L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello

Luciano Ligabue, l’ultima notte del tour: Milano balla sul mondo

Certe serate non sono semplicemente concerti. Sono pagine di vita che si richiudono e, allo stesso tempo, si riaprono. L’ultima data di La notte di certe notti, andata in scena all’Unipol Dome il 24 ottobre 2026, aveva il sapore delle occasioni speciali: la conclusione di un lungo viaggio iniziato mesi prima tra arene, stadi e palazzetti, e l’abbraccio finale tra Luciano Ligabue e quella comunità di persone che da oltre trent’anni continua a riconoscersi nelle sue canzoni.
Da fotografa, il concerto è iniziato in modo diverso rispetto a chi era in platea. Tre brani appena nel pit sottopalco, il tempo concesso a chi deve raccontare attraverso le immagini prima di riporre la macchina fotografica e affidarsi soltanto alle emozioni. Tre canzoni che, questa volta, sono bastate a racchiudere l’essenza di tutta una carriera.

Non c’è stato alcun preambolo. Nessuna attesa costruita ad arte. L’inconfondibile riff di Balliamo sul mondo ha incendiato immediatamente il Dome. Attraverso l’obiettivo l’energia era quasi fisica: Ligabue percorreva il palco con la sicurezza di chi sa perfettamente come parlare alla propria gente, mentre la band spingeva forte, compatta e potente. Eppure, mentre cercavo l’inquadratura giusta, qualcosa è successo. Perché ci sono canzoni che smettono di appartenere soltanto all’artista e diventano parte della nostra storia personale.

“Cadremo ballando, sul mondo.”

A diciott’anni quella frase era scritta a pennarello sul mio zaino del primo Interrail. Era un manifesto, una promessa fatta a me stessa. C’erano i treni notturni, le cuccette condivise con sconosciuti destinati a diventare compagni di viaggio per qualche giorno, le stazioni che profumavano di partenze, la sensazione meravigliosa che il mondo fosse enorme e completamente da scoprire. A quell’età il peso dello zaino non si sente mai davvero. Pesano molto di più i sogni che ancora non si sono realizzati. Sentire oggi quelle parole risuonare dentro un Forum gremito è stato come aprire all’improvviso un cassetto della memoria dimenticato. Per qualche minuto non ero più soltanto a fotografare un concerto. Ero di nuovo su quel treno, con gli occhi pieni di futuro.

E inevitabilmente il pensiero è corso a mio padre. A lui devo gran parte di questo entusiasmo per la musica, della curiosità verso i concerti, della capacità di emozionarmi ancora davanti a una chitarra accesa e a un ritornello condiviso da migliaia di persone. Quando Ligabue canta “Ballando sul mondo qualcuno là sotto riderà”, non posso fare a meno di pensare anche a lui e a quel patrimonio invisibile di passioni che ci viene consegnato senza nemmeno accorgercene.

Dopo un’apertura così esplosiva, il concerto ha mantenuto una tensione costante per oltre due ore, attraversando tutte le anime del repertorio di Ligabue. La scaletta ha costruito un percorso capace di alternare energia e introspezione: da Marlon Brando è sempre lui a Non è tempo per noi, dalla poesia senza tempo di Piccola stella senza cielo fino a Questa è la mia vita, passando per brani più recenti come Nessuno è di qualcuno e Sarà un bel souvenir. Momenti particolarmente intensi sono arrivati con Lambrusco & pop corn, cantata come un rito collettivo, e con Urlando contro il cielo, che ha trasformato il Forum in un gigantesco coro rock.

Ligabue si è mostrato in grande forma, sostenuto da una band impeccabile capace di passare dalla potenza delle cavalcate elettriche alla delicatezza delle ballad senza perdere compattezza. Le chitarre hanno conservato quella ruvidità che da sempre rappresenta la sua cifra stilistica, mentre la resa sonora si è dimostrata equilibrata e coinvolgente in ogni settore del palazzetto. Tra i momenti più emozionanti della serata, A modo tuo eseguita insieme a Linda Ligabue ha regalato una parentesi di straordinaria tenerezza, quasi un momento sospeso all’interno della festa. Poi il finale. Quello che tutti aspettavano.

Tra palco e realtà, I ragazzi sono in giro e infine Certe notti hanno trasformato l’ultima parte dello show in una celebrazione collettiva della memoria. Migliaia di telefoni accesi, migliaia di voci intrecciate, migliaia di storie personali che per qualche istante si sono fuse in una sola. E quando è arrivata Non cambierei questa vita con nessun’altra, scelta perfetta per chiudere il sipario, si è avuta la sensazione che il titolo stesso racchiudesse il significato dell’intera serata. Perché la vera forza dei concerti di Ligabue non sta soltanto nelle canzoni. Sta nella loro capacità di accompagnarci nel tempo. Di far convivere, nello stesso istante, i diciotto anni e l’età adulta. I viaggi che abbiamo fatto e quelli che dobbiamo ancora fare. Le persone che sono accanto a noi e quelle che continuano a esserci nei ricordi.

L’ultima notte milanese di questo tour è stata esattamente questo: una festa rock, certo. Ma anche un gigantesco album fotografico collettivo in cui ognuno ha ritrovato una parte di sé. E uscendo dal Dome, con ancora nelle orecchie l’eco di quelle canzoni, è sembrato chiaro che il segreto del Liga sia rimasto sempre lo stesso: raccontare la vita così com’è, con le sue cadute, le sue cicatrici e la sua ostinata voglia di continuare a sognare. Continuare a sognare e, come allora, continuare a cadere ballando. Sul mondo.

Immagini sonore © Daniela Pontello

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