R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il chitarrista Kelly Doyle è originario del Texas ma ciò non sembra essere necessariamente un punto fermo per la sua musica che infatti ha preferito spostarsi, nel tempo, cambiando prospettiva, attraversando territori differenti senza chiudersi in un genere specifico. Probabilmente questo è il primo dato da mettere a fuoco ascoltando Thieves, l’esordio vero e proprio del musicista di Houston, dopo l’Ep del 2025. Si avverte la sensazione di trovarsi di fronte a un personaggio per certi versi inafferrabile, un musicista che sembra procedere inseguendo la sua naturale curiosità e desiderio di esplorazione, lasciando che sia il suono a raccontare il suo mondo. Doyle arriva a questo album dopo un lungo viaggio nella musica ambient ed elettronica, quasi una parentesi di wilderness creativa durante la quale la chitarra è rimasta temporaneamente sullo sfondo. Ma dopo Stranger Danger, l’Ep dello scorso anno, già si capiva come il ritorno alla centralità del suo strumento fosse solamente questione di tempo. Ora la chitarra è decisamente focalizzata ma con una nuova e diversa consapevolezza.

All’Autore non interessa tanto esibire la propria competenza. Vuole piuttosto capire che cosa possa ancora esprimere il suo strumento quando viene inserito dentro un organismo musicale eclettico come quello scelto per Thieves, nel quale la tecnica diventa una condizione preliminare e non certo il contenuto. A questo punto emerge il primo paradosso. Probabilmente non nutriamo molti dubbi sul fatto che questa musica non sia definibile propriamente come jazz, cosa che del resto lo stesso Autore tiene a rimarcare. Doyle sembra voler prendere le distanze da questa etichetta, considerandola più una convenzione che non una dichiarazione d’identità. Ma se è vero che Thieves non sia inquadrabile nell’ambito più ortodosso del jazz, è altrettanto attendibile che sarebbe impossibile comprenderlo senza riconoscere quanto profondamente Doyle abbia assimilato alcune delle modalità di pensiero del jazz stesso, cioè l’interazione, la libertà ritmica, la trasformazione del tema, l’importanza del dialogo fra i solisti, il rapporto continuamente negoziato fra struttura e improvvisazione. L’Autore texano costruisce brani relativamente brevi, dove le linee strumentali non sembrano avere una precisa funzione narrativa. Non raccontano necessariamente una storia compiuta, ma suggeriscono ambienti, caratteri e situazioni psicologiche. La chitarra di Doyle procede con una cautela quasi teatrale, costruendo una figura musicale nella quale ogni accento possiede qualcosa di furtivo ma anche una leggerezza stranamente ironica. Il secondo paradosso di questo lavoro consiste nel fatto che la musica esposta sembra un rock di rara alterità, purché con questa formula s’intenda una musica capace di conservare una certa fisicità senza riconoscersi nei codici abituali del rock stesso. E la tremolante sonorità della Telecaster dell’Autore diventa quasi un tratto psicologico del personaggio, più che una semplice scelta timbrica. Alla luce di queste considerazioni, credo proprio che l’ambiguità possa considerarsi come uno tra gli aspetti più evidenti di Thieves. Il basso di Will Story e la batteria di Jeremy Bruch contribuiscono in maniera determinante a questa impressione. Non costituiscono una macchina ritmica destinata semplicemente a sostenere il solista ma sono una superficie mobile sulla quale la musica evita il senso convenzionale dello swing e preferisce una pulsazione più irregolare, elastica, talvolta obliqua. È un noise guidato e controllato, talora con andamento lento, nel quale si avverte il tentativo di organizzare formalmente la materia sonora. L’ingresso del sassofonista Nelson Devereaux, presente in una parte dell’album, modifica ulteriormente l’equilibrio. Il suo strumento non serve ad aggiungere una voce jazzistica tradizionale alla chitarra, ma funziona per instaurare con essa una relazione quasi tattile. In alcuni momenti sembra inseguirla, in altri la anticipa, altrove le si oppone. La Telecaster può quindi apparire ora luminosa o minacciosa, ironica o malinconica, lineare o deformata. Il sax può diventare il suo interlocutore, il contrappunto o semplicemente la sua ombra. Basso e batteria sono nell’orbita di sostenere l’impianto sonoro oppure destabilizzarlo. E tutto questo avviene senza che l’album perda la propria direttiva basilare. Non so se sia vero che gli anni smussino gli spigoli caratteriali o per contro li accentuino, ma nel caso di Doyle sembrano accadere entrambe le cose. L’esperienza accumulata in alcuni lustri di attività come sideman non ha prodotto una musica levigata e rassicurante ma ha piuttosto permesso al musicista di capire su quali asperità valga la pena insistere. Il suo percorso professionale, passato attraverso la collaborazione con musicisti impegnati in vari generi come country, lounge, jazz e ambient, ha prodotto una sorta di psicoaging che non consiste in un semplice invecchiamento, ma una trasformazione della percezione, nella quale le esperienze precedenti continuano a depositarsi e a modificare quelle successive. La sua musica procede spesso come una specie di ipotassi musicale in cui un elemento è posto accanto all’altro senza che venga necessariamente chiarito il rapporto che li unisce. Country, jazz, ambient, esotica, psichedelia e rock dimostrano in questo ambito come non esista una gerarchia dichiarata, bensì una stimolante convivenza.

