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Cinzia D’agostino

Mattia Prevosti – Le Gabbie dei Tori (Autoprodotto, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Giorgio Canali si sa, ha un fiuto perfetto quando si tratta di lanciare musicisti particolarmente dotati, ha occhio lungo e straordinario orecchio se pensiamo a nomi come i Verdena o Le Luci della Centrale Elettrica da lui prodotti. Ed anche stavolta il vecchio “immortale”, come lui stesso ama definirsi, non è stato da meno in quanto a valutazione.
Mattia Prevosti, è un giovane musicista di Varese che, dopo esperienze in gruppi locali, inizia a scrivere le sue canzoni e ad apprezzare sempre più la musica indipendente italiana finché una sera nel 2010, durante un concerto di Giorgio, prende la sua chitarra e sale sul palco improvvisandosi a suonare con lui. Da qui nasce un bel legame e spesso Mattia apre le esibizioni dei Rossofuoco eseguendo un paio di suoi pezzi.

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Edda e Marok – Noio; volevam suonar. (Contempo Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

E chi lo fa un disco così sincero e genuino di questi tempi? Nessuna strana aspettativa, semplicemente Edda in tutta la sua originalità e il basso del grande Marok. Non state a cercare, il “discone” dell’anno, studiato e pensato a fondo, non fa parte delle loro corde né tantomeno di chi li apprezza e segue da sempre. Sì perchè se sei cresciuto con questi due intriganti musicisti che tanto hanno cavalcato la nostra cara musica italiana un po’ sotterranea, non puoi aspettarti altro che un meraviglioso tributo tra amici, un po’ schizofrenico, tutt’altro che ordinario, massima espressione di creatività e un po’ di follia, praticamente… un capolavoro.

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Cristiano Godano – Mi ero perso il cuore (Ala Bianca/Warner Music, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Dopo una lunghissima carriera nei Marlene Kuntz, Cristiano Godano sente il bisogno di abbandonarsi ad una parentesi solista, un po’ come chiudersi in una stanza privata dove smontare pezzo per pezzo il proprio io, osservandone ogni aspetto per poi ricomporsi secondo canoni più slegati e trasparenti. Già durante il lockdown, seguendo le dirette facebook, avevo notato un cambiamento in lui, più voglia di esprimersi, di comunicare col suo pubblico con animo sincero. Probabilmente la grande ammirazione che il musicista e compositore piemontese nutre per il grande Nick Cave gli è stata di ispirazione nel suo rapporto con i fan, o forse più semplicemente ha intrapreso un percorso interiore molto sofferto che lo ha portato ad una nuova consapevolezza. Ricordavo Cristiano come un personaggio dall’apparenza “costruita”, il modo di proporsi trasmetteva la cognizione della sua straordinaria cultura e conoscenza quasi intimidendoti, contribuendo inconsapevolmente a porlo, insieme a Manuel Agnelli, tra i personaggi inscalfibili della scena detta “indipendente” italiana.

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Gianni Maroccolo – Alone vol. IV – Mente (Contempo Records, 2020)

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Articolo di Cinzia D’Agostino

Non abbiamo nulla da invidiare alla musica internazionale, il nostro bel paese ha un ventaglio di musicisti di altissimo livello anche se purtroppo non abbastanza riconosciuti o valorizzati per il resto del mondo. Ma noi ne andiamo fieri e capita anche che il più grande bassista italiano abbia da due anni un progetto solista che prevede di ospitarne buona parte in ogni suo disco, dandoci così la possibilità di godere dell’estro che ognuno di loro porta, arricchendo in modo sempre più originale questo suo intenso disco perpetuo. Gianni Maroccolo, il fondatore dei Litfiba e dei C.S.I., oltre che bassista dei Marlene Kuntz tanto per citare le fasi più importanti della sua carriera, è un musicista perennemente ispirato, con una creatività in continuo divenire, a tal punto che dal 2018 ha concepito l’idea di una serie di pubblicazioni semestrali intitolate ‘Alone’ e ora è uscito per Contempo Records anche questo bellissimo ‘Volume IV’.

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Perturbazione – (dis)amore (Ala Bianca Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Non è facile per me scrivere dei Perturbazione, il gruppo storico di Rivoli attivo sin dagli anni 90, nonché la band che mi ha accompagnato e fatto commuovere più di chiunque altro con il loro cantautorato puro e divertente; fiumi di emozioni avvolgevano le nottate solitarie con la voce dolce e sognante di Tommaso Cerasuolo che pareva quasi abbracciarti per darti consolazione.
Ne è passata di acqua sotto i ponti, una lunga carriera, la svolta stilistica,  Sanremo, il tormentone di “l’Unica” e poi… un altro cambiamento, l’uscita dal gruppo del chitarrista Gigi Giancursi e della violoncellista Elena Diana. È da allora che ho abbandonato un po’ gli ascolti di questo gruppo a me così caro, forse perché le ultime uscite di scena un po’ di vuoto lo hanno lasciato, vuoto che questo ultimo disco (dis)amore pubblicato il 29 Maggio, non ha ancora saputo colmare completamente.
L’impressione è quella di un lavoro molto più introspettivo, concepito visceralmente e per questo molto puro ma un tantino rimuginato, quasi si percepisse un’insicurezza di fondo, uno smarrimento probabilmente dovuto dall’assenza di una forza esterna che li conducesse a mettere ordine, a razionalizzare e a sfoltire.

