversi, come infatti si può notare nell’ascolto del progetto ognuno aggiunge le proprie influenze ma riuscendo a creare un disco ben strutturato e coeso. Ma se volete sapere di più su di loro, sulla provenienza di ciascuno e sul processo creativo che ha portato alla luce questo disco vi basterà leggere l’intervista che potete trovare qui.

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Jennifer Gentle – Jennifer Gentle (Tempesta Dischi, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Esistono dinamiche strane in Italia. Abbiamo avuto grandissimi gruppi che, cantando in italiano, hanno fatto davvero storia, così come abbiamo musicisti considerati “indie” che eseguono pezzi leggermente meno “commerciali” ma abbastanza da meritarsi la radio e un po’ di popolarità. Poi ci sono quei gruppi che nascono in silenzio e che sono tutto tranne che in linea con il filone underground nazionale, a cominciare dalla lingua. Sì, perché se hai una band composta da italiani e canti in inglese qui non ti considera nessuno. Invece il nostro paese ci ha offerto negli ultimi anni musicisti davvero talentosi, capaci di andare oltre, di comunicare attraverso la propria musica e sì, utilizzando l’inglese, la lingua più musicale del pianeta. E’ semplicemente una scelta stilistica, la famosa libertà di espressione dell’arte che tanto andiamo a predicare.

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Roger Waters. Us + Them – Il film concerto

C I N E M A


Articolo di Giovanni Tamburino

Già semplicemente sentire il nome di Roger Waters basterebbe a far accorrere una moltitudine di gente da ovunque, una chilometrica lista di categorie umane messe insieme dal grande punto di non ritorno nella storia della musica che prende il nome di Pink Floyd. Eppure la storia dello storico bassista non si esaurisce con la rivoluzione portata avanti con Mason, Barrett, Gilmour e Wright, ma si dilata nelle decadi successive, trovando nuovi terreni da esplorare e linfa nuova per i lavori che già lo avevano consacrato all’Olimpo della musica e non solo.

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Kazu Makino – Adult Baby (Adult Baby Records/K7, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Joshin E. Galani

E’ uscito a settembre Adult Baby, album dell’artista giapponese Kazu Makino, polistrumentista e cantante dei Blonde Redhead (gruppo indie-rock newyorkese, attivo dal 1993, composta da Kazu Makino e dai gemelli italiani Simone e Amedeo Pace) che, per questa uscita presenta semplicemente il suo nome di battesimo.
Esce per la Adult Baby Records, etichetta fondata dalla stessa Kazu Makino e distribuito dalla K7.
Anticipato ad aprile dal singolo Salty girato all’isola d’Elba dove Kazu si è trasferita ed ha visto nascere questo suo nuovo progetto.

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Liam Gallagher – Why Me? Why Not (Warner Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Dove eravamo rimasti?
Ah si, As you were di Liam batte Who built the moon? degli High flying birds di Noel 1 a 0 e palla al centro, come direbbero i 2 fratelloni tifosi del Manchester City.
Ma se è la fede calcistica ad unirli, non si può dire lo stesso del sangue… Tante le diatribe familiari e troppe le rivalità, sfociate in quel maledetto 29 agosto 2009 a Parigi, quando la chitarra che aveva accompagnato Noel durante tutti i live intorno al mondo (All around the world) si infranse in mille pezzi sul suolo francese, scagliata con una tale violenza da Liam che quel gesto segnò il punto di non ritorno.

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Andrea Arnoldi e Il peso del corpo – Le metamorfosi (Loft-1, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Eleonora Montesanti

Le Metamorfosi è il nuovo mutevole album di Andrea Arnoldi e il peso del corpo, il sesto in studio per il progetto cantautorale bergamasco, ora composto da Arnoldi e una formazione stabile di cinque elementi.
Il nuovo album sveste i panni acustici e la lirica citazionista a favore di undici brani graffianti e minimali, che a tratti si immergono nella musica contemporanea. Le Metamorfosi, pertanto, è un disco eterogeneo e sorprendente: la forma canzone esiste a stento e laddove si colgono le sue tracce, l’originalità ha comunque la meglio.

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Uochi Toki – Malaeducaty (Light Item, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

Malaeducaty è il nuovo progetto di Uochi Toki e collocarlo in qualsiasi genere o ambito musicale risulta davvero impossibile; anche metterlo tra coloro che vanno controtendenza non risulta efficace per spiegare questo progetto alquanto particolare. Il disco è composto da diciassette tracce con strumentali composte semplicemente da bassi e rumori. Ovviamente non si tratta di quel tipo di rumori quasi soavi che troviamo spesso nella musica noise, in questo caso si tratta di suoni molto più “hard” e distorti.

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Gianni Togni – Futuro improvviso (Acquarello, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Savino Di Muro

Gianni Togni torna sul mercato discografico con Futuro Improvviso, quindicesimo lavoro in studio. Fa seguito a Canzoni Ritrovate, pubblicato nel 2016, contenente canzoni originali che avrebbero dovuto far parte del suo secondo album nel 1977, un disco prodotto da Red Canzian e mai uscito.
Inizia a suonare da bambino con una chitarrina Eko regalatagli dal padre e con il pianoforte scordato della nonna. Impara esercitandosi su pezzi di Bob Dylan e Donovan, traducendoli e suonandoli a suo modo, comincia successivamente a scrivere proprie canzoni. A diciassette anni entra al Folkstudio, facendo un provino un po’ per caso.

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The Black Keys – Let’s Rock (Nonesuch Records, 2019)

R E C E N S I O N E


Articolo di Manuel Gala

Una storia pura, semplice, di quelle classiche da film.
Due amici, una cantina e un registratore a far da cornice a Dan Auerbach e Patrick Carney, nati e cresciuti nella cittadina di Akron, uniti dal destino quasi per caso. Nel 2001 Dan prenota lo studio di registrazione per la sua band, i The Barnburners, ma dei componenti non si presenta nessuno. Così Pat prende la palla al balzo, come quei treni della vita da prendere assolutamente, e scende le scale del suo scantinato, prende due bacchette e inizia una jam session rullando sulla batteria improvvisando e dando vita alla prima canzone targata Black Keys.

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