La title track Thieves apre l’album e subito l’ambiguità a cui si era accennato si manifesta in tutto il suo divenire. La ritmica squadrata accompagna gli iniziali, quasi timidi accordi di chitarra a cui si affianca il sax tenore di Devereaux. L’impressione è che lo strumento dell’Autore sia sovrainciso perché se da una parte gli arpeggi iniziali persistono, dall’altra, in contemporanea, una linea melodica pare sovrapporsi all’unisono con il sax. Quando poi comincia l’improvvisazione, il brano prende il volo in una parentesi tipicamente jazz, ben sostenuta da Deveraux. L’assolo di Doyle riporta il brano verso un rock stralunato che in parte mi ha ricordato alcune soluzioni dell’avanguardista Nels Cline. In Pink Houses si avverte una maggiore luminosità. Anche qui Doyle dimostra di possedere un senso musicale sorprendentemente nitido. La melodia non è una linea compiuta in partenza ma un organismo da ridiscutere mentre prende forma. Il chitarrista sembra chiedersi continuamente quanto possa essere semplice una frase senza diventare banale e nel contempo quanto possa essere complessa senza perdere la propria capacità comunicativa. Doyle in effetti propone un ostinato dal fulcro funky, dove anche in questa occasione la chitarra viene sovraincisa. Dopo la comparsa di un teso assolo di sax, verso il finale il suono chitarristico si contorce e si sforma nell’angolo di una pseudo geografia rock-jazz. Cold Open, dopo un inizio timpanico che ricorda gli annunci del mitico colonnello Stevens di Radio Londra, rappresenta probabilmente il punto in cui la sintesi strumentale raggiunge la forma più suggestiva. La chitarra e il sax costruiscono una scena sospesa, mentre la batteria procede per accenni e frammenti. L’atmosfera evoca inevitabilmente certo cinema notturno americano. C’è qualcosa di Lynch, certo, ma anche di Wenders. Una strada che non sappiamo dove conduca, un paesaggio nel quale l’orizzonte sembra più importante della destinazione. Paradossalmente Il riferimento a uno spaghetti western, evocato dallo stesso Doyle, non è affatto peregrino. Il brano possiede una dimensione immaginifica dove l’ascoltatore si ritrova a costruire la propria sceneggiatura interiore. In Needlerooser, al contrario, la scrittura assume contorni più nervosi. Le frasi si spezzano, cambiano direzione, si accumulano fino a produrre una sorta di corto circuito finale dove tutto sembra quasi esplodere. È una delle dimostrazioni più efficaci della capacità di Doyle di utilizzare la composizione come forma di tensione e nel contempo il brano si distingue per essere tra quelli più avant-garde di tutto l’album. Non c’è bisogno di grande esibizione tecnica, basta la strategica disposizione degli eventi. Da segnalare le brevi frasi chitarristiche in sincrono con il sax. Si corre attraverso le tonalità con toni aciduli e sferzanti. A Year and a Day procede invece attraverso dissonanze e piccoli frammenti melodici, creando una tensione che non esplode mai completamente. La conversazione fra Doyle e Devereaux assume qui quasi una dimensione insolita. Non sono due musicisti che semplicemente improvvisano, sembrano piuttosto due interlocutori che cercano di stabilire un linguaggio comune difendendo ciascuno il proprio ruolo. Atmosfera notturna, misteriosa e rarefatta, per me il brano migliore della raccolta. Big Fish sembra invece aprire una porta verso l’America rurale. C’è un’energia folk quintessenzialmente americana che non ha bisogno di autodichiararsi attraverso un repertorio tradizionale. Vive nel tempo di ¾ , nelle curve melodiche, nella scelta degli intervalli, nel modo in cui la chitarra sembra occasionalmente assumere il carattere di uno strumento proveniente da un’altra epoca. Doyle sa bene che l’Americana non è soltanto un genere, ma una memoria sonora. È qui che entrano in gioco anche le influenze di Lloyd Green, di Chet Atkins e più indirettamente, di tutta quella grande tradizione nella quale la chitarra ha potuto passare dal country al jazz, dal western alla musica da studio senza avvertire la necessità di consolidarsi necessariamente ad una categoria fissa. Doyle appartiene in fondo a quella genealogia, ma la supera dopo aver assimilato lo zeitgeist contemporaneo. Found a Knife, affidata principalmente alla chitarra, porta questa dimensione in una zona più scura. Doyle lavora con gli armonici, le risonanze, le corde lasciate vibrare e con piccoli slittamenti d’intonazione. La Telecaster perde la sua abituale funzione di macchina per il fraseggio e diventa un oggetto elettrico capace di produrre ombre. La ritmica, dal canto suo, cammina in punta di piedi, in piena complicità con l’Autore. Bats Are Cute parte da un’idea quasi caricaturale, con quella particolare attrazione per l’esotismo afro presente nell’America degli anni Cinquanta che Doyle sembra custodire con affetto – qualcuno ricorda Jonathan Richman? Via via il brano cambia però pelle. Le suggestioni rétro vengono sottoposte a ciò che sembra una trasformazione psichedelica che conduce verso territori non comuni. L’operazione è interessante perché non si limita alla citazione, infatti Doyle prende un immaginario riconoscibile e lo sposta di qualche grado, quanto basta per renderlo nuovamente ambiguo. Il brano resta assai interessante e tutto sommato originale, nonostante i numerosi riferimenti tracciabili. Lodge Scene chiudi i giochi non distaccandosi poi molto, come indole, dal brano precedente. Anche qui qualche suggestione esotica egizio-mediterranea, filtrata dagli occhiali colorati dei fifties.

