L I V E – R E P O R T


Articolo di Olivia Gazzarrini, immagini sonore di Davide Santi

Il Firenze Jazz Festival 2026, dopo i tre giorni di programmazione all’insegna della sperimentazione, si conclude con i C’mon Tigre, ultima proposta della serata conclusiva della domenica, dopo lo scoppiettante concerto di Teho Teardo e Blixa Bargeld e l’apertura del quartetto jazz sperimentale dei Meraz. Lo scenario che fa da cornice è il magnifico Giardino delle Scuderie Reali dell’Istituto d’arte di Firenze, luogo molto amato dai fiorentini e riaperto ai concerti live dopo qualche decennio. L’area ha un passato legato a grandi eventi come quello risalente al 1981, quando accolse circa 20.000 spettatori per un memorabile concerto di Edoardo Bennato.
Nonostante la risacca umida, l’atmosfera è calda e il pubblico, rimasto presente fino a sera inoltrata, appare in stato di massima trepidazione. I C’mon Tigre stanno portando in giro dall’inizio di questa estate, il tour sperimentale, che si conclude con questa data fiorentina, preceduto ed affiancato dall’uscita di una serie di singoli, che ha voluto anticipare e preparare l’uscita del loro nuovo album Lumina, prevista per il 2 ottobre.

Dopo un attento soundcheck, la formazione si distribuisce delicatamente alle proprie postazioni. La formazione si presenta con Pasquale Mirra al vibrafono, presenza stabile da un po’ di anni nell’ensamble e l’unico a cui sono in grado di dare un nome, un violoncello, suonato da un’artista di origine nordafricana, una batteria elettronica, un oud, chitarre elettriche, un synth e un basso con i rispettivi talk box, collegati da lunghi tubi sinuosi e trasparenti che disegnano una scenografia composta esclusivamente dallo stiloso logo della band.
Nati nel 2014 intorno al duo che lo ha fondato e rimanendo per lungo tempo in una sorta di anonimato, i C’mon Tigre non si definiscono band ma collettivo musicale in continua rotazione multicolore e contaminazione culturale e geografica sempre diversa, proponendo un genere volutamente non definibile che fonde afrojazz, musica elettronica, world e funk.

Il concerto parte sul ritmo di una batteria pressante, con un violoncello sostenuto e raddoppiato dai propri loop e una base techno, che fa riaffiorare alla memoria famose sonorità da club culture degli albori. Lo splendido oud, un strumento mediorientale cordofono e senza tasti della famiglia dei liuti, crea sonorità calde e desertiche, mentre il violoncello lo mima, producendo un ritmo orientaleggiante, incalzato dal vibrafono che crea ipnotica circolarità e spessore analogico. I cambi drastici di sonorità da un pezzo all’altro, saranno una costante di questa performance senza regole apparenti, se non quella del gusto personale per suoni messi a punto da ottimi musicisti forse in lunghe psichedeliche jam session. Si passa dal metal ad un ritmo tribale abbellito dalla voce a cappella della violoncellista, da basi e campionamenti live a cori africani ed echi trip-hop ed il risultato è un marasma musicale sovversivo. Una sovrapposizione continua di atmosfere dissonanti che nel momento in cui sembrano incanalarsi in una forma identificabile, cambiano rotta stravolgendo un apparente ed accennata linea melodica. Un free genre neanche ballabile che richiede un ascolto privo di troppi mentalismi e che fa perdere volutamente qualunque riferimento preesistente. Nel frattempo mi ancoro allo sguardo pieno di contentezza del batterista che trasfigurato percuote e produce suoni secchi e sordi dalla sua batteria elettronica e alla rifrazione delle onde frequenziali che fuoriescono luminose dal vibrafono di Mirra, che si dileggia in performance dalla rapidità esecutiva e produzione di note strabilianti. Gioco dissociato di stratificazioni di suono, forse quello a cui sto assistendo è una dodecafonia nevrastenica che riflette il mondo contemporaneo fatto di uomini soggiogati dalle macchine e stritolati dagli impulsi elettronici ed elettromagnetici. Una trip-dance techno-noise d’autore, destrutturata e reminiscente a tratti degli splendidi anni’90.

Tra beat velocissimi, incessanti ed esasperanti e dialoghi finissimi tra vibrafono e chitarra elettrica, la voce dell’Africa torna a ricordarci da dove siamo stati generati in quanto specie e placa il caos esterno e che risuona immediatamente oltre il muro di questo giardino incantato, dove il tempo sembra scorrere a ritroso. Ecco che la musica traduce in un’analisi aggiornata il rapporto tra uomo e macchina nell’era dell’iperdigitalizzazione e della quarta rivoluzione industriale. I suoni e le arti visive sono sempre riusciti in maniera straordinaria a tradurre lo spirito dei tempi in termini filosofici, formali ed estetici e il collettivo di stasera rappresenta l’avanguardia musicale più spinta e consapevole che riflette a pieno il delirio culturale ed umano nel nuovo ventennio del terzo millennio.

Immagini sonore Ⓒ Davide Santi

Rispondi

In evidenza

Scopri di più da Off Topic Magazine

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere