R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Affinché si possa testare al massimo il legame chimico tra musicisti non credo ci sia altra prova del fuoco che quella di una formazione a trio, che è una disposizione numericamente essenziale quanto perfetta, qualunque ne sia la combinazione strumentale. Come in precedenza già tante volte osservato, la circostanza più delicata si realizza quando manca nel contesto lo strumento che crea accordi ed armonie, una chitarra, un piano, una qualsiasi tastiera ad esempio. Nel caso di Christian Holm-Svendsen e del suo album d’esordio Totem, ci troviamo di fronte alla forma più ambigua possibile, costituita cioè da uno strumento a fiato più il contrabbasso e la batteria. L’ambivalenza sta nel fatto che se da un lato il sax, come quello suonato da Holm-Svendsen, può rapportarsi solo con la linea proposta dal contrabbasso, da un altro punto di vista lo strumento a fiato è in qualche modo più libero dalle strutture accordali di un secondo strumento armonico a sostegno. Va da sé che occorre un’abilità e una dominanza del mezzo espressivo senza mezzi termini, in quanto gli eventuali errori o le incertezze appaiono qui più visibili, dato che il trio, in questo assetto, si trova a camminare acrobaticamente senza rete. Poi, che queste prove vengano chiamate free, hard bop o chamber jazz, come in questo caso – rubacchiando il termine dalla musica classica – poco cambia. E tanto per togliere dubbi, solitamente si definisce musica da camera quella rappresentata da ridotti set strumentali, dove si ascoltano pochi strumenti per volta esprimersi in gruppo o da solisti.

La koinè di questo trio, quindi, si riduce giocoforza all’essenziale, con il focus sul protagonista principale di questo linguaggio, l’esordiente sassofonista e clarinettista danese – ma residente a New York – Christian Holm-Svendsen. Lo accompagnano il contrabbassista polacco Mariusz Prasniewski che ora risiede in Danimarca – e il batterista danese Daniel Sommer, di cui Off Topic si è già occupata recensendo l’album As Time Passes con Arild Andersen e Rob Luft – leggi qui. La musica proposta da questo trio ha poco a che fare con altri modelli triadici anche recentemente suggeriti da Off Topic, come ad esempio nel caso dell’album di Ron Miles con Blade e Frisell – vedi qui – o ancora a proposito dei turbolenti Fire! – leggi qui. In questa circostanza siamo invece più vicini agli esempi classici in cui un sax si puntella solo sulla ritmica, raccogliendo le storiche eredità d’un Sonny Rollins, di Ornette Coleman o di un Joe Henderson ma prendendo delle opportune distanze sia dal free che dall’hard-bop anche più moderno. Lo stile dell’Autore danese si discosta, ad esempio, da quello di James Brandon Lewis – leggi qui e qui – almeno rispetto ai suoi lavori come Days of Freeman (2015) e No Filter (2016) o anche dai suoni duri e puri del trio di Kendrick Scott in Corridors – puoi vedere qui. Se il sax di Holm-Svendsen si copre spesso di tinte nebbiose, assumendo profili discretamente morbidi e più portati alla melodia che non a nervosi fraseggi ornamentali, la ritmica non stacca mai la spina e continua a martellare l’impianto sonoro, ora sciorinando una sorta di partecipation mistique nei momenti più dionisiaci, ora innescando un groove più lento e contenuto ma sempre scorrevole. Il particolare importante è che si tratta comunque di musica rigorosamente acustica, senza alcun bisogno di sostegno elettronico d’effetto.
Dopo aver contemplato la bella copertina astratta dell’album, ci concentriamo sul primo brano, December. Sviluppato in un 3/4 di forma modale, la traccia s’innesta su una melodia che molto vagamente ricorda My Favorite Things di coltraniana memoria. Con molta eleganza il motivo portante vien fatto scivolare verso la modalità dell’assolo da Holm-Svendsen e con altrettanta spontaneità, dopo l’assolo di contrabbasso di Prasniewski, si ritorna senza scosse ai lidi di partenza. La musica è asciutta, quasi parsimoniosa, senza tagli repentini o inaspettati silenzi. Vind og vejr (= vento e tempo) è una traccia tranquilla, meditativa, con Holm-Svendsen che abbandona momentaneamente il sax tenore per passare al soprano. Anche in questo caso riaffiora in superficie, questa volta in modo più evidente, la progressione che ricorda il tema di All The Things You Are. Ci si immerge nella forma armonica tonale, con il contrabbasso che snocciola via via una sequenza di toniche diverse. Il suono del soprano è molto morbido, carezzevole e si solleva al di sopra di un’atmosfera dominata dal silenzio e resa tale dal misuratissimo gioco di piatti di Sommer. Il contrabbasso segna un altro importante punto a suo favore con un assolo vellutato, mentre il soprano instaura una specie di dialogo danzante con gli altri due strumenti. Percepiamo la sicurezza dell’autore al suo sax e la capacità di modulare il fiato per ottenere una buona gamma di sfumature espressive. Pienamente d’accordo con Tim Larsen che dalla pagina di Jazz Views individua un parallelo stilistico con Paul Desmond, almeno in questo brano, anche se con tipologie di sax diverse. Il clima così introdotto procede ancor più rarefatto col pezzo seguente Dvale. Holm-Svendsen riabbraccia il tenore in un approccio vitreo, un ipnotico movimento circolare senza escursioni né fraseggi di cornice, dove la ritmica si adatta diligentemente, in punta di piedi, quasi a non voler disturbare l’immoto silenzio che la circonda. Sempre restando ancorati ai climi precedenti, arriva Vent con una melodia cantabile, quasi sussurrata dal sax adagiato su un letto morbido garantito dal delicato contrabbasso e dall’altrettanto gentile drumming di Sommer. Poche note, in questo caso, costruite su un giro armonico semplice, ovviamente scandito dalle corde basse di Prasniewski.