Thieves è, in definitiva, un album nel quale Doyle non distrugge i generi ma li rende però molto permeabili. Non rinuncia alla melodia ma la libera altresì dalla necessità di essere immediatamente cantabile. Sebbene Houston rimanga sullo sfondo come una coordinata concreta, la musica di Doyle si muove attraverso un’America molto più vasta, quella delle highway, degli studi di registrazione, dei piccoli locali sparsi nel nulla, delle orchestre da lounge, delle tradizioni rurali e delle avanguardie elettriche. Thieves è il documento di un musicista che ha scelto, per fortuna, di non risolvere le proprie contraddizioni, dato che questa latente ambivalenza finisce per diventare poi il suo maggior punto di forza. È una voce orgogliosa d’indipendenza, quella che emerge da questo album. Non quella romantica dell’artista isolato, ma quella, più concreta, di chi ha imparato a muoversi fra ambienti e generi diversi senza farsi mai intrappolare da niente e da nessuno.

Tracklist:
01. Thieves
02. Pink Houses
03. Cold Open
04. Needlerooser
05. A Year and a Day
06. Big Fish
07. Found a Knife
08. Bats are Cute
09. Lodge Scene


Photo © Daniel Jackson


Riccardo Talamazzi è un insopportabile vecchiaccio che vuol sempre aver ragione su tutti e tutto. Va avvicinato con le dovute cautele perché morde. E non ama essere contraddetto.

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