R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Notarangelo
Lo ammetto candidamente. È difficile approcciarsi a un disco come questo per tutta una serie di motivi. Ma un recensore non se la può cavare così a buon mercato e per onestà deve quanto meno una spiegazione. I nomi qui proposti sono altisonanti: Nick Cave, cantautore australiano nonché leader di quei Bad Seeds che molto hanno dato alla musica in termini di produzione e qualità e Warren Ellis, suo sodale ormai da anni e fondatore negli anni ’90 di quel piccolo miracolo musicale chiamato Dirty Three. Non è la loro prima collaborazione. I due si sono incrociati nel 1993, quando Cave stava uscendo sui mercati con uno dei dischi più intensi dei Bad Seeds, quel Let Love In che al suo interno conteneva due pezzi nei quali Ellis donò le sue splendide parti di violino (Ain’t Gonna Rain Anymore e Do You Love Me? (Part 2)). In seguito (dal 1995 in poi), quest’ultimo entrerà a piccoli passi nel mondo dei “Semi Cattivi”, per poi farne parte in pianta stabile e non uscirne più. Rapporto particolare e speciale quello che lega i due musicisti; si può dire infatti, senza risultare blasfemi, che il secondo abbia salvato la splendida carriera del primo.

Warren Ellis, come abbiamo anticipato, negli anni è riuscito a farsi strada nelle gerarchie del gruppo, fino a rimanere, non solo l’unico collaboratore, ma anche colui che ha aiutato Cave a traghettare il suono dei Bad Seeds verso nuovi lidi. I due hanno infatti introiettato poetiche ed input esterni fino ad allora poco esplorati, e hanno creato struggenti opere che nulla possono invidiare ai giustamente riconosciuti capolavori del passato. È un caso più unico che raro e rappresenta in musica quello che a tutti gli effetti è definito il Paradosso de La Nave di Teseo, e cioè la questione metafisica per la quale viene espressa la questione dell’effettiva persistenza di un’identità originaria, nonostante le unità originali cambino nel tempo. La Nave, che viene conservata per i posteri, ogni anno cambia dei pezzi, ma alla fine, dopo essere stata sostituita nella sua interezza resta sempre uguale a sé stessa. Fatta la dovuta premessa, indispensabile per comprendere l’alchimia del duo, ecco ritrovarci oggi tra le mani la terza vera e propria collaborazione uscita con la ragione sociale Nick Cave & Warren Ellis (dopo White Lunar del 2009 e Carnage del 2021). Si tratta di un’occasione mancata e non perché si tratti di un disco brutto, ma è sicuramente un’opera della quale non se ne comprende la ragione. D’accordo, Back To Black è la colonna sonora di un film dedicato ad Amy Winehouse e del quale non posso parlare non avendolo visto. In tutto questo devo però cercare di farmi un’idea per immagini e proprio non ci riesco. Da una parte ho in mente loro due e il gusto sopraffino e delicato di approcciarsi alla musica; dall’altra vedo il viso di Amy e lo associo al soul, al rhythm and blues e a tutte quelle sfumature black che trasudavano sincerità e vivevano nel suo Io più profondo. Dov’è l’associazione? Non c’è. Il disco non è assolutamente brutto, ma si tratta di altro.
Si apre con Opening, la quale sembra profetizzare a qualcosa di fiabesco in stile Sigur Ros, ma già in Park Bench, (letteralmente la panchina del parco), un flauto sembra trasportarci per qualche istante in oriente, tra bambù e documentari di National Geographic Channel. Tornano i campanelli (dei quali si abusa a dismisura), nella successiva Tatoo Parlour, mescolati al flauto presente in primo piano. Si tratta, come è giusto che sia, di musiche per immagini, nelle quali però le pause, i silenzi e le riprese decise ci raccontano altro. Ad esempio, il trittico costituito da Snooker Hall, Sort Yourselves Out e Soho to Glastonbury, il quale ci fa viaggiare con la mente e ci tele trasporta in una pregevole colonna sonora di fantascienza. In chiusura The End offre proprio la consueta sensazione dei titoli di coda che ci si aspetta di trovare quando al cinema riaccendono le luci. Ma lo spettacolo non è finito. Dopo i venti minuti preparatori descritti qui sopra, ecco giungere alle nostre orecchie l’unico pezzo degno di nota: Song For Amy. La canzone, questa sì vera e propria, racchiude tutti i precedenti passaggi sonori e si sviluppa subito dopo un accenno di piano attraverso la calda e malinconica voce di Cave che ci abbraccia con delicatezza e ci conforta. Tre minuti e 20 secondi di calde lacrime dove ogni persona che ha amato la Winehouse e si è immedesimato nella sua storia fatta di sconforto, successi e nuovo sconforto, non potrà non cantare in coro e suonarla insieme ai nostri due. Per citare il testo, Amy la si ama così com’era e lei, da qualche parte, lo percepisce. Il pubblico non l’ha mai dimenticata e si disinteressa ai “sentito dire”. Tutto questo a prescindere dal film e da questa colonna sonora, che è tutto fuorché imprescindibile. Peccato.
Tracklist:
01. Opening (1:01)
02. At the Taxi (1:57)
03. Park Bench (0:52)
04. Tattoo Parlour (1:29)
05. Dublin Castle (1:21)
06. Snooker Hall (2:07)
07. Sort Yourselves Out (1:20)
08. Soho to Glastonbury (4:18)
09. Holloway Prison (2:40)
10. The End (2:02)
11. Song For Amy (3:20)
12. Song for Amy (Reprise) (2:12)
Photo © Focus Features




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