L I V E – R E P O R T
Articolo di Olivia Gazzarrini, immagini sonore di Davide Santi
In una domenica sera di fine estate, ritrovarsi all’interno del giardino delle Scuderie reali dell’Istituto d’arte di Firenze, si traduce in un’emozione fortissima e campanilistico orgoglio. Questo scenario unico racconta una parte molto importante della storia di Firenze, prima che l’overtourism la trasformasse in un non-luogo esanime e senza più identità. La poesia si distribuisce agli occhi di chi entra, facendo risuonare il prestigio storico e artistico di un Istituto d’arti decorative che non ha eguali nella storia d’Italia. Una scuola che ha forgiato maestri a dir poco illustri come Zeffirelli, Pescucci, Coppedè e Michelucci per citarne solo alcuni. Un’architettura dagli spazi eleganti e maestosi, che contiene al suo interno una celebre pinacoteca di gessi di importantissimi capolavori scultorei dal Trecento al Novecento. Avendo il Comune fatto ai fiorentini un regalo, bello quanto ruffiano riaprendone i battenti come arena per concerti, è questo il luogo designato dall’organizzazione del Firenze Jazz Festival alla programmazione sperimentale dei suoi tre giorni conclusivi.

Una scelta eclettica ed ibrida che esula dal jazz che da una parte si rivolge ad un pubblico che era ventenne negli anni ’90, e dall’altra di più giovani. Nell’intento sia di avvicinarli a band di culto come i Casino Royale e di attrarli a partecipare con generi più sofisticati, contemporanei e di respiro internazionale. Perciò il reggae di Alborosie, l’elettronica e l’ambient cinematica di Teho Teardo e Blixa Bargeld e la contaminazione di afrojazz, elettronica e world dei C’mon Tigre.
E proprio Teho Teardo, di cui abbiamo amato lo strepitoso Concerto al buio del 2025 in occasione del festival Mixitè al Parc di Firenze, ci chiama all’ascolto di un progetto che lo trova nuovamente in coppia con una leggenda come Blixa Bargeld, fondatore nel 1980 dei Einsturzende Neubauten, la band rumorista più significativa ed importante del movimento Industrial e dal 1984 al 2003 chitarrista e cantante nei Bed Seeds di Nick Cave. I due collaborano dal 2013, anno in cui hanno pubblicato il loro primo album intitolato Still Smiling, a cui ha fatto seguito nel 2016 Nerissimo e nel 2024 l’ultimo lavoro Christian & Mauro, che stanno portando in tour da un paio d’anni.

Il pubblico di questa sera è ben più numeroso rispetto a quello della serata precedente, in cui i Casino Royale, sempre capeggiati dalla carismatica presenza e dell’intramontabile frontman Aliosha, hanno dimostrato, dopo più di trent’anni, l’intesa, la forza comunicativa e l’ardore ancora incandescente di fare musica insieme e con la stessa classe (di altri tempi) che li contraddistingue. Tra reminiscenze jazz anni ’80 assistiamo con curiosità all’esibizione dei Meraz, giovanissimo quartetto fiorentino di jazz sperimentale, che apre la serata ai due attesissimi artisti.
Ecco che il palco viene rapidamente sistemato e disposto in modo da accogliere al centro il quartetto d’archi, seguito dal violoncello suonato da Laura Bisceglia e dal clarinetto basso suonato da Gabriele Coen, di cui mi catturano lo sguardo prima i suoi tre bocchini e poi la sua lunghezza. Teho Teardo sfoggia un set di campane e uno strumento artigianale formato da tre basi percussive di legno con rispettivo tasto/cassa in tessuto che probabilmente fa cose che non saremo mai tenuti a sapere. Lo interpreto a mio modo: tre tasti espansi di uno xilofono destrutturato. Come un elegante mago di Oz ridisegnato da Tim Burton, Blixa Bargeld entra sul palco scalzo, con ombretto blue glitterato sulle palpebre e con un completo grigio cenere, da cui pendono fili bianchi da imbastitura e su cui si adagiano i suoi lunghi e lisci capelli argento.

