I N T E R V I S T A


Articolo di Cinzia D’Agostino

Quando un’artista ti racconta tutto ciò che volevi chiederle senza nemmeno il bisogno che tu le ponga direttamente le domande, probabilmente è fortuna, o sintonia. Chi lo sa. Sta di fatto che è successo e sarei stata ad ascoltarla per ore.
Chi conosce Cristina Donà sa che è una creatura dotata di una grazia e sensibilità fuori dall’ordinario, le sue riflessioni sono stimolanti, così come le vibrazioni della sua splendida voce che sanno trasportarti in spazi lontani ed incontaminati, come farti piombare in un dolce buio, mai senza via di uscita. La capacità di toccare profondamente le corde di chi l’ascolta e di generare forte empatia, le ha fatto conquistare l’appellativo di “incantautrice”.
In occasione del nuovo album deSidera, uscito il 3 dicembre a distanza di ben sette anni da Così Vicini, abbiamo fatto una lunga chiacchierata “on the road” con Cristina di ritorno dalla presentazione del disco.

Partirei dal titolo. Inizialmente ho interpretato diversamente il significato di “deSidera”. Avevo pensato alla preposizione de latina, quindi credevo che fosse un gioco di parole tra il desiderio e l’argomento delle stelle e dell’universo, una sorta di “De Rerum Natura”. In realtà è mancanza di stelle...
Nasce a posteriori rispetto alla realizzazione del disco, non c’era l’intenzione di realizzare un concept, ma quando abbiamo ascoltato le canzoni anche per capire quale potesse essere un titolo valido, è emerso che uno dei temi era il desiderio rappresentato anche come mancanza. Mancanza che spesso ricorre nelle mie canzoni, a volte come qualcosa che ha a che fare con la nostalgia, a volte semplicemente appunto come un desiderio. C’è sempre questa duplice lettura che è applicabile a tutto, alla fine se ci pensi. Quindi sono andata a cercare l’etimologia della parola desiderio e mi si sono aperte delle nuove visioni. I semi della parole conducono ad una serie di significati ai quali non sempre si presta attenzione. La mancanza di stelle descrive bene la natura del desiderio perché è riferito a quella parte umana incompleta, quel vuoto da riempire. Quella mancanza spesso genera uno slancio e dunque è un motore. Perché il desiderio è un motore meraviglioso e la qualità di ciò che riempie quel vuoto fa la differenza. Le stelle lontane rappresentano bene lo slancio verso ciò che sta fuori da noi e che vogliamo raggiungere, o, nella maniera meno nobile, possedere. Dopo aver scritto le canzoni ho cominciato ad indagare e ho notato che nelle varie tracce tornava sia la mancanza, sia uno sguardo rispetto a come riempiamo questi vuoti. È un problema strutturale dell’essere umano, può essere ed è un motore nella sua versione più nobile e diventa nefasto e pericoloso quando è un vuoto incolmabile ed insaziabile riempito da bisogni superficiali.

