R E C E N S I O N E
Recensione di Sabrina Tolve
Con il nuovo Fenian, il trio di Belfast conferma di essere molto più di un fenomeno provocatorio o di un caso mediatico. Dopo mesi segnati da polemiche, accuse politiche e attenzione internazionale, il gruppo irlandese torna con un disco che trasforma tutto quel rumore esterno in materia viva, rabbiosa e sorprendente. Un album che prende l’urgenza del loro linguaggio — musicale, politico e identitario — e la porta oltre la semplice provocazione. Fenian è il disco della maturità, ma non rinuncia al caos. Se Fine Art era un’esplosione istintiva e incendiaria, qui i Kneecap sembrano aver trovato un equilibrio più consapevole tra furia, ironia e vulnerabilità. Il rave-rap che li ha resi riconoscibili continua a pulsare ovunque, ma la produzione di Dan Carey amplia il loro mondo, toccando acid house, trip hop, elettronica sporca, bassi enormi e aperture quasi malinconiche che convivono senza perdere compattezza.

Il cuore del disco resta la lingua — inglese e gaelico che si intrecciano continuamente — ma questa volta emerge anche una dimensione più personale. Dietro i cori da stadio, le provocazioni e l’energia devastante, Fenian lascia filtrare paranoia, dolore, senso di accerchiamento e memoria collettiva. È un album che non smette mai di attaccare, ma che per la prima volta mostra chiaramente anche le ferite.
Apre Éire go Deo, che è una vera e propria dichiarazione politica. La sezione recitata iniziale vede la voce del compianto conduttore Rónán Mac Aodha Bhuí, illustre sostenitore della lingua irlandese, che dichiara dorn san aer do na Gaeil (un pugno in aria per gli irlandesi) – un incitamento a combattere per la conservazione e la vitalità della lingua irlandese. Le voci eteree, simili a canti, che si sovrappongono lungo tutto il brano sono dell’artista Róis, della contea di Fermanagh. L’inizio è dunque grido di battaglia suggestivo, e la perseveranza della lingua irlandese dà tono al più ampio progetto dei Kneecap di rivendicare il termine Fenian — un’antica parola che indicava i mitologici guerrieri irlandesi, e che in seguito è stata usata come insulto settario. Segue Smugglers & Scholars, oscuro, teso, quasi claustrofobico. Il brano parla del periodo rivoluzionario irlandese, quando gli operai e gli intellettuali si unirono, richiamando le tattiche storiche di contrabbando utilizzate per finanziare la resistenza. Carnival è caotica e trascinante, trasforma il clima mediatico attorno al gruppo in energia collettiva. Dentro c’è tutta la dimensione live dei Kneecap: cori, adrenalina e quella sensazione costante di rivolta imminente. Palestine è politica senza filtri, ma è anche un brano profondamente umano che unisce la lotta della liberazione contro la colonizzazione. Il featuring con Fawzi aggiunge peso a uno dei pezzi più espliciti dell’album. Le lingue utilizzate sono irlandese e arabo. Liars Tale è tagliente e aggressiva, costruita su beat nervosi e continui cambi di intensità. Qui il gruppo torna al lato più brutale e diretto del proprio suono. «Hanno cercato di fermarci etichettando i Kneecap come “terroristi”, con cancellazioni di eventi e dichiarazioni dello stesso Primo Ministro», aveva dichiarato la band. «Avevamo tutta la motivazione di cui avevamo bisogno… questa non è una reazione impulsiva, ma una risposta ponderata a chi ha cercato di zittirci. E ha fallito». Liars Tale fu infatti pubblicata a sole due settimane dall’ultima udienza del membro del gruppo Mo Chara presso la Royal Court of Justice di Londra, a seguito di un ricorso contro le accuse di terrorismo precedentemente respinte.
FENIAN, la title track, è il manifesto del disco: recuperare una parola storicamente usata come insulto e trasformarla in simbolo identitario. Un brano che tiene insieme orgoglio culturale e spirito di sfida. Segue Big Bad Mo, uno dei pezzi più esplosivi dell’album. Beat enormi, tensione continua e un’energia quasi punk nel modo in cui le voci si rincorrono. Probabilmente il momento più devastante del disco. Headcase è invece più paranoica e disturbata, lascia emergere il lato psicologico del disco. Qui il caos esterno diventa qualcosa di interiore. An Ra è un brano più stratificato e meno immediato, che parla ancora di colonizzazione e della necessità del Regno Unito di lasciare le sei contee dell’Ulster. Cold at the Top è uno dei momenti in cui i Kneecap sembrano riflettere davvero sul prezzo del proprio successo, mentre Occupied 6 torna appunto alla tensione politica di An Ra con atmosfere più scure e meditative. In Gael Phonics il lato più ironico e giocoso del trio riaffiora con forza. Ritmi veloci, slogan irresistibili e una scrittura che continua a usare il linguaggio come atto politico. Cocaine Hill è psichedelica e disturbante, quasi febbrile. Uno dei brani più imprevedibili dell’album, dove il trio sperimenta davvero nuove direzioni sonore. L’album si chiude con la bellissima e devastante Irish Goodbye. Con l’uscita di Fenian il primo maggio, i Kneecap hanno rilasciato proprio il video di Irish Goodbye, un cortometraggio di 12 minuti.
Il brano vede la partecipazione di Kae Tempest ed è stato scritto da Móglaí Bap in memoria di sua madre, che si è tolta la vita. In una lunga e sincera dichiarazione, Naoise descrive come la canzone sia nata dalla visione di vecchi filmati documentari sulla sua famiglia, che hanno fatto riaffiorare ricordi felici insieme al dolore. La band aveva già pubblicato nel 2020 una canzone sulle loro madri, affrontando lo stesso argomento, intitolata Mam. «Irish Goodbye parla delle cose banali che io e mia madre facevamo insieme. Non mi ero mai reso conto che sarebbero state le cose di tutti i giorni a mancarmi quando se ne fosse andata.»
Il finale dunque cambia completamente l’atmosfera, chiudendosi nel dolore, nella memoria e nella fragilità, e mostrando un volto dei Kneecap raramente emerso con questa chiarezza.
Fenian è un disco che riesce in qualcosa di raro: restare feroce senza diventare caricatura di sé stesso. I Kneecap continuano a provocare, a disturbare e a dividere, ma qui dimostrano anche una crescita enorme nella scrittura e nella costruzione dei brani. C’è rabbia e c’è paura, identità, memoria, senso di appartenenza e perfino vulnerabilità. È un album che suona vivo, sporco, urgente. Perché dietro tutto il caos mediatico, i Kneecap continuano a trasformare una lingua marginalizzata in cultura pop senza chiederne il permesso.
Tracklist:
01. Éire go Deo
02. Smugglers & Scholars
03. Carnival
04. Palestine (feat. Fawzi)
05. Liars Tale
06. FENIAN
07. Big Bad Mo
08. Headcase
09. An Ra
10. Cold at the Top
11. Occupied 6
12. Gael Phonics
13. Cocaine Hill (feat. Radie Peat)
14. Irish Goodbye (feat. Kae Tempest)






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