Con lo sguarda posseduto e magnetico, attacca fiero e solenne il primo brano Starkregen, in cui alterna armoniosamente il tedesco ad un italiano rudimentale. Seppur affascinante, se ne scusa ripetutamente, scimmiottandone la resa tedescofona: “Buonasera, mi scusi, mi scusino come parlo, il mio italiano non ha fatto molta strada, facevo Latino a scuola, mi scusi il mio Italiano e il mio accento, quello non se ne va.” La teatrale presenza scenica di Bargeld si impossessa all’istante del palco e continuerà a farlo, nel bene e nel male, per tutta la durata dello spettacolo. Al suo ingresso Teardo è già posizionato davanti alla consolle ed impugnato il suo basso elettrico Fender VI, accompagnato dalla solita espressione imperturbabile e latentemente sofferta. Dopo il secondo pezzo del disco, eseguono una cover della splendida The Empty Boat di Caetano Veloso, trasformata in marcia percussiva e scandita dal basso, che si ripete in modo ostinato e costante e da un soave tappeto di archi, in cui il profondo ed intenso timbro vocale di Bargeld entra preponderante. Sarà più o meno questa la matrice sonora per tutto il dimenarsi del concerto, in cui l’uso trasversale di una grande varietà di strumenti, evoluzione e di melodie sempre diverse, andranno ad arricchire l’andatura moderata, seria e solenne dello spettacolo musicale. Da questo momento in poi, per l’incapacità del giovane ed inesperto fonico di palco di rimandare la voce nella spia di Bargeld e dargli la possibilità di sentirsi, inizia quello che sarà un vero e proprio accanimento, che a tratti diverrà feroce, fuori luogo e grottesco. Per cercare una soluzione mai trovata e affondare il dito nella piaga, verranno anche deflagrati feedback devastanti nelle delicate orecchie dei musicisti. Il concerto prosegue tra vocalizzi rapaci, guaiti emessi dal violoncello percosso dall’archetto e lamenti dei violini che stridono.

Il quarto pezzo è la bellissima reinterpretazione di una passacaglia o danza di morte del 1600, accompagnata dal suono sensuale dell’armonica di Blixa, che ci racconta aver acquistato durante la pandemia e che a causa del virus, ha perso anch’essa la capacità di suonare alcune note. La linea di basso fissa e il suono percussivo degli archi e del violoncello, ci trasportano in una trascendenza fisica lungo il filo di un baratro incombente pre-apocalittico. Ma la melodia che trasforma l’irreversibile ci ricorda la nostra capacità di provare amore e di generarlo come cura nel momento apparentemente più buio. L’ironia dei testi di matrice contemporanea restituiscono improvvisa e spensierata contentezza, anche grazie all’uso alternato delle tre lingue: italiano, inglese e tedesco di cui quest’ultima più foneticamente immaginifica. Nel frattempo vorrei correre ad abbracciare il giovane fonico ed eventualmente chiedergli cosa ne pensa cioè della musicalità della lingua tedesca…

Costellato da ripetute interruzioni ed uscite dal palco, il concerto viene piano piano canalizzato verso il suo termine. Scuse sincere sono proferite dalla bocca e dal cuore di Bargeld tanto quanto il suo rammarico per non essere stato messo in grado di esibirsi in modo appropriato: elegantemente polarizzato dalla compostezza di Teardo che ha continuato in modo impeccabile e professionale a produrre i suoi suoni e a dirigere i musicisti per tutta la durata dell’esibizione. Il concerto viene portato al suo termine da un pezzo che sento come un’ode di amore ai seminali Pink Floyd e ad Albinoni, in cui il violoncello e il basso scandiscono il tetro avvicinarsi di un’ecatombe mentre il ritmo circolare ci spinge dentro un bosco fatato ed animato di spiriti redentori. Veniamo riportati nell’attimo dagli struggenti ed intensi versi animaleschi emessi da Bargeld. La fine del concerto è anticipata per ovvi motivi, seppur il pubblico fiorentino, rinomatamente scafato, abbia cercato per tutta la sua durata di stemperarne i toni e far continuare l’esibizione, contestando il suo comportamento ed incitandolo a darci un taglio ed usando la nostra rinomata vena polemica una volta tanto per il boicottaggio di un’eccessiva aggressività, perpetrata in un luogo di pacifica e collettiva elevazione umana e di antica ed artistica bellezza.


Immagini sonore Ⓒ Davide Santi






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