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Paolo Benvegnù – Riflessioni di un profeta misconosciuto

I N T E R V I S T A


Articolo di Cinzia D’Agostino

È una fresca domenica di inizio Marzo, siamo a pochi passi dal Golfo di Salò, Lago di Garda, nella nostra casa. In una situazione normale noi e Paolo Benvegnù saremmo forse stati seduti insieme a contemplare il lago, ma riusciamo comunque a creare l’atmosfera nella nostra stanza della musica, poster, scalette, biglietti di concerti appesi e una videochiamata con Paolo, che ci risponde dallo Studio di registrazione di Gabriele Berioli a Magione (PG). Il 14 febbraio è uscito per Black Candy il suo ultimo disco, in solo ed in acustico, intitolato Delle inutili premonizioni vol. 1 – venti anni di misconosciuto tascabile, 12 tracce che ripercorrono la carriera dell’artista gardesano in un contesto raccolto, intimo ed estremamente coinvolgente. Abbiamo avuto l’onore ed il piacere di poter fare una chiacchierata in amicizia con lui, che ci ha un’altra volta illuminato della sua saggezza, scaldato con il suo affetto e la sua grandissima sensibilità.

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Giorgio Canali & Rossofuoco – Venti (La Tempesta Dischi, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

I mostri della ragione generano il sonno”.

Se avete seguito Giorgio Canali sui social da Marzo ad oggi non vi stupirete di certo del contenuto di questo nuovo disco Venti (di nome e di fatto) uscito il 4 dicembre per La Tempesta Dischi. Nulla da dire, la coerenza non è certo quel che gli manca e, a sessant’anni suonati, è un bel pregio. Se in passato i suoi album non nascevano “come fiori sugli alberi” ma solo quando lui aveva qualcosa che valesse la pena esternare, oggi una pandemia mondiale, a soli due anni dalle sue Undici canzoni di merda, ha fatto tornare il vecchio immortale a bestemmiarci nelle orecchie la sua incazzatura senza sconti per nessuno, come nel suo immancabile stile.
Volevo partire con un approccio estremamente critico, visto che lo seguo da una vita intera, prima nelle chitarre disturbate dei C.S.I. e poi nella sua famiglia Rossofuoco. Ma, sebbene quell’anarchico saccente spesso non trovi la mia condivisione nelle sue esternazioni estreme ed anche un po’ fuori moda, devo arrendermi alla sua innegabile perfezione artistica. Ma chi te lo sforna un disco di venti pezzi senza (quasi) annoiarti oggi? Dai avanti… fatevi sotto e ditemi un nome. Nonostante sia piacevolmente eterogeneo, non mancano di certo “liaisons” con brani di precedenti produzioni, Morire perché mi sembra un pezzo “scartato” dal penultimo album, Acomepidì è una “Solita tempesta” cantata senza Angela Baraldi, Cartoline Nere è una perla che sembra una b-side delle Undici Canzoni di merda; così come ci sono i sequel Dodici e Come quando non piove più

ph. Nicola Montanari

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The Zen Circus – L’ultima casa accogliente (Polydor/Universal, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Ogni volta che ascolto un nuovo disco, soprattutto italiano, mi immergo a pensare a come renderà dal vivo, poi mi ricordo del periodo storico in cui viviamo e mestamente mi ridirigo sui binari della realtà e provo a concentrarmi su questi nuovi meccanismi. La promo oggi non può di certo essere lo showcase, gli album escono in punta di piedi dai social, dove scopro da un post che introduce il singolo Appesi alla Luna che un nuovo lavoro degli Zen sta uscendo, mentre imperversano gli ascolti su Spotify o Amazon Music. E intanto che cerco consolazione perché non so quando potrò di nuovo sudare in mezzo alla folla di un live, la trovo commuovendomi mentre la voce di Andrea Appino mi grida nelle orecchie un po’ di rabbia, un po’ di chirurgica analisi della realtà, un po’ di ricordi di fanciullezza e di illusioni di libertà a cui siamo ancora immancabilmente aggrappati.
Non sono mai stata una fan estrema del Circo Zen, sebbene io li abbia sempre apprezzati e seguiti, quanto una grande estimatrice del cantautore Appino, il grande paroliere, il ragazzo dal sorriso ammaliante e dall’accento squisitamente e odiosamente toscano, dalla voce inconfondibile che mi procura sempre una stretta al cuore ed un brivido lungo la schiena non appena le mie orecchie ne percepiscono il timbro.

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Matt Berninger – Serpentine Prison (Concord Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Ci sono ormai ben pochi artisti viventi che ti lasciano un segno, voci così calde e travolgenti che al solo suono ti senti tremare. Avevamo Johnny Cash, Lou Reed tanto per citare i primi due che mi vengono in mente, oggi abbiamo il re inchiostro Nick Cave, Eddie Wedder… ed abbiamo Matt Berninger.
Dopo vent’anni di carriera come frontman di uno dei gruppi più influenti della scena indie rock The National, ecco che arriva il momento del suo contributo solista al mondo e, con questi presupposti, non poteva che venire fuori un semi capolavoro. Serpentine Prison è uscito il 16 ottobre per Book Records, sua sotto etichetta con distribuzione Universal e prodotto dal polistrumentista Booker T. Jones. Per 42 minuti Matt ti sussurra all’orecchio frasi malinconiche, rassicuranti, come una coperta calda in un pomeriggio d’inverno. L’ho riascoltato diverse volte, prima in cuffia al buio, poi ho fatto uscire quelle note dalle casse dello stereo mentre cucinavo la domenica mattina, lasciandole scorrazzare per casa, libere di impossessarsi di ogni metro quadro. In ogni modo lo ascoltiate, il risultato non cambierà, è un album di una perfezione devastante, nessun elemento fuori posto, una pienezza assoluta.