Nel brano che segue, Duo, il diagramma strumentale si restringe ulteriormente al clarino e al contrabbasso. Tutto si fa più notturno e non posso fare a meno di sottolineare l’eclettismo di Holm-Svendsen che passa indifferentemente e con la stessa classe da uno strumento a fiato ad un altro. La sonorità complessiva si integra soprattutto quando, nella parte di mezzo, il contrabbasso scivola nella zona timbrica più acuta della tastiera e il clarino fa l’opposto controbilanciandone il movimento. Totem è l’incalzante title-track che vede l’Autore riprendere in mano il sax tenore. Si esce energicamente dal mood precedente, forse mantenuto un po’ troppo a lungo, e lo si fa con una prova di forza del sassofonista, in questo caso più vicino a Coltrane. Il tenore lavora girando e rigirando frasi brevi ma che offrono l’opportunità di applicarvi varianti e d’impostare un assolo quasi cucendo tra loro tutte le linee melodiche accostate, fino a quando, a metà brano, Holm-Svendsen si lascia andare a qualche fraseggio più velocizzato. Un po’ di gloria anche per Sommer che lavora su un assolo scintillante prima del finale. Per Aspera ad Astra è una citazione latina d’ignota origine, anche se il suo significato pare provenire dalla Grecia antica, sottolineando che le fatiche e le difficoltà dell’eroe sarebbero state poi premiate dal ricordo imperituro e dalla fama eterna. Brano di completa introversione, rarefatto, con una livrea ritmica idonea a rimarcarne il clima meditativo. La voce del sax sembra avere un’eco nelle percussioni di Sommer. Viene anche sostenuta con linee di contrabbasso prima essenziali, poi allargate in un assolo che pare ricalcare, in parte, la melodia del tenore. 5 Foot 4 si mantiene sulla stessa lunghezza d’onda del brano precedente. La melodia del tema sembra procedere in parte per intervalli di quarta e quinta e ciò potrebbe spiegare l’enigma (?) del titolo. Sommer lavora molto sui piatti nelle sue strutture ritmiche, mentre il contrabbasso si concentra in un assolo non invasivo, accordandosi perfettamente con il lessico frammentato del batterista. Ba Da Da Di, il brano conclusivo, si presenta offrendo l’impressione di una certa impronta latino-americana. Forse è proprio così ma nel prosieguo del pezzo, cavalcando i numerosi cambi tonali, appaiono probabilmente gli unici accenni moderatamente free presenti nell’album. Insomma, le carte si mescolano ma le linee guida dell’intero album paiono già chiaramente tracciate.
Buon lavoro d’esordio per questo sassofonista danese, accompagnato da una ritmica di livello assoluto. Non ci sono auto-indulgenze, in questa musica, né desideri di compiacimento verso l’ascoltatore e questo già predispone ad un giudizio critico più che benevolo. Molto interessante l’esplorazione dello spettro sonoro, grazie anche alla duttilità di Holm-Svendsen nel passare da un sax ad un altro, coinvolgendosi anche nelle timbriche più lignee del clarino. Si avverte fortemente il desiderio della ricerca, soprattutto di infrastrutture melodiche ancora parzialmente nascoste e magari questa pulsione potrebbe essere stata assorbita dall’atmosfera newyorkese. Una musica, in definitiva, con un accentrato nucleo gravitazionale che fa di questo album qualcosa di più che solo un ben augurante esordio.
Tracklist:
01. December (4:32)
02. Vind og vejr (5:23)
03. Dvale (3:09)
04. Vent (4:01)
05. Duo (2:02)
06. Totem (5:02)
07. Per Aspera Ad Astra (5:50)
08. 5 Foot 4 (5:49)
09. Ba Da Da Di (3:33)
Photo © Fredrick Fleischer






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