R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Forse As Time Passes, creazione liquida del trio Andersen-Sommer-Luft, potrebbe non essere per tutti l’album da portarsi sull’isola deserta. Ma per quello che mi riguarda ce lo porterei comunque, non solo per la seducente bellezza della musica ma anche per quelle due importanti citazioni riportate sul retro di copertina. Si fa riferimento allo scorrere del Tempo, come s’intuisce dal titolo dell’opera. Da una parte la saggezza del filosofo Eraclito di Efeso, “non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume, perché l’acqua in cui ti sei immerso è già fluita via” e che suggerisce il continuo divenire della vita. D’altro canto, nell’esergo di T.S.Eliot tratto dai suoi Four Quartets, si dichiara che “il tempo presente e il tempo passato sono forse entrambi presenti nel futuro e il tempo futuro è contenuto nel passato…”. annullando con un semplice paradosso il significato dell’inevitabile decorso temporale. Comunque sia, questa di As Time Passes è musica che sembra voler travalicare tutte le categorie kantiane, tempo e spazio prima d’ogni cosa. Il fatto che i musicisti di questo trio provengano dall’Europa del Nord – Norvegia, Danimarca, Inghilterra – non è indicativo per definire nello specifico il loro lavoro. Prima di tutto perché il genere melodico e riflessivo in cui questi artisti s’impegnano non segue certo degli assoluti riferimenti geografici. Secondariamente per via del fatto che l’album è colmo di risonanze emotive e sentimentali che provano a tracciare un percorso originale, sfruttando le personalità espressive dei singoli e cercando di svincolarsi con naturalezza da influenze esterne di natura ambientale o sociale per seguire un’onda di pensieri per lo più pacatamente introvertita.

Del settantottenne norvegese Arild Andersen, Off Topic si era occupata nel 2022 riguardo il precedente album Affirmation – vedi qui anche per qualche notizia biografica – e nel 2023 allo stesso modo ci eravamo occupati del chitarrista inglese Rob Luft, nella circostanza della pubblicazione del suo album Dahab Days – vedi quie recentissimamente anche per la sua comparsa a fianco di John Surman (Words Unspoken) – leggi qui, senza dimenticarne la presenza costante in compagnia di Elina Duni – trovate tutto qui e qui. Daniel Sommer viene definito dalle note stampa come nuovo astro nascente della scena danese ed è un trentasettenne batterista sulla cui pagina web ho contato una ventina di collaborazioni con diversi autori, molti dei quali immagino suoi connazionali, per la verità a me per lo più sconosciuti. Le attitudini strumentali dei musicisti che compongono il trio in parte già le conosciamo. Se Andersen ci ha abituato spesso con loop od altri effetti elettronici, qui si dedica esclusivamente al pizzicato, sfruttando la stentorea timbrica del suo contrabbasso. Luft suona una chitarra Gibson ES-175 e segue strade che ormai si sono allontanate dalla tradizione be-bop, giocando molto con sfumature dense di colore, alle volte caldo e materico e altre volte più pastellato, servendosi anche di linee armonizzanti sovraincise. Sommer, dal canto suo, si muove di preferenza con le spazzole ma modifica spesso l’impulso percussivo, dimostrando un’ingegnosità ritmica che ben si adatta alle strutture fluide dell’insieme. La dialettica comunicativa all’interno del trio è fondata, come ormai è riscontrabile in molti casi nel jazz contemporaneo, non più in senso piramidale ma per dimensione orizzontale per cui ogni musicista ha un ruolo paritario con i suoi sodali, soprattutto nella creazione di melodie che tendono a rincorrersi e a compattarsi armonicamente, compenetrandosi le une nelle altre.

Il brano di apertura, composto da Luft, è la title-track As Times Passes, che appare vaporosamente tra i fruscii delle spazzole e gli arpeggi in dee-lay di chitarra. Il contrabbasso crea una traccia melodica che s’incrocia con le note della Gibson, tra echi e riverberi che rimandano ad ampi respiri con una sensazione di tonica freschezza. Poi la chitarra inizia una progressione discendente di un grado per volta, cioè da un primo accordo in minore si passa ad una sequenza di due accordi maggiori. Questi passaggi armonici sono molto usati nella musica pop perché evocano una sensazione velatamente malinconica – se provate a cantarci sopra le prime battute de I giardini di Marzo di Mogol-Battisti vedrete che funzionerà… In effetti la particolarità di questo brano è che resta bellissimo nonostante la sua apparente semplicità. Con grande sensibilità emotiva, Luft disegna arabeschi di chitarra, qui parzialmente anche sovrapposti per mezzo di una sovra-incisione. Andersen e Sommer creano una punteggiatura che di per sé è già narrazione, intrufolandosi tra gli archi melodici impostati dalla chitarra con un senso di ariosa leggerezza.

