R E C E N S I O N E
Recensione di Claudia Losini
Bisogna iniziare con una premessa: il panorama italiano è ricco di artiste talentuose, che in qualche modo ottengono numerosi riconoscimenti all’estero, e in Italia trovano un terreno più difficoltoso. Ho avuto modo di parlare di questo con Invernoo, Yoniro, che trovano le loro sonorità nelle influenze della scena UK, di impronta femminile. Ultimamente sotto i riflettori sono arrivate Marta Del Grandi, Daniela Pes, Caterina Barbieri, facendosi portavoci di un genere, più sperimentale, che per quanto rimane di nicchia può e deve rivolgersi a un pubblico più ampio. Il tema delle donne nella musica sperimentale ed elettronica sta acquistando sempre più importanza, ed è giusto che venga dato loro lo spazio che le compete. Nella stessa categoria rientra Maria Chiara Argirò, musicista romana di adozione londinese, che da quando si trova all’estero ha avuto modo di collaborare con numerosi artisti, dai These New Puritans a Jono McCleery e Jamie Leeming, oltre a ricevere il supporto di Gilles Peterson e Four Tet.

La musica di Maria Chiara Argirò è eclettica e vede al contemporaneo, grazie da un lato, al suo passato nel jazz che le conferisce una padronanza tecnica straordinaria, dall’altro, alla sua volontà di esplorare nuovi territori sonori che la spinge a superare ogni confine stilistico. Closer, il suo ultimo album, si presenta come un’opera coraggiosa e innovativa che sfida le convenzioni musicali preesistenti. Attraverso dieci le tracce, Argirò sembra incarnare un’evoluzione artistica, una sorta di rinascita musicale. Abbandonando le etichette convenzionali, si avventura in un territorio pop “altro”, mescolando calore e robotica, intimità e mistero, creando così un paesaggio sonoro unico e coinvolgente.
L’album si apre con Light, un brano che evoca l’euforia danzereccia degli anni Ottanta con un tocco di modernità. Qui, la tromba emerge come elemento analogico che si frappone tra il reale e l’artificiale, anticipando il tema ricorrente dell’album: l’interazione tra l’uomo e la tecnologia, tra la concretezza del passato e l’astrazione del presente. Il desiderio di ridurre la distanza emotiva e fisica nell’era della connessione è il tema centrale del disco, esplorato attraverso sonorità intime e delicate, con una sensibilità e una profondità che fanno emergere un senso di rimpianto e impotenza di fronte alla pervasività della rete. Il riavvicinamento a sé stessi, alla propria individualità, in contrapposizione alla nostra presenza sempre più digitale e rarefatta. Brani come Grow e Game giocano con la gamification della vita quotidiana, mentre Time riflette sull’incessante scorrere del tempo e sulla sua frantumazione interiore. Nell’intimità di Sun e Air, si formano collage sonori che rimandano alla memoria e all’immaginazione. Ma è con September che l’album raggiunge il suo culmine emotivo, con una malinconia eterea che si dissolve nell’aria, lasciando dietro di sé un senso di struggente bellezza.
Closer non solo esplora l’essenza dell’io e il rapporto con la tecnologia, ma solleva anche importanti interrogativi sul nostro ruolo nell’era digitale. Quello che mi auguro per un’artista del calibro di Maria Chiara Argirò è quello di decostruire il panorama italiano, creando quella frattura necessaria a poter riequilibrare il bisogno di avere un “riconoscimento da parte dei colleghi uomini”, ma soprattutto a far comprendere che un certo tipo di musica viene creata in Italia, non solo all’estero.
Tracklist:
01. Light (02:51)
02. Closer (03:24)
03. Grow (02:45)
04. September (03:37)
05. Time (02:42)
06. Koala (02:40)
07. Sun (02:12)
08. Game (03:04)
09. Air (02:52)
10. Floating (03:36)
Photo © Dimitris Lambridis


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