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She’s Analog

Kit Downes, Bruno Chevillon, Archipélagos, She’s Analog, Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp – NovaraJazz

A P P U N T I  D A  N O V A R A J A Z Z


Articolo di Mario Grella

Che l’organo sia uno strumento versatile è risaputo, ma è anche risaputo che, pensando alla musica d’organo, il riferimento sia sempre, o quasi, alla musica sacra se non proprio “chiesastica” e, qualche volta, anche con una connotazione psicologica che contempla una certa noiosità. Naturalmente sono beceri luoghi comuni, ma è certo che fino a che non si è ascoltato un musicista come Kit Downes, che apre l’ultimo giorno di NovaraJazz con uno straordinario concerto sull’organo “Biroldi” della Chiesa di San Giovanni Decollato di Novara (da poco restituito restaurato alla città), non si è ancora assaporato appieno cosa possa produrre un organo (e la bravura del compositore, s’intende). Dimenticatevi tutto o quasi tutto di quello che la vostra memoria ha sedimentato nella parola “organo” e voltate pagina: niente registri consueti, niente movimenti, niente ascendenze codificate, tutto nuovo, tutto mai sentito (o quasi mai). Uso “spregiudicato” dello strumento, officina di suoni, asimmetricità della composizione, luce nuova. Kit Downes sembra maneggiare la musica d’organo con irriverenza, ma non è così, si tratta piuttosto di una liberazione dello strumento da quegli schemi fissi che hanno abituato lo spettatore ad aspettarsi solo un certo tipo di musica e non altro. Un timore reverenziale che nel pubblico è venuto meno con questo straordinario concerto che, se in parte risente della “britannicità” per alcune impostazioni del musicista di Norwich, porta contemporaneamente una travolgente folata di novità, nell’uso dell’organo. Il concerto di questa mattina riassume in un certo senso tutta la “mission” e l’anima del jazz: la continua, indomita, perseverante ricerca di suoni nuovi, ritmi nuovi, persino l’utilizzo diverso dello strumento stesso.

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She’s Analog – What I Bring, What I Leave (Auand, 2020)

R E C E N S I O N E


Recensione di Mario Grella

Nello scorso mese di settembre è arrivato sul mercato un oggettino sonoro di tutto riguardo confezionato da Stefano Calderano (chitarra, effetti), Luca Sguera (rhodes, prophet) e Giovanni Iacovella (batteria, live electronics). Il gruppo si chiama She’s Analog e il lavoro What I Bring, What I Live, prodotto da quella piccola ma inesauribile miniera di novità che è la Auand Records. Dopo aver rimosso il cellophane, quello della bella ed inquietante copertina che riproduce un’opera di Manuela Naddeo, comincerei a parlare dell’oggettino prendendo spunto da uno dei pezzi più minimali e, a mio modo di vedere, più originali del disco, Revolution.

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