I N T E R V I S T A
Articolo di Sabrina Tolve
Questa intervista nasce in occasione dell’ultimo lavoro di Andrea Chimenti (qui la recensione), un artista che da sempre si approccia alla musica con stupore, curiosità e voglia di ricerca. Nel corso di questa conversazione sono emersi i temi che accompagnano questo nuovo capitolo: il tempo, la trasformazione, e quel dialogo continuo tra ciò che è stato e ciò che ancora deve prendere forma. Le sue parole arrivano come un punto fermo, con una consapevolezza maturata lungo il percorso: voltarsi indietro serve solo a misurare la distanza, a prendere fiato prima di continuare. L’immagine che offre del suo presente è aspra, quasi spietata — un paesaggio fatto di assenze e tracce — eppure attraversata da un segno di costruzione, da qualcosa che insiste nel voler nascere.

Dopo quarant’anni di carriera, cosa ti ha spinto a tornare proprio ora su queste canzoni? C’è stato un momento preciso in cui hai sentito che era necessario farlo?
È stata una proposta di David Bonato della VREC che inizialmente ho accolto di malavoglia. Raramente mi sono messo a suonare le mie vecchie canzoni e posso dire che i brani dei Moda da quegli anni ’80 non li avevo mai più considerati, non perché non mi piacessero, ma perché li reputavo lontani da quello che sono oggi. Devo dire che il mio sguardo è sempre stato rivolto al presente, mai al passato. Quindi, sul momento la proposta di David mi ha lasciato interdetto, poi nei mesi successivi ci ho riflettuto molto. Ho capito che poteva essere un’occasione quella di fare il punto e guardarmi indietro prima di affrontare un nuovo percorso. Devo ringraziare David perché questa operazione mi ha aiutato a capire molte cose.
Quanto c’è di riscrittura emotiva, oltre che musicale, in Del mio cuore in fondo – Collection Vol.1?
Il disco è stato affrontato emotivamente, è l’unico modo con cui riesco ad affrontare un brano musicale. Anche in questo caso, pur trattandosi di brani del mio passato, l’aspetto emotivo è stato centrale e forse dovendo andare a ritroso nel tempo l’emotività è stata ancora più forte. Accade a tutti di legare una canzone a determinati periodi della nostra vita, questo accade ancora di più se di quella canzone siamo gli autori. Mi sono reso conto che quei testi avevano ancora un forte significato per la mia vita e l’arrangiamento, curato insieme a Francesco Cappiotti, ha vestito quelle note e quelle parole ritrovando l’emozione di un tempo.
Riascoltando e reincidendo brani nati negli anni ’80 con i Moda, hai avuto la sensazione di incontrare una persona diversa o di riconoscerti ancora in quel linguaggio?
Mi sono assolutamente riconosciuto, anche se il tempo trascorso ha cambiato molte cose, il dna è lo stesso. Oggi molte cose le avrei fatte diversamente, ma in linea di massima mi sono rispecchiato ed è stato un po’ come dialogare con un me stesso di molto tempo fa.