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Ed O’Brien – Earth (Capitol, 2020)

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Articolo di Cinzia D’Agostino

Ebbene sì, Ed O’Brien è il chitarrista dei Radiohead. Il nome vi diceva poco vero? Messo a fianco a Thom Yorke e Jonny Greenwood è il componente meno quotato e ridondante del gruppo, quello che rimane sempre un po’ nell’ombra ma che, quasi in punta di piedi, ha sempre arricchito con i suoi suoni di chitarra, percussioni e cori i brani di una delle band più celebri del globo.
Succede che, dopo anni “al servizio delle canzoni di Thom e dei suoi testi”, una lunga permanenza in Brasile con la sua famiglia, lontano da cellulari e tecnologia, gli fa trovare uno stato di illuminazione e la spinta giusta per spiegare le ali e volare da solo. E il risultato è stato un meraviglioso decollo che ha saputo pilotare in maniera sorprendente, anche con l’aiuto di validi collaboratori come Flood in primis nella registrazione (U2, Depeche Mode), e avvalendosi di musicisti come Adrian Utley (Portishead) alla chitarra, Omar Hakim alla batteria, Nathan East al basso.

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John Qualcosa – Sopravvivere agli amanti (Autoproduzione, 2020)

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Articolo di Cinzia D’Agostino

È sempre estremamente affascinante accostarsi a musica sconosciuta alle proprie orecchie, respirare una ventata di novità, affacciarsi a un mondo nuovo. Sì perchè dei John Qualcosa non so assolutamente nulla, se non che il nome mi fa sorridere e pensare a quando non ti viene in mente come si chiama quel personaggio famoso e il suo cognome diventa magicamente “qualcosa”. La genuinità ed ironia del nome fa invece da contrasto al titolo affascinante e malinconico del disco, Sopravvivere agli amanti, uscito il 15 aprile ed interamente autoprodotto.
Così ascolto, ascolto le nove tracce una dietro l’altra, a mente libera e senza alcun condizionamento, scoprendo un album estremamente sincero e, proprio per questo, meravigliosamente imperfetto.
Dopo essermi fatta un’idea, vado a leggere chi sono. Innanzitutto è un duo e questo è il loro disco d’esordio anche se suonano insieme da svariati anni. Lui è Raffaele D’Ambrusco e lei, Ambramarie Facchetti, che scopro aver partecipato a X Factor ed essere conduttrice radiofonica, oltre ad aver pubblicato due album da solista ed aver vissuto pienamente di musica anche attraverso collaborazioni con nomi importanti tra cui Omar Pedrini.

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Paolo Benvegnù – Dell’odio dell’innocenza (Black Candy Records, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Se l’album Hermann era ispirato ad un manoscritto di Fulgenzio Innocenzi, ingegnere di Lucignano che una bambina donò a Paolo, questo Dell’odio dell’innocenza è invece un cd trovato dentro a una busta anonima a lui indirizzata contenente le undici tracce, chitarra e voce.
C’è sempre un alone di mistero giocoso dietro ai dischi del cantautore gardesano che danno un significato ancora più profetico alle sue creazioni, tendendo con un pizzico di ludibrio a mantenere una certa distanza.
Qualsiasi interpretazione più vi piaccia, non cambierà il fatto che questo sesto album è tra i più profondi ed incantevoli di Paolo Benvegnù.
Ad essere sincera, un primo ascolto distratto, in sottofondo, mi aveva condotta ad assimilarlo per sonorità ad una naturale prosecuzione dei lavori precedenti, senza sentire un rinnovamento determinante.

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Non Voglio Che Clara – Superspleen Vol.1 (Dischi sotterranei, 2020)

R E C E N S I O N E


Articolo di Cinzia D’Agostino

Ho il ricordo di questo gruppo bellunese da un cd che acquistai alla Fnac dieci anni fa, s’intitolava “Dei cani” e il nome della band Non voglio che Clara mi ispirava un romanticismo ormai dimenticato. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quel giorno, ma oggi ritrovo il piacere di ascoltare la stessa eleganza e delicatezza che mi aveva conquistato così tanto.
Esce così il loro quinto lavoro Superspleen Vol. 1, dopo ben cinque anni di silenzio che sono serviti a Fabio de Min e compagni anche a comporre e suonare tanto insieme, trovando una nuova intima intesa. Loro stessi definiscono questo lavoro “corale”, frutto di armonia e condivisione nella scrittura e nella composizione.

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