Questo lo hai espresso meravigliosamente in Distratti, uno specchio perfetto della nostra società. È una necessità o un dovere per un artista raccontare il proprio tempo cercando di destare gli animi? Ogni volta riesci a trovare un modo squisito per narrare ciò che accade, con estrema delicatezza e semplicità, ma con un risultato comunque incisivo. Intendo… non è solo uno sfogo ma un voler tramandare?
È una domanda interessante perché la scrittura credo parta da un’esigenza personale espressiva… adesso penso alla mia storia in musica. Mi sono chiesta mentre mi ponevi la domanda com’è cambiato anche questo nella mia scrittura ed in generale credo che ci sia un’esigenza iniziale di trovare un modo di narrare, un sentire personale che a volte ha a che fare con vicende dell’intimità. Se è però un’intimità che viene toccata da una realtà particolare che poi voglio riportare nelle canzoni, allora può anche essere che sia contaminata dal desiderio, giusto per tornare al tema principale. Non so se ho mai pensato di essere quella che arriva a destare gli animi altrui, è più che altro una versione che ho voglia di condividere, anche attraverso la frequentazione di persone, in primis mio marito, e anche altri che hanno a cuore alcuni temi. Questo disco è partito ed è rimasto un modo per indagare me stessa all’interno della società e quali sono i miei comportamenti che influiscono sulle persone vicino a me e anche a quelle che non conosco. Perché siamo abituati a pensare i comportamenti individuali come qualcosa che rimane circoscritto nelle nostre case, in realtà abbiamo visto bene che anche le intenzioni e la qualità dei nostri pensieri creano comunque una sorta di riverbero fuori da noi, figurati le azioni. E ho avuto la necessità di appuntarmi queste note sia di testo che di musica, musica che come sai è condivisa con Saverio Lanza, che ha fatto un lavoro straordinario in questo disco. Sono riflessioni che riguardano soprattutto e prima di tutto me, però in un contesto sociale e quindi non c’è nessuna volontà di puntare il dito. Colpa l’ho scritta anche per voltare lo sguardo su quello che sono io, non per trovare il capro espiatorio fuori e sottolineare un atteggiamento che vedo aldilà di me stessa. È un atteggiamento che io noto soprattutto su di me nel quotidiano. E c’è lo sforzo, da anni, anche grazie a persone che ho incontrato, a partire dalla mia insegnante di yoga che, oltre agli esercizi meravigliosi e molto utili che mi porto dietro, mi ha aperto un mondo su quella che è l’osservazione dei nostri modi di fare, del nostro sentire, del nostro giudizio su noi stessi e sugli altri. Tra l’altro con un modo che ha poco a che fare con le abitudini che invece ci vengono imposte dalla società e anche dalla religione stessa che ti fa nascere già con il peccato addosso e che non a caso poi la figura femminile si porta dietro. Direi che è un’esigenza personale che passa anche attraverso una soddisfazione che lo scrivere mi dà, il trovare un linguaggio sempre diverso, delle strade che possano gratificarmi. Però ogni volta cerco di capire anche cosa è utile raccontare. Questo è cambiato negli anni, ci sono stati dischi in cui mi sono soffermata in una sorta di intimismo della persona e dell’amore, qui ho preferito inserire la mia ricezione all’interno di una realtà più ampia.

Come hai vissuto il crowdfunding? È un modo di stare più in contatto con i tuoi fan o è anche stato un veicolo che ti ha in qualche modo anche inconsciamente condotto in una strada di maggiore libertà? Libertà anche di sperimentazione intendo, ti sei sentita più slegata, come in una conversazione più intima?
La scelta di abbracciare questa modalità è nata un po’ durante la realizzazione sempre di una campagna crowdfunding, con Ginevra di Marco. Ovviamente conoscevo l’esistenza di questa possibilità ma non l’avevo mai sperimentata. In discografia da alcuni viene ancora vista un po’ come un ripiego, un’ultima spiaggia. Con Gianni, il mio manager, abbiamo valutato in profondità le diverse possibilità e alla fine abbiamo deciso di non andare a bussare a nessuna porta perché la scommessa del crowdfunding ci sembrava alla fine quella più giusta in questo momento storico. Le ragioni le hai citate, quella che ti porta ad essere così legata con il pubblico che ti conosce che ti ha ascoltata e che presumi ti sostenga e che con questa formula lo rende ancora più presente. Questo è quello che ho visto sia con Ginevra sia con il mio disco. La libertà, quella slegata da una direzione imposta dalla casa discografica, la volontà di costruire la musica in modo diciamo meno consueto, in realtà esiste da Così Vicini, c’è sempre stata anche con Torno a casa a piedi con la Emi o con La quinta stagione, le produzioni del disco e le modalità me le sono sempre scelte io, sono stata fortunata.
Perché mi capita che uscita da un album, ho esigenza di provare qualcosa che non sia una ripetizione di quell’album, non come esercizio di stile, credo che sia una necessità umano artistica. Avendo questa possibilità di farlo, penso sia uno spreco non sondare diversi modi di dire le cose. Come libertà espressiva qui è sicuramente più evidente rispetto ad altri dischi se si esclude Nido che per alcuni tratti è forse quello che assomiglia di più a deSidera. Ecco mi è venuto spesso da pensare che chi mi ha conosciuto dal primo disco, forse in questo ultimo trova un po’ quel desiderio di sperimentazione, chi mi ha iniziato ad ascoltare con La quinta stagione forse sarà un po’ più spiazzato per quel tipo di libertà… che più che libertà è voglia di rompere gli schemi. In questo disco ho sentito fortemente il richiamo verso questa modalità molto libera. Negli anni, forse dopo La quinta stagione, ci sono stati tantissimi tentativi da parte della mia etichetta di portare la mia musica in radio e un po’ è anche successo.
Ma io credo che alla fine si siano creati tanti pregiudizi rispetto non solo alla mia musica, ma alla cosiddetta “indie” che è considerata difficile, che la gente non capisce. Ma proprio perché le ho vissute per tanto tempo, ad un certo punto queste false giustificazioni le ho archiviate e mi sono detta “io continuo a fare ciò che mi piace, cercando di portare la mia testimonianza e di farlo al meglio, verrà quello che verrà”. Se ti sforzi di fare una canzone per mandarla in radio, magari contravvenendo anche alle tue aspirazioni personali, magari non fai altro che un danno a te e alla musica. Questo per dirti che qui ci siamo spinti un pochino oltre e se ci pensi la cosa fa un po’ sorridere perché se vai ad ascoltare prodotti che arrivano dall’estero questo non verrebbe mai giudicato un disco sperimentale. In Italia probabilmente lo è perché siamo talmente abituati a cose standard che appena produci una canzone senza un vero e proprio ritornello ti sembra chissà cosa.

