A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Per chi non conosce Cao Fei, risulterà piuttosto ostico affrontare il progetto Dash, che l’artista cinese ha allestito in stretta collaborazione con la Fondazione Prada, visitabile fino al prossimo 28 settembre. In realtà più che una mostra è un progetto che pone le sue basi nella difficile situazione dell’agricoltura cinese o almeno in una delle sue colture, quella del riso, che necessita di ingenti quantità d’acqua e di conseguenza il rapporto con la crescita della popolazione. La particolare e suggestiva mostra allestita nel Podium della Fondazione si focalizza, più che sul problema, sulle possibili soluzioni che passano necessariamente attraverso nuovi strumenti che innovano la coltura con l’utilizzo di droni e robot per la semina, la crescita e il raccolto del riso e dell’intelligenza artificiale necessaria al monitoraggio e al controllo delle colture stesse. Ci si chiederà in che modo possa entrare un artista in tutto questo.

Invece c’entra poiché la ridefinizione del rapporto tra chi coltiva e i riti, le abitudini e una certa “mitologia”, cresciuta intorno ai rituali contadini, tendono a modificarsi profondamente. E qui solo la voce di un poeta, di un narratore o di un artista può far sì che le nuove tecnologie e i nuovi saperi possano innervarsi nei nuovi modi di coltivazione, andando a costituire la rivoluzionaria tradizione contadina, anche se l’espressione può sembrare una contraddizione in termini. Del resto le parole di Karl Marx eran già ben chiare: ” È ben noto che la mitologia greca non fu soltanto l’arsenale, ma anche il terreno di coltura dell’arte greca. […] Ogni mitologia domina e plasma le forze della natura nell’immaginazione e mediante l’immaginazione; essa dunque scompare quando si giunge al dominio reale di quelle forze...” Qual è dunque il nuovo Olimpo della cultura contadina cinese? È un Olimpo iper-tecnologico fatto soprattutto di droni e di robot, i nuovi dei del contadino cinese, ma anche di “rituali tecnologici” dominati dall’AI. Incominciando dal piano terra la mostra offre al visitatore la ricostruzione di una tenda per la conservazione del riso, entro la quale Cao Fei decide di proiettare il film Dash del 2026 prodotto proprio dalla Fondazione Prada e che investiga sul rapporto millenario tra contadini e terra, al cui orizzonte ha fatto capolino da qualche anno una “divinità” tecnonologica che ha contemporaneamente innovato e facilitato di molto la coltivazione della pianticella: il drone.

Attraverso questo strumento, diventato famoso più per azioni di guerra che imprese di pace, i contadini cinesi hanno visto migliorare sia quantitativamente che qualitativamente le proprie produzioni, ma anche la propria qualità della vita. In associazione con piccoli robot e, con il supporto di specifici programmi di intelligenza artificiale la semina, la cura, il monitoraggio della crescita e persino il raccolto finale del riso sono sotto controllo totale. Il film non è solo un prodotto di informazione, ma anche un oggetto estetico che non fa che cantare le gesta di una divinità tecnologica. Ma al centro del Podium troviamo The Birth, una sorta di tempio, che racchiude la proiezione di un video a tre canali sul processo di costruzione dei droni. L’installazione illustra alla perfezione il modo in cui i contadini integrano i droni nel contesto di altri rituali propiziatori e di divinità più tradizionali. Il titolo della mostra Dash prende spunto dal gioco virtuale che porta il medesimo nome: infatti, attraverso un visore tridimensionale, il visitatore può vedere con gli occhi di un drone agricolo dismesso che ipotizza già un futuro di obsolescenza tecnologica dell’apparecchio in uso, suggerendo l’unico atteggiamento possibile per l’umanità, ossia cavalcare l’innovazione tecnologica, non già “contro” la natura, ma in armonia con essa.

Si potrebbe obiettare che la concezione di Cao Fei pecchi di ingenuità, ma non credo si tratti di questo; si tratta piuttosto di non rinunciare alla tecnologia, ponendo l’oggetto della sfida, non già su un autoreferenziale sviluppo tecnologico, bensì sulla necessità di ottenere dalla natura (e in questo caso particolare dalla agricoltura intensiva) maggiori risultati, mantenendo inalterati gli equilibri. Una sfida tutt’altro che impossibile da vincere. Al primo piano del Podium la mostra offre successivamente al visitatore un ambiente di documentazione e di riflessione meditativa, a cominciare da Land Ceremony, ovvero una installazione che fa riferimento alla rituale benedizione del riso, prima di ogni semina, propiziatoria di un raccolto abbondante. È qui che la mostra di Cao Fei  mostra il suo punto di forza, ovvero l’appassionato credo in una capacità tecnologica ancella del duro lavoro umano, che ne favorisca gli scopi, ne rispetti l’ambiente e non cancelli la memoria dei rituali. La sezione, divisa in specifiche sottosezioni, contiene una quantità impressionanti di materiali di archivio sulla coltivazione del riso, sulla sapienza contadina e sulle tecniche di coltivazione, attraverso film, fotografie, disegni, manifesti, ma anche testimonianze, interviste, storie della tradizione.

I due documentari, Super Farms e Southward Journey, entrambi del 2026, testimoniano l’applicazione della agricoltura intelligente in vaste aree della Cina ma anche del Sud-est asiatico, dove l’uso dei droni per il controllo digitale dei parametri biologici e ambientali delle risaie, non è solo il presente (e non già il futuro), ma costituisce l’elemento principe della nuova ed ineludibile mitopoiesi contadina. La Cina, ma anche l’Asia tutta, così come l’Africa, stanno contribuendo molto significativamente ad alimentare le nuove tendenze artistiche di questo ancor giovane secolo, con una vitalità, una profondità di elaborazione teorica e una ampia serie di realizzazioni di opere pregne di senso, a fronte di una Europa che appare sempre più avviluppata in un loop formale vuoto, banale, privo di grandi visioni ma anche privo di aspirazioni. Del resto il chiassoso “can can” attorno al padiglione della Russia all’ultima Biennale di Venezia la dice lunga, non solo del provincialismo di vedute dei protagonisti, ma soprattutto, fatte le dovute eccezioni, della mancanza di visione e della pochezza di idee dell’arte contemporanea europea, occidentale, russa compresa, che per conformismo consumistico non è seconda a nessuno. 

Foto © Marta Marinotti e Federico Floriani, tranne 4,5 © Peng Jing, Courtesy Fondazione Prada


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