R E C E N S I O N E
Recensione di Luca Onyricon Giglio
C’è una certa magia nella musica che resiste alla comprensione immediata, respira inquieta e aspetta, No Longer, Not Yet, il secondo album del trio avant-rock italiano She’s Analog, arriva come una dolce marea, rimodellando la riva lentamente e con precisione. Questo materiale si dispiega come un’ombra, intenzionale e bello nella sua capacità di sfuggire a facili classificazioni. Una band che comprende la grazia dell’incertezza non cercando gli spigoli vivi e risultati immediati di molte formazioni affini ma lasciandosi invece trasportare dai suoni come se intorno non ci fosse nessuno. La loro tavolozza è ampia: post-rock, jazz sperimentale, collage sonoro d’avanguardia, ma l’intento è intimo, un suono di intuizione collettiva, curato, nella sua entropia ragionata, in ogni minimo particolare. In tutto questo il titolo No Longer, Not Yet è una bussola appropriata, suggerisce uno stato liminale in uno spazio tra il divenire e lo svanire dove la musica incarna questo senso di essere in bilico.

Il trio costruisce trame sonore piuttosto che canzoni, incorporando i propri strumenti in forme amorfe che echeggiano, si disgregano e si riformano attraverso la foschia in una anti-composizione. Sono ambienti sonori, soundscapes fragili, in continua evoluzione e non timorosi del silenzio perché ogni elemento è presente e sfuggente nello stesso instante, sfruttando le chitarre che aleggiano dipingendo particolari sullo sfondo, coadiuvandosi di una batteria che suggerisce piuttosto che guidare. Gli elementi elettronici lampeggiano come fari di passaggio su una lunga strada silenziosa, a tratti sembra quasi che stia costruendo un’architettura sonora dalla nebbia, si percepisce la forma di qualcosa che subito dopo cambia e che non si riesce mai a trattenere completamente. C’è una straordinaria maturità nel modo in cui gestiscono il tempo, sono pacati, introspettivi, persino meditativi.
Questo loro secondo album ci regala 6 brani di jazz creativo e improvvisato in una lenta conversazione, che si dipana tra strumenti che ascoltano tanto quanto parlano e interagiscono fra di loro. Tingle apre l’avventura con una grande attenzione all’atmosfera, grazie all’uso strategico della batteria vivace di Giovanni Iacovella e della chitarra radiosa di Stefano Calderano, mentre Narrow Pass prosegue con ondate di bellezza grazie alla chitarra calda, alla batteria che accarezza e a uno sfondo onirico dove tutto è sospeso e difficile da ricordare. Danse Macabre e Slow, Kick si collocano a metà dell’album: il primo presenta un ritmo atipico, indolente e cinematografico, mentre il secondo beneficia delle tastiere imprevedibili di Luca Sguera che contribuiscono a creare un’atmosfera di mistero. Blu chiude l’album, con i suoi oltre 18 minuti di percussioni incisive, occupa l’intero lato B del disco. Qui il tempo si distende veramente come una tela dove i musicisti dipingono con pazienza, permettendo a ogni suono di vivere, decadere e ritornare in forme inaspettate in un capolavoro di narrazione sonora. La suite inizia con un ritmo minimale ma persistente, man mano che si formano gli strati, il brano si anima; chitarra leggera, momenti eterei e una rara intimità riflessiva a metà strada tra jazz, post-rock, minimalismo ed elettronica che fanno emergere le sonorità del Mellotron, più come apporto emotivo che come mera decorazione. Infine, i motivi percussivi ritornano, ma delicatamente modificati in una trasformazione sottile, persino spettrale, eppure, alla fine, tutto sembra diverso, non risolto, ma rinato.

In tutto l’album registrazioni sul campo e manipolazioni del nastro amplificano il senso di spazio e memoria imponendo al suono mai una staticita e protraendolo sempre in avanti, anche nell’immobilità, riflettendo così il tema centrale del lavoro, quel cambiamento implicito e quella tensione tra movimento e staticità. Questo viaggio sonoro sembra documentare la propria genesi. Un profondo centro emotivo eleva No Longer, Not Yet al di là della sperimentazione accademica non rendendolo un’opera di arte concettuale fredda ma, al contrario, alimentando un nucleo interno che pulsa di sentimento e calore. Sotto le astrazioni si cela proprio un calore umano, una vulnerabilità condivisa, una capacità di rimanere coerenti pur dissolvendo i confini della strumentazione tradizionale.
She’s Analog eccelle nel costruire architetture fragili, delicate, ma mai sgretolabili, è un ensemble che si fida del proprio istinto e l’uno dell’altro, sentendo la musica che viene creata in tempo reale, spesso improvvisata, ma mai caotica e disorganizzata. C’è una chiarezza d’intenti nella loro costrizione, si sentono musicisti che non lottano per lo spazio, ma lo intrecciano delicatamente, esemplificando anche il valore dell’ascolto, non solo del suono, ma anche dell’interscambio, del silenzio, di ciò che esiste tra le note. È qui che She’s Analog prospera. La loro musica è piena di assenze, ma non risulta mai vuota. Al contrario, vibra di possibilità, usano il suono come linguaggio e non semplicemente come espressione, comunicano come uno stato d’animo, un modo di essere evitando indiscutibilmente lo spettacolo. Qui non ci si atteggia. Qui non ci si dichiara. Si osserva.
È facile collocare questo album nella tradizione dei grandi del post-rock o degli innovatori dell’avant-jazz ma i confronti non reggono. Usando sempre come paragone una ipotetica tela su cui dipingere le proprie astrazioni sonore gli She’s Analog sono meno interessati a seguire percorsi prestabiliti e contorni definiti, loro sono più orientati a sfumarli, a dare una plasticità all’inconsistenza con un linguaggio unico, plasmato dall’improvvisazione, influenzato dal minimalismo e profondamente radicato nell’autenticità emotiva. Con una durata di appena 40 minuti, questo No Longer, Not Yet risulta al tempo stesso completo ed effimero, un mondo a sé stante che non pretende mai di essere permanente. Come una pellicola esposta per il giusto tempo, l’album cattura qualcosa di fugace: un’atmosfera, una tensione, una transizione, un documento di divenire. E questo è il suo dono più grande. Gli She’s Analog sono una band rara, e una di quelle che dovresti assolutamente ascoltare, anzi, acquerellare e imprimere su una pellicola scaduta.
Tracklist:
01. tingle
02. narrow pass
03. danse macabre
04. slow, kick
05. tangled
06. blu
Photo © Lisa Consolini





![Sonia Spinello con Sonia Candellone – Time don’t move [anteprima video + intervista]](https://offtopicmagazine.net/wp-content/uploads/2026/04/Spinello_Candellone_ETEREA-©Riccardo-Botta.jpg)
Rispondi