Infatti è stato molto bello ed inaspettato ascoltare un disco italiano così diverso e mi sono domandata come potesse essere stata la genesi di questo lavoro…
Non siamo partiti da canzoni già strutturalmente composte e poi abbiamo messo i suoni. Non è stato facile il momento in cui ho cominciato a cercare quello di cui volevo parlare. Forse perché ho già scritto tante canzoni, forse ero confusa da tutto quello che mi è attorno e che è sempre più ridondante, forse perché avevo voglia anche non solo di raccontare me stessa ma di farlo in modo più allargato. In questo centellinarsi di parole che mi piacevano all’interno della scrittura, alla fine rimaneva davvero poco di quello che mi convinceva e, per non arenarmi e non essere presa dal panico tanto nefasto del buio della creatività, ho deciso con Saverio di lavorare alle piccole cose che arrivavano man mano, quelle che rimanevano nel retino del setaccio. 
Saverio con quelle frasi e quei frammenti ha cominciato a lavorare costruendoci intorno il mondo sonoro ed è successo che piano piano questi nuclei hanno cominciato a vorticare e a raccogliere materia, la materia circostante che erano nuove parole, nuovi stimoli, nuovo colori sonori e le canzoni si sono create così, in una modalità totalmente nuova. Non siamo partiti dicendoci “ah famolo strano”, ma ci siamo fatti guidare da quelle che sono le suggestioni che arrivano piano piano, senza fretta. Per alimentare un po’ il mio bagaglio di esperienza sono entrata come sai in diversi progetti in questi anni, avevo proprio voglia di andare a respirare insieme ad altri, o che fossero artisti che condividessero con me il palco, oppure storie di altri cantautori com’è successo per De Andrè o come è successo per Rock Bazar dove ho preso in mano le cover della tradizione pop rock. Poi non ti so dire cosa ho preso da tutte queste esperienze ma evidentemente ci è finito qualcosa. Quindi il paesaggio di queste canzoni è stato costruito con una navigazione a vista che ha prodotto deSidera.

Ormai tu e il grande Saverio Lanza siete ben collaudati, tra di voi c’è una sintonia perfetta
Sì, più ci lavoro più mi rendo conto dell’incredibile capacità di Saverio di entrare in simbiosi. Ma lo fa anche quando lavora con altri artisti, non lo fa solo con me. È uno capace di ascoltare, ha una preparazione musicale spaventosa che però non è fissa su una tipologia musicale, lui spazia dalla musica classica, quella pop, quella rock, in questo caso c’è anche il mondo elettronico.

E infatti ti volevo chiedere qualcosa di questa “elettronica preistorica”
Esce da Jurassic Park (ride). No guarda io la vedo così perché sono suoni che Saverio ha trovato e che mi ha proposto partendo, forse te l’ho detto all’inizio, da una mia esigenza che non so da dove arrivava, ma che ho sentito dopo Così vicini. Dopo le avventure degli album scorsi, sentivo una necessità di legare la mia voce e le mie parole a dei suoni sintetici, che non fossero prettamente elettronici ma che avessero una parte importante nella sceneggiatura di questo disco. E sono suoni che ha attinto appunto dagli anni 80 e 90, quindi per forza preistorici. Sono sequenze molto semplici che però si mescolano, sono funzionali un po’ a tutto quello che incontrano proprio perché, partendo da piccoli nuclei, spesso l’elettronica entra ed esce.

Infatti di questo disco mi hanno colpito tantissimo i suoni, gli archi poetici, il piano, ma anche l’elettronica che si inserisce, ma in armonia con le note classiche
Mi fa molto piacere perché quello che credo sia un po’ la sfida di questo album quello di portare l’ascoltatore ad ascoltare più volte il disco perché è fatto a strati. E di questi strati fa parte anche una buona fetta di questa elettronica preistorica che in alcuni brani magari è meno evidente perché non vuole per forza essere protagonista; fa amicizia o viene utilizzata per rimescolare anche gli altri elementi ma, come dicevi tu, sempre in condivisione. Comunque sì, Saverio ha fatto un lavoro pazzesco, ha suonato tutto lui tranne gli strumenti come arco, i fiati e alla batteria c’è Cristiano Calcagnile.

