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Sabrina Tolve

Iosonouncane – Ira (Trovarobato/Numero Uno, 2021)

R E C E N S I O N E


Articolo di Sabrina Tolve

Il 16 dicembre 2019, Iosonouncane annuncia il suo nuovo album Ira.
Prima che la pandemia si abbattesse sul mondo, prima che un’altra visione delle cose potesse effettivamente entrare a far parte della nostra quotidianità, l’idea era un’esecuzione integrale nei teatri per la presentazione dell’album.
Come tutti sappiamo, questo non è accaduto – eppure mi sento di sottolineare quanto un’idea simile potesse avere assolutamente senso.
Ascoltando l’album, infatti, ci si rende conto di quanto quest’opera sia monumentale. Non credo ci siano altre parole per descriverlo.
Ira è un viaggio trascendentale. È una creatura intrinsecamente violenta, che urla contro l’ordine costituito e lo status quo. È un percorso d’analisi e di cammino, fatto di fierezza e alterigia e che ha in sé frammenti di bellezza e calma in un marasma d’emozioni senza freni inibitori.
È un’opera rabbiosa, fatta di collera e provocazione sensoriale, attraverso cui ci si ritrova in contatto, in un certo senso, con il proprio io e con la natura umana esposta in tutte le sue sfaccettature: Ira è il racconto del movimento evolutivo, del senso del sacro, della comunicazione. È una narrazione intrisa di simbolismo, fatta di neologismi e idioglossia, in cui il lavoro di ricerca sonora e l’unione di ogni filamento della trama musicale è a dir poco colossale: è un’opera opulenta, fatta di uno studio minuzioso che traspare con naturalezza già dalle prime note.

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Il Muro del Canto: distanza, amore, tempo e ricordi… [l’intervista]

I N T E R V I S T A


Articolo di Sabrina Tolve

A quasi sette anni da L’Ammazzasette, Il Muro del Canto ha pubblicato a ottobre dell’anno scorso L’amore mio non more, album vibrante e bellissimo di cui trovate la recensione QUI. Nonostante io viva ormai in Irlanda, Il Muro del Canto è uno dei ricordi più cari che abbia della mia vita a Roma, e uno dei legami più forti che abbia con la città eterna: le descrizioni della metropoli, le sue dinamiche, le sue storie di amore e coltello, la sua immensa mitologia fatta di piccole storie di miseria umana, sono puntuali e poetiche, ed esprimono quanto di più grande, fragile e complicato questa città abbia da offrire. Ma come detto altrove, queste storie non appartengono solo a Roma, sono storie che in un modo o nell’altro ci riguardano tutti.
Nei testi, Il Muro del Canto racchiude tutta questa bellezza e delicatezza, con tenerezza e sprezzante ironia. Questi sono i motivi principali per cui, quando ho saputo di poterli intervistare, non ho indugiato un secondo. Questo è quel che è venuto fuori, tra distanza, amore, tempo e ricordi, con il frontman Daniele Coccia.

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Il Muro del Canto – L’amore mio non more (Goodfellas, 2018)

Articolo di Sabrina Tolve

A due anni dall’uscita di Fiore di Niente, venerdì 19 ottobre è stato finalmente il turno di L’amore mio non more, quarto album de Il Muro del Canto, pubblicato da Goodfellas.
Dodici brani, alcuni di una bellezza davvero incredibile e struggente: è impressionante quanto la band sia cresciuta, soprattutto a livello musicale. C’è un’apertura a sperimentazioni di stili e ritmi diversi, che svicolano ma non si allontanano troppo dalla tradizione deliziosamente folk che li caratterizza da sempre; c’è un’altra novità, che è quella che sembra aver stupito i più: i brani in italiano, Stoica e Il tempo perso.
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Vladimir Nabokov – Fuoco pallido (Adelphi, 2002)

Articolo di Sabrina Tolve

«Solo questo: non il testo, [ma] l’ordito; non il sogno
Ma una coincidenza confusa,
Non debole non-senso, ma un ordito di senso.
Bastava che nella vita potessi trovare
Una sorta di fasullo legame, una sorta
Di correlato disegno del gioco,
Duttile arte, e almeno una parte dello stesso
Piacere che chi lo giocava trovava in esso.»

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Pier Vittorio Tondelli – Camere separate (Bompiani, 1989)

Articolo di Sabrina Tolve

«La solitudine impietosisce gli altri. A volte lui sente lo sguardo indiscreto della gente posato sulla sua figura come un gesto di una violenza inaudita. Come se gli altri lo pensassero cieco e gli si accostassero per fargli attraversare la strada. Certe premure lo offendono più dell’indifferenza, perché è come se gli ricordassero continuamente che a lui manca qualcosa e che non può essere felice. Si vede con un lato del corpo sanguinante, una cicatrice aperta dalla quale è stata separata l’altra metà.»

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Émile Zola – Lo scannatoio (Feltrinelli, 2018)

Articolo di Sabrina Tolve

«Mettere piede lì dentro era come rivivere un lutto. A quell’ora di notte, il portone, tutto aperto e scassato, sembrava una bocca spalancata. E pensare che tanti anni prima aveva desiderato un cantuccio in quel falansterio diruto! Ma allora, a quei tempi, doveva essere sorda come una campana, per non sentire quella musica immonda, quel terribile concerto della disperazione che rimbombava dietro ai muri! (…) Nel cortile, le parve veramente di stare al camposanto; la neve aveva riempito per terra un pallido quadrato; le alte facciate si stagliavano grigie, tetre e mute, sembravano rovine abbandonate; e nessun anelito, pareva un intero villaggio sepolto, che soccombe al freddo e alla fame.»

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Blonde Redhead – 3 O’clock (Asa Wa Kuru – Ponderosa, 2017)

Articolo di Sabrina Tolve.

il 13 marzo, in licenza esclusiva a Ponderosa Music & Art e per la propria etichetta Asa Wa Kuru, i Blonde Redhead hanno pubblicato l’EP 3 O’clock.
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Carlo Alianello – L’alfiere (Einaudi, 1942)

Articolo di Sabrina Tolve

«Il progresso c’è, e io ci credo. Che cristiano sarei se non ci credessi? Solo che d’una cosa sono sicuro: che il progresso non ci viene da fuori. Da dentro ha da venire. […] Non esistono buone leggi per un popolo corrotto e sono gli uomini che fanno le leggi, non le leggi gli uomini. Tu il progresso vuoi? Sissignore: anche io. Sii onesto, se l’onestà ti mancava, e questo è certamente un bel progredire. E se già eri un galantuomo, cerca di diventare migliore. Ma a quel progresso che ti porge la politica, tu non ci credere, ch’è roba sporca.»[1] 

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Tommaso Landolfi – Racconto d’autunno (Vallecchi, 1947)

landolfi

Articolo di Sabrina Tolve

«E, in seguito, rividi quei luoghi nel crepuscolo lagrimoso, come la prima sera che vi ero giunto, o spesso e violaceo, come la prima volta che la avevo trovata, o colla pioggia diritta e insistente, come quella notte, colla tempesta, col vento urlante come una creatura incatenata, colla nebbia sbrindellata sulle cime; in una delle mille figure di quella inebriante e malinconica stagione, che erano altrettante figure della mia anima.»[1]

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