R E C E N S I O N E
Recensione di Monica Gullini
Cesare Basile ha il potere di farmi sentire il dolore e la sofferenza degli esseri umani. Se leggesse la quarta parola che ho usato associandola alla sua musica, non la prenderebbe bene, proprio perché il suo scopo – e anche qui non uso termini a lui aderenti, non me ne voglia – è mettere in luce tutte le storture e le ingiustizie che il potere porta con sé. In Saracena c’è una tristezza atavica, ci sono secoli e secoli di dominazioni, di vessazioni e migrazioni. C’è la spartenza, declinata in ogni sua forma. E cresce lo sdegno per una umanità trascinata sull’orlo del baratro, un’umanità massacrata, alla quale viene cancellata persino la genesi. In Saracena, in uscita il 3 maggio, c’è tutta la pena per un conflitto – quello israelo-palestinese riaccesosi con veemenza lo scorso ottobre – che cancella radici, fiori e intere generazioni.

C’è ‘na casa rotta a Notu, ma potrebbe essere ovunque in questo globo emerso. Lo strumento a corde costruito da Cesare (il musicista siciliano si accompagna a oggetti musicali autoprodotti) piange il destino di un popolo vessato e dimenticato dal proprio dio (non c’è divinità che si prenda cura della casa, ci svela subitaneamente) e costretto all’esodo. «”C’è na casa rutta a Notu” è un modo di narrare la Nakba attraverso un’altra esperienza di separazione, che è quella subita dagli arabi di Sicilia dopo la conquista normanna, un evento molto lontano nel tempo ma testimoniato attraverso la poesia in maniera sorprendentemente simile al racconto dell’esodo palestinese fatto da Mahmoud Darwish. Da qui, deriva anche l’idea di chiamare Saracena questa epica del disastro. Un ponte fra luoghi storici e geografici apparentemente distanti ma vicini nelle conseguenze, anche poetiche, del disastro». Cos’è la Nakba?
È una parola araba che significa catastrofe e che rimanda agli eventi tumultuosi del 1948 che hanno portato alla creazione dello Stato di Israele, alla prima guerra arabo-israeliana e all’inizio dell’esodo di arabi palestinesi, con 700 mila persone che abbandonarono città e villaggi. Saracena scorre come un flusso continuo e narra la diaspora dei palestinesi oggi come allora, alla ricerca continua di quell’anima che vorrebbe tanto legarsi a una terra natia. Il disco è stato registrato in appena due settimane: l’urgenza e la necessità di raccontare la spartenza, la fuga repentina di persone che a malincuore si separano dai loro luoghi diviene polvere e deserto nella seconda traccia, Kafr Qasim, interamente strumentale. Il riff ipnotico e potente richiama il blues di Tinariwen, di Bombino e soci, e rimanda all’omonima città israeliana teatro di un massacro di civili nel 1956. Sonorità arabeggianti fanno capolino nella seconda parte della canzone e accentuano la sventura pronta ad abbattersi, complici suoni elettronici simili a predatori pronti a sferrare l’attacco (la potenza immaginifica della melodia evoca coyotes e ossa senza nome): Ciuri I Cutugnu (di nuovo fiori, una volta di gramigna a simboleggiare la tirannia alle calcagna: ricordate la bellissima Ciuri contenuta in Tu prenditi l’amore che vuoi e non chiederlo più? La natura amplifica la disgrazia che non tarda ad arrivare) è un mantra che Basile ripete ossessivamente in mezzo a distorsioni e campionamenti e parla di tradimento (anche qui il gesto del passare oltre impedito da serpi che si avventano sui piedi) e costrizioni di corde lunghe pronte a ingannare; l’arpeggio di Prisenti e Assenti introduce la narrazione di un conflitto che riduce l’essere umano a semplice biglietto della lotteria. La donna al pozzo descritta dall’autore non possiede i tratti romantici e passionali dell’omonima canzone contenuta in Storia di Caino ma piange di nostalgia, il protagonista resta a difendere l’onore dei poeti perché nel tentativo di scrollarsi di dosso il numero che gli hanno affibbiato (un numero di matricola?) e il destino di sangue che si gli prospetta innanzi non si dà per vinto e rimane a presidiare tra le macerie e in mezzo alla fame più nera (Se la mia città la avessi qui in questa valigia / Io partirei adesso all’improvviso / Ma sono inciampato in un numero / E i numeri scrosciano sangue / Occhi giorni scarpe / Lamenti, troni e poesia / Scrosciano e mi uccidono / Affinché crescano i morti / Gli amori / I nomi delle case e delle piazze). I suoni elettronici smorzano la crudezza dell’interprete, che cupo nel suo spoken word ispirato al poeta palestinese Darwish annuncia la sventura, ma al tempo stesso svela l’esistenza di quel fato ineluttabile che aleggia sopra lo scenario di guerra, nonostante il caso si diverta a giocare con la vita di colui che resta.
Sonagli e percussioni spingono avanti le corde di Basilicò, seconda traccia strumentale del disco; Caliti Ciatu inizia rimandando a La Sicilia havi un patruni (canzone di Rosa Balestrieri magistralmente reinterpretata da Basile in Sette pietre per tenere il diavolo a bada) nel ritmo e vagamente nelle percussioni. Un leggero arpeggio evoca un sentiero interrotto, forse da una granata, e la volontà di proseguire e di scagliare frecce sull’avversario eludendo insidie e pericoli. In sottofondo, in mezzo alle reminiscenze arabe, serpeggia una voce femminile registrata che narra di un interrogatorio e di un prigioniero poco disposto a collaborare (prima serpi alle calcagna, ora ferri ai piedi: non c’è speranza, non esiste fuga, solo il tentativo di non chinare la testa di fronte a una lingua sconosciuta che incalza e spaventa). I protagonisti sono un uomo e una donna, probabilmente amanti: lui esorta lei a passare la china e a dare inizio alla rivolta in quello che appare come il ricordo lontano di una ribellione senza uscita. Il brano è liberamente ispirato a una poesia dello scrittore Mahmoud Darwish, “Piegati finché passa la tempesta”.
Il flusso continuo che agita il disco e vira verso il mare sfocia nella meravigliosa U jornu do Signore, a metà tra la rarefazione e un Basile splendido salmodiante di una funzione che non raccoglie ma divide e denuncia. La sua voce sovrasta i campionamenti e persino quelli che sembrerebbero squilli di tromba del giudizio; il giorno del Signore, quello destinato al riposo dalle cose terrene, non esiste perché accade tutto l’anno. U jornu do Signore è il momento più alto di tutto l’album e del conflitto stesso. Da sciamano in Cummeddia (come volete chiamare un uomo che nel 2019 parla di una cometa che porta la peste e del suo affannarsi a cercarla fuori di casa mentre questa abita i suoi cassetti?) Cesare diviene l’officiante di un rito che pone l’ulivo in cima a tutte le cose terrene, quella pianta che simboleggia la giustizia dal tradimento e la massima tensione al cielo. Il Signore del cantante siciliano non è uno che proclama leggi, è un dio coperto di sputi a cui si votano tutti, persino i ragazzi carcerati impiccati nelle piazze (un’immagine si affaccia prepotente, oltre alle testimonianze dei giovani israeliani trucidati e appesi: la scena dei giustiziati a testa in giù esposti al pubblico ludibrio nel film JoJo Rabbit, rei di aver fatto “quello che potevano” per sfuggire ai nazisti) che a lui hanno rivolto preghiere pur di trovare la pace. La meravigliosa e atavica nostalgia di Cappeddu a mari chiude l’album a riprova di un cammino di tristezza lungo l’intero arco di una vita. Il sirtaki conclusivo sovrasta il vociare, fa riflettere e commuove, complice la voce dolcissima di Cesare che augura al cappello di tornare a quel luogo natio, travalicando quella spartenza, quella separazione disumana e mai auspicata, che tratteggia l’intera fatica musicale dell’artista.