Durante l’ascolto mi sono venute in mente figure come Bjork ed Emiliana Torrini, voci che qualsiasi cosa cantino evocano la natura, qualcosa di primordiale…un po’ come alcuni tratti di questo disco. Ma forse perché gli islandesi hanno la natura che scorre nel sangue. E così mi è venuto spontaneo un parallelismo con le tue montagne e la splendida vista dalla finestra della tua cucina … L’armonia con la natura è stata una parte integrante della tua espressione artistica?
Mi fa piacere perché è in tante riflessioni di quelle che si trovano in generale nei miei dischi. Ma in un disco dove di natura si parla solo esplicitamente in una sola canzone che è L’autunno e in Come quando gli alberi si parlano solo come metafora, dove non è predominante come in altri album, è bello pensare che queste immagini e questo linguaggio è come se venissero partorite grazie anche al mio stare in un luogo che è quello dove abito.

Tu lo esprimi anche attraverso la voce, è come una sorta di armonia magica che ti dà la natura
Sì siamo tutti il risultato di tante cose, della genetica, ma anche del paesaggio in cui siamo immersi che quindi può palesarsi o in modo figurativo arrivando ad auto descriversi con immagini esplicite, oppure indirettamente, laddove ti viene voglia di parlare di una certa cosa con la natura quando con questa non ha nulla a che fare. Dico paesaggio, perché questo è il grande fraintendimento nel quale casco sempre anch’io perché siamo noi stessi natura, se ce lo ricordassimo avremmo meno problemi. Ovvio che se non ci fosse lo specchio fuori da casa mia che mi ricorda la mia natura forse non scriverei e non canterei così perché quella della voce è una parte dell’inconscio che si porta dietro poi tutta una materia importante che è quella di cui siamo fatti.

Mi ha incuriosito molto il riferimento a Simona Vinci, anche perché ho ricordi molto particolari legati al libro “In tutti i sensi come l’amore”. Hai detto che la sua voce ha influenzato molto deSidera. Puoi spiegarci meglio?
Credo che quel libro mi abbia condotto, mi abbia presa per mano, che la scrittura mi abbia guardato negli occhi e mi abbia fatto capire che era ora di parlare della parte scura delle nostre vite, la parte negativa, quella parte che è come il corpo malato che poi presume una cura. Il suo modo di scrivere è così viscerale, disincantato ma incantato nello stesso tempo perché Simona ti presenta il dolore umano che sta dietro le storie e le vite delle persone che a volte non abbiamo voglia di guardare, perché fa male e perché è anche normale voltarsi ogni tanto dall’altra parte per sopravvivere. Solo che a volte scendere dal piedistallo e mescolarsi un po’ al fango ai detriti e alle cose dolorose ed estreme delle nostre esistenze ci può dare uno stimolo in più per reagire e trovare nuove strade o quella cura che dicevo prima. E poi dovrebbe generare quel sentimento di compassione, che è un sentimento meraviglioso che permette agli esseri umani di percepire il collegamento non solo tra noi ma anche con quello che ci sta intorno.
Una cosa che mi affascina molto è anche il discorso della fisica quantistica, di quello che il mondo della scienza ha per anni separato dai sentimenti e dalle emozioni ma che in realtà sono la stessa cosa, cioè siamo fatti di energia, siamo fatti di materia che genera energia.
Questo scendere negli abissi di Simona lo trovo necessario e mi ha molto colpito perché lo fa in un modo poetico e struggente, mi vengono i brividi a pensare al suo modo di scrivere.
C’è un brano che è “Il cortile” che ha liberamente ispirato un’immagine di Conto alla rovescia dove ad un certo punto dico “alle nove là fuori c’è un uomo che aspetta nell’ombra guarda dentro il giardino da un anno chissà cosa cerca”. Per chi vive una vita “normale”, sembrano storie da chissà quale libro di fantascienza, sono vicende molto particolari ma in realtà normalissime, la normalità quella vera, perché comunque siamo fatti di estremi spigolosi e di quel lato oscuro della luna che è molto più frequente di quello che pensiamo.
Chiudo con questa citazione di Carlo Mazzacurati che mi è particolarmente cara che dice più o meno così: “ogni giorno le persone portano dentro una lotta personale di cui non sappiamo niente, sii gentile sempre”.

Foto © Sara Cauli