La presenza di tanti ospiti – da Gianni Maroccolo a Tori Sparks – sembra creare una comunità sonora. Quanto è stato importante il confronto con gli altri nel dare nuova forma ai brani?
Il confronto con gli altri è un aspetto essenziale nel mio lavoro, almeno per come lo intendo io. Le collaborazioni arricchiscono sempre e offrono un punto di vista diverso della canzone. Mi piace quando un musicista riesce a stupirmi proponendomi delle soluzioni a cui non avrei mai pensato. Per me è molto importante la composizione iniziale, l’impianto della canzone che di solito nasce in solitudine, ma poi le sinergie vanno a compiere una magia. Così è sempre stato con tutti i musicisti con cui ho avuto la fortuna di suonare. Francesco Cappiotti ha dato tantissimo in termini di arrangiamenti e produzione ed essendo un poli-strumentista con grande personalità ha lasciato una forte impronta. Gianni Maroccolo è uno che ti spiazza, ha una forte personalità con una grande storia alle spalle e anche se in questi brani è entrato in punta di piedi il suo basso si sente e si fa notare. Lo stesso posso dire per Tori Sparks che ha cantato in un modo che non mi sarei aspettato e mi ha stupito per come ha interpretato la canzone, come Mauro Ermanno Giovanardi che ha dato un’interpretazione molto libera di Yuri con la sua splendida voce. Anche Massimo Fantoni con il suo modo di suonare capace di andare oltre lo strumento che ha in mano ha arricchito tanto Ti Ho Aspettato. Mio figlio Francesco Chimenti, come mi aspettavo, ha saputo interpretare La Cattiva Amante al violoncello con grande maestria e aggiungendo profondità al brano. Shawn Lee è stato per me una sorpresa e le sue percussioni fanno volare Garcia. Giorgio Cedolin è un batterista che amo particolarmente perché ha un grande tocco e non è il solito batterista muscolare, ma un musicista che usa la testa riuscendo a fare sempre la cosa giusta e sempre con grande umiltà. Che dire di Fabio Galavotti e Fabio Chiappini dei Moda… è stata una pioggia di emozioni risuonare con loro due pezzi che avevamo composto insieme negli anni ’80, un vero tuffo nel passato.
Proprio parlando di Ti ho aspettato, uno dei tuoi pezzi più intensi, anche per la collaborazione con David Sylvian, cosa cambia oggi nel modo in cui lo senti e lo interpreti?
Trovo a tutt’oggi in quella canzone una forte matrice spirituale, sospesa e misteriosa. C’è una magia intorno a quella collaborazione, di quelle magie che si verificano poche volte nella vita e ancora oggi la sento pulsante. Finite le registrazioni io e Sylvian siamo rimasti entrambi soddisfatti del brano e ancora oggi, pur cantando il pezzo da solo, trovo che abbia il suo senso di esistere e di essere eseguito dal vivo, infatti lo metto sempre in scaletta nei miei concerti.
Hai spesso lavorato sul concetto di trasformazione, anche attraverso collaborazioni con artisti molto diversi tra loro. Oggi cosa significa per te “evolvere” musicalmente?
Non voglio rimanere legato ad una cosa fatta. È come se con un disco esaurissi il bagaglio di sensazioni e di esperienze che mi hanno portato fino a quel punto. Occorre del tempo perché io torni nuovamente a fare un nuovo disco, è come se dovessi ricaricarmi, accumulare nuove emozioni, pensieri, idee. Ho bisogno di stupirmi e io sono piuttosto curioso e la curiosità ti spinge a cercare. Lo stupore è quasi sempre dietro l’angolo e se si è ancora in grado di stupirsi allora si può sperare di riuscire ancora una volta a lasciare qualche emozione. In musica ci si evolve certamente con la ricerca musicale, ma soprattutto con la lettura, con il cinema, andando a visitare mostre e tutto quello che può essere cibo per la mente. Tutto poi confluisce magicamente verso una nuova idea, un nuovo progetto musicale che non sarà uguale al precedente perché avremo con noi un nuovo bagaglio pieno di novità e nuova conoscenza.
Questa raccolta è più uno sguardo indietro o un modo per chiudere un capitolo e aprirne un altro?
Certamente per aprire un nuovo capitolo. Guardare indietro è come quando in una camminata in montagna ci si ferma a riprendere fiato e guardiamo verso valle da dove siamo partiti. In quel momento capiamo quanta strada abbiamo fatto e raccogliamo le forze per proseguire il cammino.
Se dovessi descrivere con una sola immagine “il fondo del tuo cuore” oggi, rispetto a quando hai iniziato, cosa vedremmo?
Un deserto con molte tombe abbandonate e in lontananza una città che sta nascendo.

Photo 2 © Gianfranco Mura, 3,4 © Lionello Nardon






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