Saracena è un album cupo, che simboleggia un ponte tra la cacciata degli arabi di Sicilia e quella dei palestinesi sulla striscia di Gaza, un lavoro che ha lasciato da parte la speranza per narrare la disperazione di migliaia di persone in fuga dai loro territori. È una chiara e netta presa di posizione dell’artista catanese nei confronti di una guerra sanguinaria e spietata che si protrae da decenni, un mondo che conosce molto bene perché fine conoscitore della tradizione orale della sua terra e dei cantori che, come lui, hanno avuto l’urgenza di narrare conflitti e ingiustizie mai dimenticate. Basile è sublime nel creare la connessione che lega la Sicilia e la Palestina e a rendere vivi e attuali ora, nel presente, gli accadimenti che gli arabi di Sicilia hanno subito per mano normanna. La sua voce è al servizio degli strumenti che ha costruito, piccoli gioielli di artigianato che si fondono con l’elettronica, largamente usata da Cesare per la prima volta: la sua innata e spontanea inesperienza rende labile e incerto ogni passaggio e dà al disco quel suono sul bilico di rasoio che è l’idea del conflitto stesso.
Saracena è un album che unisce due culture accomunate da infanzie, lingue e luoghi abbandonati in fretta e furia in cui l’unico filo conduttore, l’esodo, si dipana assecondando l’istinto e abbracciando il divertimento del suonare e a volte dell’improvvisare. Continuando a parlare degli ultimi e degli esclusi il musicista catanese prende posizione nei confronti di una realtà sempre più fuori controllo, narrando istanti, sentimenti, perdite e nostalgie che fluiscono l’una dietro l’altra, senza pausa alcuna. Saracena è un lavoro senza uscita e senza speranza in cui confluiscono generi come il blues, il folk e l’elettronica e fascinazioni arabe e mediorientali, in cui la tradizione e le suggestioni siciliane divengono un tutt’uno con la realtà di un popolo vessato e schiacciato dall’altra parte del mare. Saracena è una lacrima che scende a ogni suono, a ogni parola, a ogni sospiro, uno sdegno che sale davanti al quale non si può restare indifferenti. Come davanti a quell’ulivo e ai suoi rami innalzati verso un cielo che non piove giustizia.
Tracklist:
01. C’è na casa rutta a Notu (4:14)
02. Kafr Qasim (3:56)
03. Ciuri i cutugnu (2:01)
04. Prisenti assenti (5:03)
05. Bacilicò (0:54)
06. Caliti ciatu (2:26)
07. U iornu do Signuri (6:46)
08. Cappeddu a mari (3:13)
Photo Credit © Andrea Nicotra





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