T E A T R O


Articolo di Alessandro Tacconi

Sequestrato. Ammanettato.
Sediato e… immobilizzato.
Da chi? 
Dalle parole o dalle azioni che non ha compiuto.
Dalla forza mesta anziché forzosa, a cui non ha dato sufficiente spinta.
Per che cosa?
Un po’ di fama! Uuhh, di quella non ce n’è mai abbastanza, vero?
Tutti a Hollywood sbavano per essere riconosciuti. Chiamati. Visti.
Tutti pavoncelli castrati. Ipertrofici spennacchiati. Girondini di quei gironi infernali dove salire o sprofondare non fa mai differenza.
Ecco che cosa ti combina quell’orribile città.
Messa in questo modo la recensione non la si capisce, vero?
Verrebbe da lynciare (non è un refuso ma un prequel!) li saccente scrivente. Inchiodare anche lui al seggiolone per fargli tanta bua, proprio tanta.

E allora si parta con la recensione abbicidaria di Desert Film scritto da James Franco, codiretto dallo stesso Franco insieme a Peter Gold, interpretato da… James Franco (a questo punto uno e trino!) e da Blaine Kern III.

Sulla scena vi è pure un pianoforte che viene suonato da Konstantino Diminakis per i brani cantati da Elli Papadiamanti (un cognome moooolto teatral-cinematografico e abbiam verificato che non è un nome d’arte!).
La prima milanese va in scena al Teatro Menotti dall’8 all’11 ottobre. Un parterre di appassionati di teatro riempie la sala? Non esattamente.

Il plaudibile Emilio Russo da anni seleziona spettacoli quantomai interessanti e stimolanti per la varietà dei linguaggi utilizzati. Il direttore artistico ha l’ardire di chiedere alla platea quanti siano lì per la prima volta: più di metà sala si smanazza. Platea non teatrale ma cinematografica che vuole assistere allo spettacolo dell’attor amMeriGano James Franco.

Che cosa combina il villain James Franco doppelganger di Blaine Kern III dopo che lo ha imbullonato alla sedia e gli sbatte in faccia la più cruda delle verità: la tua fame di fama ti affama ma non ti sfama!
La drammaturgia attinge al veggente disturbante per eccellenza della filmografia hollywoodiana: David Lynch.
Per giustificare la situazione di partenza, avvio e arrivo dello spettacolo viene citata e descritta dettagliatamente la sequenza di Strade perdute in cui Fred Madison/Bill Pullman dialoga con l’inquietante Uomo misterioso/Robert Blake. L’uomo gli dice di trovarsi contemporaneamente lì e a casa sua. Per averne la prova gli dice di verificare chiamando. Così fa. E quale angoscia quando risponde dal telefono di casa proprio l’Uomo misterioso!
Il cerone sul viso di James Franco è lo stesso di quello sul viso di Robert Blake. Doppio del doppio prodotto dall’inconscio di migliaia e migliaia di bramosi e arrabbiati cercatori di fama nella città degli angeli perduti.

Ma anche corpo disarticolato dalla propria matrice in cerca di un senso. E questa è una possibilità quasi impossibile da realizzare. La carne e la pellicola che da essa si distacca è comunque… carnivora. Divora dall’interno e sbafa ogni cosa all’esterno.
Questo concetto lo esplico con un’immagine di un altro regista disturbante come David Cronenberg dal suo film del 1986 La Mosca. Jeff Goldblum trasformato in mosca umanoide si ciba spuntando succo acido su alcune merendine. Immagine quanto mai disgustosa eppure efficace per raccontare dei rapporti che si possono instaurare nella splendente città del cinema.
Ciak si gira! E da subito la ripresa fatta con la videocamera dice di quale sia la strada sulla quale l’attore-regista si vuole incamminare.

Pianista e cantante diafana aprono lo spettacolo. Dopo poco viene portato in scena, nella penombra, il prigioniero che viene legato braccia e gambe alla sedia.
Dopodiché entra il reGGista di questa seduta psicanalitica. Ha una videocamera. La ripresa della cantante ricorda i primissimi piani di Inland Empire: riprese urticanti e deformanti.
Per l’intera durata dello spettacolo la videocamera è lo strumento che conferisce alla scena un dinamismo che altrimenti non avrebbe. La ripresa e la relativa proiezione sul grande schermo sono il riverbero parziale di quello che i due attori interpretano. In alcuni momenti il gioco delle rifrazioni ad infinitum prolunga verso un luogo sperduto ciò che avviene tra i due.

C’è un finale consolatorio da questo interrogatorio? Ovviamente no.
E anche questa recensione è solo un resoconto parziale di quello che è stato ideato, scritto e messo in scena in Desert film.
Ma a questo articolo un punto doveva essere dato, quindi…
Punto.


Photo © Flavia Tartaglia

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