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Maestro Pellegrini – Fragile (Blackcandy Produzioni, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Come molti di voi, ho visto negli anni l’evoluzione di questo artista che si è guadagnato, un po’ per mano di Appino e un po’ per la sua attitudine polistrumentista e la sua formazione al conservatorio, l’appellativo di Maestro, oramai divenuto meritatamente un vero e proprio nome d’arte. Lo ricordo una sera d’estate del 2013 a suonare nei suoi Criminal Jokers che, nonostante la preponderante presenza del carismatico frontman batterista Francesco Motta, si faceva comunque notare nella penombra. Ho ancora in mente la sua esile figura sul grande palco di Nada a suonare chitarra e fagotto e la sua squisita educazione nel dopo concerto salutando i fan. Rammento lo stupore nel vederlo all’Ariston durante l’esibizione degli Zen Circus, gruppo del quale ormai fa parte in pianta stabile dal 2016. E poi, come forse era naturale, eccolo eseguire da solo le sue canzoni una manciata di mesi fa alla Latteria Molloy a Brescia, la sua semplicità che incanta, il suo inchino grato quando gli abbiamo detto che in Siamo noi ci ricordava un po’ Brunori.
Ed ecco che finalmente questa sua espressione intima e solitaria trova la sua realizzazione e forma in Fragile in uscita il 30 ottobre per Blackcandy Produzioni, diviso inizialmente in due ep, Vol 1 e vol 2. 

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Mattia Prevosti – Le Gabbie dei Tori (Autoprodotto, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Giorgio Canali si sa, ha un fiuto perfetto quando si tratta di lanciare musicisti particolarmente dotati, ha occhio lungo e straordinario orecchio se pensiamo a nomi come i Verdena o Le Luci della Centrale Elettrica da lui prodotti. Ed anche stavolta il vecchio “immortale”, come lui stesso ama definirsi, non è stato da meno in quanto a valutazione.
Mattia Prevosti, è un giovane musicista di Varese che, dopo esperienze in gruppi locali, inizia a scrivere le sue canzoni e ad apprezzare sempre più la musica indipendente italiana finché una sera nel 2010, durante un concerto di Giorgio, prende la sua chitarra e sale sul palco improvvisandosi a suonare con lui. Da qui nasce un bel legame e spesso Mattia apre le esibizioni dei Rossofuoco eseguendo un paio di suoi pezzi.

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Edda e Marok – Noio; volevam suonar. (Contempo Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

E chi lo fa un disco così sincero e genuino di questi tempi? Nessuna strana aspettativa, semplicemente Edda in tutta la sua originalità e il basso del grande Marok. Non state a cercare, il “discone” dell’anno, studiato e pensato a fondo, non fa parte delle loro corde né tantomeno di chi li apprezza e segue da sempre. Sì perchè se sei cresciuto con questi due intriganti musicisti che tanto hanno cavalcato la nostra cara musica italiana un po’ sotterranea, non puoi aspettarti altro che un meraviglioso tributo tra amici, un po’ schizofrenico, tutt’altro che ordinario, massima espressione di creatività e un po’ di follia, praticamente… un capolavoro.

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Cristiano Godano – Mi ero perso il cuore (Ala Bianca/Warner Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Dopo una lunghissima carriera nei Marlene Kuntz, Cristiano Godano sente il bisogno di abbandonarsi ad una parentesi solista, un po’ come chiudersi in una stanza privata dove smontare pezzo per pezzo il proprio io, osservandone ogni aspetto per poi ricomporsi secondo canoni più slegati e trasparenti. Già durante il lockdown, seguendo le dirette facebook, avevo notato un cambiamento in lui, più voglia di esprimersi, di comunicare col suo pubblico con animo sincero. Probabilmente la grande ammirazione che il musicista e compositore piemontese nutre per il grande Nick Cave gli è stata di ispirazione nel suo rapporto con i fan, o forse più semplicemente ha intrapreso un percorso interiore molto sofferto che lo ha portato ad una nuova consapevolezza. Ricordavo Cristiano come un personaggio dall’apparenza “costruita”, il modo di proporsi trasmetteva la cognizione della sua straordinaria cultura e conoscenza quasi intimidendoti, contribuendo inconsapevolmente a porlo, insieme a Manuel Agnelli, tra i personaggi inscalfibili della scena detta “indipendente” italiana.

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Gianni Maroccolo – Alone vol. IV – Mente (Contempo Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Non abbiamo nulla da invidiare alla musica internazionale, il nostro bel paese ha un ventaglio di musicisti di altissimo livello anche se purtroppo non abbastanza riconosciuti o valorizzati per il resto del mondo. Ma noi ne andiamo fieri e capita anche che il più grande bassista italiano abbia da due anni un progetto solista che prevede di ospitarne buona parte in ogni suo disco, dandoci così la possibilità di godere dell’estro che ognuno di loro porta, arricchendo in modo sempre più originale questo suo intenso disco perpetuo. Gianni Maroccolo, il fondatore dei Litfiba e dei C.S.I., oltre che bassista dei Marlene Kuntz tanto per citare le fasi più importanti della sua carriera, è un musicista perennemente ispirato, con una creatività in continuo divenire, a tal punto che dal 2018 ha concepito l’idea di una serie di pubblicazioni semestrali intitolate ‘Alone’ e ora è uscito per Contempo Records anche questo bellissimo ‘Volume IV’.

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