R E C E N S I O N E


Recensione di Mimmo Stolfi

Cambia per leggeri slittamenti la musica dei californiani SML. Le variazioni sono minime, quasi impercettibili, prese una per una. È la loro lenta sedimentazione a ridisegnare continuamente il brano. Si ha a volte l’impressione di trovarsi nello stesso punto, finché ci si accorge che tutto è cambiato. Spontaneous Music Live è il loro disco in cui questo modo di pensare la musica si manifesta con maggiore chiarezza.
Registrato allo Zebulon di Los Angeles in tre serate dal vivo, l’album presenta due sole improvvisazioni, entrambe lasciate intatte, senza il montaggio che aveva caratterizzato i precedenti dischi, Small Medium Large e How You Been. È una scelta meno netta di quanto sembri. Più che abbandonare il lavoro di studio, gli SML decidono di mostrare ciò che quel lavoro aveva finora tenuto parzialmente nascosto: il funzionamento interno della band. Il quintetto – Anna Butterss, Josh Johnson, Jeremiah Chiu, Gregory Uhlmann e Booker Stardrum – suona come se ogni musicista avesse imparato a diffidare dell’idea più ovvia. Nessuno sviluppa un tema fino in fondo, nessuno occupa stabilmente il centro della scena. Ogni intuizione viene raccolta, deformata o abbandonata dagli altri nel giro di pochi secondi. Sembra un ecosistema in continuo assestamento.

The Drums nasce da una pulsazione costruita dalla batteria di Booker Stardrum e dal basso elettrico di Anna Butterss, ma il titolo finisce quasi per depistare. La batteria non domina il discorso, crea piuttosto le condizioni perché tutto il resto possa accadere. Sopra quel movimento costante, il sax contralto di Josh Johnson evita qualsiasi enfasi jazzistica, preferendo brevi cellule sonore che si insinuano nel tessuto ritmico, mentre la chitarra elettrica di Gregory Uhlmann e l’elettronica modulare di Jeremiah Chiu sfumano continuamente il confine fra timbro acustico e sintetico. Il risultato lascia affiorare, a tratti, il krautrock più ipnotico, l’afrobeat o il Miles Davis elettrico, senza mai trasformare quei richiami in citazioni riconoscibili. Non si è mai assaliti da un senso di noia o aridità perché i pattern creati dai musicisti non si sviluppano in ripetizioni statiche, ma creano unità flessibili che crescono organicamente nel corso degli oltre 23 minuti del brano

Ancora più sorprendente è l’altrettanto lungo Roundabouts. Tutto nasce da un ostinato che sembra destinato a ripetersi senza variazioni. Succede invece l’opposto. Ogni rotazione introduce un dettaglio nuovo: un cambio armonico del basso, una figura del sax che si prolunga qualche battuta in più, una risonanza elettronica che altera la prospettiva dell’intero ensemble. La trasformazione avviene sempre ai margini. Quando ci si accorge che il paesaggio è cambiato, gli SML sono già da un’altra parte. È probabilmente questa la qualità più interessante del gruppo. Molti ensemble contemporanei costruiscono la tensione accumulando eventi, gli SML invece riducono il materiale, insistono su poche idee, le osservano da angolazioni diverse fino a rivelarne possibilità che sembravano non esistere. Il tempo non viene riempito, ma dilatato. Anche la registrazione contribuisce a questa sensazione. L’ingegnere del suono Bryce Gonzales conserva la profondità dello spazio senza cercare di ripulire ogni suono, mentre il mastering di David Allen mantiene intatta la dinamica dell’esecuzione. Non c’è alcun tentativo di trasformare il concerto in un prodotto più levigato. Si ascolta la musica mentre prende decisioni.

I due album precedenti lasciavano intuire il metodo degli SML, quest’ultimo lo espone senza mediazioni. E mostra come, per questo quintetto, improvvisare non significhi aggiungere continuamente materiale, ma intervenire il meno possibile, aspettando che una piccola deviazione costringa la musica a trovare da sola un nuovo equilibrio.

Tracklist:
01. The Drums (23:46)
02. Roundabouts (24:34)

Cover Photo © Sam Lee
Photo © Ariel Fischer

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