Segue Ea, brano dedicato alla figlia di Sommer e composto dallo stesso batterista. Lo si capisce dai moderati colpi sul rullante, quasi una firma rivendicativa che precede un riff in simultanea di chitarra e contrabbasso. I musicisti suonano liberi, svincolati da ogni dover fare, seguendo il loro istinto senza preoccuparsi di particolari tecnicismi. Luft si diverte comunque con una serie di rapide scale e un assolo di sorprendente morbidezza che sembra chiudersi in sé stesso, salvo poi aprirsi e quasi sollevarsi verso l’alto godendo della propria levità. Andersen riprende il riff iniziale, questa volta non più raddoppiato dalla chitarra ma semplicemente accompagnato dalla stessa, mentre Sommer infila le sue percussioni tra gli spazi lasciati dagli altri due strumenti. Fifth Winter è scritta da Andersen e col suo andamento lento e cantabile ricorda nel suo incipit la Pavane op.50 di Gabriel Fauré. La traccia melodica si sviluppa dapprima alla chitarra con un delizioso contrappunto di contrabbasso fino al punto in cui sarà proprio Andersen a partire con un assolo ed allora il gioco contrappuntistico s’inverte una prima volta, per poi tornare a capovolgersi con una seconda prova solistica di Luft. Insomma, ci troviamo di fronte ad uno squisito scambio melodico tra i due musicisti che continuano a passarsi il testimone, modificando e adattando vicendevolmente il loro ruolo uno rispetto all’altro. Con North Wind ritorna Luft alla composizione, simulando inizialmente una marimba, soffocando le corde con il polso della mano destra. Preludio moderatamente tensivo che annuncia un brano un po’ alla Pat Metheny, con quella classica coppia di accordi a dare l’abbrivio. Anche qui una sovra-incisione di chitarra allarga il fronte sonoro in un brano tra i più affini a certa tradizione chitarristica un po’ fusion. L’assolo di Andersen, veloce e ficcante, fa da spartiacque tra lui stesso e il seguente momento in cui Luft si rende evidente in una serie sovrapposta di soliloqui sonori molto methenyani. Basslines, come si può intuire, è un’invenzione di Andersen in forma modale e quasi subito parte una notevole serie di sincroni tra contrabbasso e chitarra che avrebbero fatto felice più d’un bopper dei tempi passati… In effetti le linee di basso create dall’Autore norvegese ora si raddoppiano con la chitarra e ora si svincolano da quest’ultima. I due strumenti si cercano e dialogano con grande maestria ma anche Sommer fa una bella parte e si ha l’impressione che stia suonando direttamente con le mani sulle pelli alternandole alle spazzole.

Meditation inizia stranamente con una sequenza di power notes presa a prestito dal rock. Il contrabbasso segue poi da solo questa linea semplificata di note, fungendo da base per una sovrapposizione di arpeggi di chitarra che sfoceranno in un assolo memore di suggestioni blues da parte di Luft. Il tempo ben scandito dalla batteria essenziale di Sommer, che è anche autore di questo pezzo, contribuisce all’identificazione dello stesso in un certo ambito progressive, conquistandosi un’insolita posizione piacevolmente anomala all’interno della scaletta dell’album. Di tutt’altro genere Evening Song, di Andersen, che invoca una dimensione serotina di abbandono dai toni declinanti, favoriti dall’impostazione melodica del contrabbasso. Viene solo garbatamente accennato al tema portante di questo brano, tra i colori sfuggenti della chitarra. Ma sarà proprio Luft a disegnarne la trama con tutte le sue derivazioni dalle vaghe reminiscenze friselliane. Ci troviamo immersi in uno dei momenti più alti e stimolanti dell’album, di fronte ad un ammirevole, spontaneo interplay dei tre musicisti, benedetto da un lungo assolo di Andersen, prima della ripresa del tema portato dalla chitarra ma letteralmente stretto tra le braccia avvolgenti del contrabbasso. L’intero lavoro si conclude con l’ultima traccia firmata da Sommer, A Day in March – mai ascoltato un batterista così comunicativo con le spazzole. La struttura basilare è provocatoriamente semplice ma garantisce ampio e meritato spazio ad Andersen che riesce ad essere iridescente suonando le sue note basse con un accento quasi pastorale. Segue una parentesi in solitudine di Sommer, seguita dal finale compartecipato in cui s’alzano volumi e dinamiche tendenti al rock. In mezzo a tutto questo l’aggrovigliante chitarra di Luft, da cui emergono eccezionalmente qualche punta acuminata e persino una manciata di spigoli taglienti.

Il grande segreto che sottende a questo trio è la sensazione di libertà, la ricerca di un piacere semplice nel solo atto di suonare insieme, non preoccupandosi minimamente di limiti di genere o di omaggi alla tradizione. La musica, docile e tonalmente melodica, esce con note spesso delicate, il suono ha un certo portamento aristocratico che comunque non si compiace mai della propria eleganza. Si avverte invece la profonda relazione psicologica creatasi tra i musicisti, l’autentico vettore portante di quella fluida colloquialità che scorre, senza soste, tra di loro.

Tracklist:
01. As Time Passes (7:55)
02. Ea (4:24)
03. Fifth Winter (4:58)
04. North Wind (6:47)
05. Basslines (3:54)
06. Meditation (4:45)
07. Evening Song (6:52)
08. A Day in March (6:30)

Una risposta a “Arild Andersen / Daniel Sommer / Rob Luft – As Time Passes (April Records, 2024)”

  1. […] già occupata recensendo l’album As Time Passes con Arild Andersen e Rob Luft – leggi qui. La musica proposta da questo trio ha poco a che fare con altri modelli triadici anche recentemente […]

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